Provincia Campobasso Provincia Isernia

 

Agnone

Provincia: IS
Abitanti: 5.400
Altitudine: 840
Superficie kmq: 99
Distanza da Isernia: km 44
MUNICIPIO:
Salita G. Verdi, 9 - 86081
Tel.: 0865.79118
Fax: 0865.77512

 

 

 

Presentazione. Agnone è celebre soprattutto per la sua millenaria fabbrica di campane, una delle pochissime cha possiede il privilegio di utilizzare lo stemma pontificio e per la N’docciata, caratteristica rappresentazione natalizia con il supporto del fuoco.

Nome. Deriverebbe dalla metamorfosi del termine “Aquilonia” (città dell’epoca romana), trasformatasi in “Angulonum”, “Anglona” fino ad “Agnone”.

Storia e arte. La presenza umana fin dalla preistoria è testimoniata dal ritrovamento di diversi oggetti.
Passando all’era imperiale, per molti storici Agnone è stata edificata nel V secolo dopo Cristo sui resti della città di Aquilonia, distrutta dalle legioni romane durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, attualmente conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico della cittadina. Tito Livio narra questi eventi nella prima Deca.
Nel periodo longobardo, in una prima fase la cittadina ebbe una certa importanza, pur non essendo egemone nell’area. Anzi, andò decadendo nel periodo precedente l’anno Mille, mentre la Valle del Verrino e le alture circostanti divennero sede di eremi, monasteri e colonie agricole. Il limitrofo centro di Pietrabbondante fu certamente più potente: quando il Ducato di Benevento venne diviso in contee, fu Pietrabbondante ad esserne capoluogo e sede comitale. Nel 1139 la potentissima famiglia dei Borrello, conti di Pietrabbondante e capitani di ventura di Venezia, portarono nell’Alto Molise un elevato numero di soldati e artigiani veneziani. I valenti artigiani giunsero al seguito di Landolfo Borrello, appunto della famiglia feudale di Pietrabbondante, che aveva prestato servizio presso il Doge di Venezia A loro si deve certamente un ruolo centrale nella fondazione del paese, sorto sul colle di fronte al Monte Caraceno. I segni della cultura veneziana sono ancora oggi visibili nel rione originario, quello della Ripa, non a caso denominato “Borgo veneziano”.
Al di la della parentesi “comunale”, con il conferimento del titolo di città regia nel 1404, conclusa con la rifeudalizzazione spagnola, il centro altomolisano è stato caratterizzato dalla presenza di questi abili lavoratori, che hanno influenzato anche l’evoluzione urbanistica della cittadina: le fasi di crescita determinano l’assorbimento, di volta in volta, dei sobborghi sorti fuori le mura.
Il nucleo originario del paese, medievale, si è però sviluppato intorno alla chiesa di San Marco, edificata nel 1444 e nelle cui vicinanze fu costruito il castello trasformato poi in palazzo signorile. Potere temporale ed ecclesiastico hanno convissuto fianco a fianco. Tale zona ha così conservato sempre le funzioni direzionali.
Del periodo medievale, tuttavia, non rimane alcunché. La chiesa infatti, risente delle modifiche apportate nel periodo rinascimentale, presentando svariati elementi del barocco. In essa si venera San Cristanziano, il patrono, il cui culto, assieme a quello di Sant’Emidio, fu portato da mercanti ascolani.
Il piccolo centro abitato si sviluppò, oltre vicino alla chiesa di San Marco, intorno a quelle di San Nicola e di San Pietro Apostolo. Nella cinta muraria vicino queste due chiese vi erano le porte di San Nicola e Napoli.
All’inizio del XIV secolo passò alla famiglia D’Isernia: due feudatari possedettero il paese di Agnone, Berardo, conte d’Isernia e suo figlio Radoisio. Poi passò alle famiglie Di Sbramo, Di Sangro, fino, nel XVI secolo, a diverse famiglie quali Di Capua, Colonna, Gonzaga, D’Aquino e Carracciolo, che tennero il centro fino all’abolizione della feudalità.
L’importanza di Agnone andò crescendo nei periodi angioino e aragonese: durante il regno borbonico delle Due Sicilie, Agnone fu tra le 56 città regie direttamente dipendenti dal Re, libere da soggezioni feudali, dotate di alto tribunale, con diritto di comminare pene capitali. Appartenente da sempre all’Abruzzo Citeriore, quando Giuseppe Bonaparte creò la Regione Molise, essa fu lasciata con la regione di appartenenza. Ma durante il regno di Giacchino Murat, i notabili del luogo ottennero il passaggio al Molise per le difficoltà dei collegamenti verso l’Abruzzo. Andò invece delusa la speranza di poter accrescere il prestigio amministrativo: il Molise fu diviso in tre distretti con capoluoghi Isernia, Larino e Campobasso. Con l’Italia riunificata, Abruzzo e Molise vennero invece fuse in un’unica regione.
Già nell’Ottocento, però, Agnone eccelle per numero di professionisti: giuristi, medici, notai, filosofi, teologi. In questo periodo nacque il titolo onorifico di “Atene del Sannio”. La rivoluzione dei prezzi legata al primo sviluppo dell’industria italiana di fine Ottocento, tuttavia, alterò tale equilibrio, dando il via al fenomeno dell’emigrazione.
Agnone conserva un ospedale vivile, il più antico liceo scientifico del Molise, l’istituto tecnico industriale, l’istituto professionale, due teatri, tra cui il Teatro Italo-Argentino edificato grazie agli apporti degli agnonesi d’Argentina. Oggi Agnone vanta un discreto turismo.

Da vedere. La chiesa di San Marco Evangelista, edificata nel 1144, presenta un notevole portale lapideo rinascimentale. L’arredo è costituito da altari barocchi con intarsi in legno, statue lignee del XV e XVI secolo ed estensori d’argento dorato.
La chiesa di San Francesco è monumento nazionale. Risalente al XIV secolo, ha un caratteristico portale gotico sormonato da un affascinante rosone, cupola a tamburo e originale torre campanaria (con la parte finale in ferro battuto). All’interno della chiesa, con decorazioni di Ambrosio Piazza, si trovano altari e affreschi del molisano Paolo Gamba. Attiguo alla chiesa di San Francesco c’è l’ex convento dei padri conventuali, con un magnifico chiostro (alle cui pareti si trovano affreschi rappresentanti la vita di San Francesco), oggi sede della biblioteca comunale e della mostra permanente del libro antico con volumi rarissimi, come un’antica copia dell’opera omnia di Platone, risalenti al XVI secolo.
La chiesa di S. Emidio risale al XIV secolo, a due navate, con uno splendido portale gotico, conserva al suo interno capolavori d’arte di Giulio Monteverde (un bel crocifisso), del napoletano Giacomo Colombo (diverse statue), dei toscani Giovanni ed Amalia Dupré (alcune opere scultoree di fine Ottocento, tra cui un busto marmoreo di Dante Alighieri nonché le tele raffiguranti Cristo deposto compianto dalla Madre del 1880 ed un gruppo del battesimo). Caratteristiche sono le statue lignee dei 12 apostoli, a grandezza naturale, attribuite a scuola napoletana del 1650. Adiacente alla chiesa troviamo la Biblioteca Emidiana, con circa novemila volumi (alcuni antichissimi), ricca di testi del XI secolo.
Per caratteristiche architettoniche e opere custodite sono da visitare anche le chiese di San Pietro (con altari in legno seicenteschi), San Nicola (che nel XVIII secolo ha acquisito una pianta trapezoidale, affiancata da un campanile con la cuspide maiolicata che risale al X-VI secolo), Sant’Antonio Abate (con opere del 1793 dell’artista agnonese Francesco Palumbo e con annessa torre campanaria visitabile), San Biase (chiesa più antica di Agnone, del XI secolo, con opere dell’artista locale Giuseppe d’Apollonio), Sant’Amico, Santa Croce (con due grandi tele col Ritrovamento della Croce del pittore agnonese Pietro Pelle del XVIII secolo), la Trinità, l’Annunziata. Nel solo centro abitato si trovano 13 chiese, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell’Alto Molise.
Opere di Paolo Gamba di Ripabottoni (1712-1782), uno dei più importanti artisti molisani, della scuola del Solimena, sono visitabili sulle volte della chiesa di San Francesco (1771) e della chiesa di Santa Croce (tela raffigurante la strage degli innocenti).
Non meno interessante è l’architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, testimoniato soprattutto dalle caratteristiche botteghe veneziane nonché dalle piccole statue di pietra raffiguranti, per l’appunto, leoni veneziani. Si può, ad esempio, ammirare l’antica bottega orafa di corso Garibaldi, che testimonia la migrazione di artigiani lagunari verso Agnone.
Interessante anche la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade che partono da altrettante altre zone del borgo antico e che ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese), restaurata, come tutta la piazza, tra la fine del 2006 e i primi mesi del 2007.
All’interno del centro abitato sono di grande interesse anche alcuni edifici civili, quali casa Nuonno del XIV secolo, con la bottega d’orafo, casa Apollonio del XV secolo, che presenta nelle sua mura una formella del trecento con scena di aratura e casa Bonanni dell’analogo periodo. Ed ancora: casa Santangelo del XVI secolo e casa Paoloantonio del XVII secolo. Reperti di grande importanza sono presso il deposito comunale in custodia all’Archeoclub. Agnone resta uno dei principali centri culturali del Molise, grazie anche a presenze letterarie e teatrali.
La struttura urbanistica presenta elementi significativi: isolati che racchiudono al proprio interno orti e giardini), alla tipologia edilizia, distribuzione planimetrica su due piani determinata dal lotto definito gotico cioè stretto e lungo, di tipo modulare, la notevole presenza di elementi lapidei quali portali, cornici, medaglioni, ma anche episodi eccezionali come i leoni rampanti reggiscudo in aggetto, le formelle inserite nella muratura, i balconcini angolari, gli ingressi alle botteghe alla veneziana, ed alcuni luoghi come la ripa dalla quale si vede un ampio panorama.
Il Museo internazionale della campana sorge accanto all’antichissima Fonderia Pontificia Marinelli, una delle più antiche del mondo.
Le antiche fonderie del rame si trovano a pochi chilometri dal centro abitato, nella valle del fiume Verrino: si tratta di antichi opifici a funzionamento idromeccanico nei quali si producevano semilavorati in rame che venivano poi inviati alle oltre 180 botteghe di ramai agnonesi, oggi purtroppo scomparse. Da tali semilavorati, si producevano caldai, tini e altri oggetti in rame.
Il teatro Italo-Argentino, costruito nel primo dopoguerra con i fondi degli agnonesi del Sudamerica, funziona ancora sia come teatro (l’unico in provincia d’Isernia), sia come cinema.

Economia. La cittadina è famosa in tutto il mondo per la Fonderia Pontificia Marinelli che ha una tradizione millenaria nella costruzione di campane. Alla fusione della lega di bronzo, stagno e rame, ingredienti nella fabbricazione delle campane, si è aggiunto un altro campo di attività: quello della fusione in bronzo di porte, apparati decorativi, ecc.
Inoltre esistono lavorazioni artigianali di confetti, dolciumi vari e prodotti caseari lavorati in loco.

Turismo. Da segnalare, a 14 chilometri dal paese, la località di Staffoli, area verde divenuta punto di riferimento per gli amanti dei cavalli. La zona è infatti sede di rodei, feste country, trekking, nonché di alloggi e ristorazione.

Feste e fiere. La vigilia di Natale ha luogo la sfilata delle “N’docce”, di cui si parla nel testo in altra parte del sito. Tra le altre manifestazioni: l’8 maggio si festeggia San Michele, il 13 maggio San Cristanzano (patrono del paese), il 16 luglio la Madonna del Carmine, il 21 novembre La Pastorella. La Fiera delle Arti e mestieri antichi, a cura dell’Associazione Kerres, ha luogo dal 17 al 19 agosto: protagonisti orafi, ramai, conciatori, artigiani del ferro battuto, tombolo e ricamo. Uno dei momenti di maggior successo è la rievocazione dell’Antica serenata agnonese.

LA LETTURA

L’anima del Molise

di Giampiero Castellotti

C’eravamo anche noi quell’8 dicembre 1996 in piazza San Pietro, quando via della Conciliazione assunse colori irreali e suggestivi grazie alla sfilata delle “grandi torce” molisane, le “ndocce”. Dopo la visita di Papa Woityla ad Agnone nel 1995, l’evento romano rappresentò il suggello dello stretto legame tra la cittadina altomolisana e la Santa Sede.
Avvenimento in un certo senso “storico”. Molto sentito dall’intera comunità molisana. Il Molise ha saputo degnamente esportare una delle sue anime. Forse la più profonda. Facendolo nel migliore dei modi. L’imponente campagna promozionale dell’evento interessò persino gli spazi pubblicitari nella metropolitana. Fu coinvolta direttamente la comunità molisana di Roma tramite le associazioni, “Forche Caudine” in testa. Nel Molise vennero organizzati un’ottantina di pullman, cui si unirono numerosi mezzi privati.
Fu insomma una sorta di “chiamata a raccolta” per i molisani, inorgogliti da un evento capace di onorare nel migliore dei modi la terra d’origine e di sposare identità, folklore e spiritualità.
L’appuntamento fu “costruito” sin dagli inizi degli anni novanta. Merito principalmente di Enrico Marinelli, agnonese, allora prefetto del Vaticano, grazie al quale il Papa visitò il Molise a marzo 1995. L’allora sindaco di Agnone, Franco Marcovecchio, richiese al Santo Padre di poter offrire a Roma la “ndocciata”. Richiesta ribadita dal nuovo sindaco, Franco Paolantonio. Ricevuti assenso e data dal Vaticano, costituito un comitato, cominciarono i preparativi.
Il 3 dicembre, presso il Centro ecumenico di Roma, si svolse la conferenza stampa. Anche in quell’occasione non mancammo all’appuntamento. Conserviamo la piccola campana della fonderia Marinelli donata ai giornalisti.
L’8 dicembre i molisani arrivarono a San Pietro già di mattina presto. L’annuncio dell’inizio arrivò alle 17,30, quando il “campanone” romano, suonando a distesa, s’unì idealmente alle cento campane di Agnone.
Sacro e profano viaggiarono insieme in una processione inusuale. Sfilarono gruppi folkloristici, avanzarono cavalieri del tratturo, sopraggiunsero zampognari. Figuranti in costume contadino sembrarono provenire direttamente dal medioevo. Gli stendardi delle contrade accompagnarono la marcia silenziosa, animata soltanto dalla Pastorale agnonese di Gamberale eseguita dalla banda della Polizia di Stato. Poi le “ndocce” di abete, crepitanti e schioppettanti, a formare il grande corteo fiammeggiante. Impegnativo e riverente. Sinuoso come un fiume di lava nella penombra. Quasi liberatorio dopo il lungo crescendo di emozioni.
Il Tg5: “La piazza così incendiata a festa affascina e fa quasi paura, mentre una nuvola di fumo denso l’avvolge e l’inghiotte con il colonnato, il cupolone e tutti i Santi di pietra”. E’ l’anima migliore del Molise.

IL DOCUMENTO

E adorarono il fuoco

di Mauro Gioielli

La sera della vigilia di Natale, ad Agnone, un fiume ardente corre per le strade. Gli uomini della campagna rinnovano la ‘ndocciata, un sistema religioso complesso, uno status liminale vissuto ed esorcizzato

La festività del Natale ha radici precristiane. La Natività così come oggi la conosciamo è infatti la celebrazione in chiave moderna di antichi riti pagani come quella in onore di Mithra (figlio del Sole e Sole egli stesso) oppure la festa inneggiante al Dies Natalis Solis Invicti che cadeva appena dopo il solstizio d’inverno, quando l’astro fulgente, dopo il massimo declinio equatoriale, aveva da poco ripreso la sua ascesa celeste.
Questo momento di passaggio critico comincia a percepire concretamente l’eliorinascenza stagionale.
Il sacro giorno della nascita del dio Sole aveva valore magico, propiziatorio e simbolico, poiché la Stella Invitta rappresentava sia la luce da contrapporre alle tenebre (le lunghe notti invernali), sia il calore che doveva scaldare le fredde giornate cheimerine. Il Cristianesimo è riuscito a trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la nascita del Sole con la nascita di Cristo, e la luce solare con la luce divina del Figlio di Dio.
Il processo sincretico ebbe inizio non prima del IV secolo. In precedenza, infatti non c’era stata concordanza sulla data e per celebrare l’avvenuta nascita di Gesù si erano indicati più giorni, frutto di macchinosi calcoli fatti sulla base delle antiche scritture. Ma alla fine fu preferita la notte tra il 24 e il 25 dicembre, perché tale nox postsolstiziale coincideva con l’occasione in cui, ormai da tempo, si festeggiava una luminosa genesi soprannaturale.
Se è vero che il Natale discende da antiche cerimonie dedicate al dio Sole, quale luce e calore, non deve stupire che, nonostante siano trascorsi molti secoli, gli antichi significati siano sopravvissuti. Infatti il fuoco, un elioemblema universale, è l’elemento fondamentale di numerosi rituali natalizi europei ed extraeuropei.

Natale molisano

Molte feste molisane celebrate in occasione della Natività sono caratterizzate da falò di diversa forma che, accesi la sera della vigilia della festa, svolgono una funzione purificatrice e rigeneratrice o interpretabile quale magia simpatica. Tali fuochi rituali sono denominati in vari modi: faglie, farchie, stuccie, cartocci, favone, smrka (vocabolo in uso tra le minoranze slave). Ma il nome più usato è ‘ndocce, derivante dal vocabolo torcia, poi divenuto ‘ntorcia, ‘ndorcia e infine ‘ndoccia. Questi riti ignei risultano significativamente diffusi in numerosi luoghi della regione: Agnone, Acquaviva Collecroce, Bagnoli del Trigno, Belmonte del Sannio, Pescopennataro, Castelverrino, Filignano, Montefalcone nel Sannio, Pietrabbondante, Roccavivara, Oratino, Poggio Sannita, Pietracupa, Sant’Angelo del Pesco. E fino ad alcuni anni orsono (con recenti tentativi di revival) erano in uso grossi falò o piccoli fuochi natalizi pure in molte altre località.

La ‘ndocciata di Agnone

Secondo una etimologia il nome Agnone deriverebbe dal latino ignis (fuoco), agnis in sanscrito (il dio Agni, nella dottrina indù, è il fuoco in terra). Sembra questa una tesi piuttosto improbabile, forse di comodo. Sta di fatto che la più nota e sontuosa delle feste natalizie molisane è la ‘ndocciata di Agnone, consistente in una sfilata di numerose ‘ndocce, particolari fiaccole di cui, a fine Ottocento, Giuseppe Cremonese diede una descrizione: “Si fanno con fastelli di rami o di liste d’abete dai nostri giovani contadini, i quali sogliono accenderle la sera della Vigilia del Santo Natale, e procedendo dalla campagna tutti riuniti in città, vanno a fermarsi, chi avanti le proprie case e chi in quelle dei padroni o parzionali, facendo scoppiare pure delle botte, mentre suonano le campane delle chiese”.
Le ‘ndocce agnonesi, cosi come oggi vengono preparate, sono strutture dalla caratteristica forma a raggiera, detta pure a ventaglio. Si tratta di torce multiple di numero pari, variabile da due fino a esemplari costituiti da ben venti fuochi. Le ‘ndocce vengono trasportate da uno o più portatori, in costume contadino, che introducono la testa tra i raggi e afferrano saldamente due fiaccole tenendo in equilibrio l’intera struttura. Il materiale usato per la fabbricazione delle ‘ndocce agnonesi è l’abete bianco. Il legno d’abete è rintracciabile nei boschi e nelle fustaie di un’area piuttosto vasta che comprende vari comuni della provincia di Isernia. L’abete usato per la festa di Agnone è reperito nel bosco di Montecastelbarone. I tronchi sono ripuliti dalla corteccia e tagliati in sottili listelli di circa un metro e mezzo, legati tra loro a mazzo e sovrapposti fino a raggiungere l’altezza di alcuni metri. Questo lungo gruppo di masselli legnosi è arricchito in cima da steli secchi di ginestre. Le ‘ndocce così fatte, allorché ardono, scoppiettano caratterizzando anche sonoramente il rituale. L’abete è pianta resinosa e di facile combustione. Inoltre è un legno non molto pesante da trasportare. Forse, però, la scelta dell’abete ha anche altre ragioni. Esso, infatti, è il più importante fitosimbolo della Natività. L’abete è una pianta che esprime criptovalenze spirituali e materiali. Generalmente considerato albero cosmico, è una delle più evidenti forme dei culti arborei, espressioni religiose forti e persistenti nelle culture popolari. In origine legato a rituali pagani, l’abete è poi divenuto per i cattolici il sacro albero natalizio.

Il fiume di fuoco

La ‘ndocciata di Agnone anticamente si svolgeva a sera tarda fino al sopraggiungere della mezzanotte. Oggi, per esigenze turistiche, viene anticipata di alcune ore, ed ha inizio con l’arrivo della prima oscurità serale. Una volta le ‘ndocce erano accese soprattutto nell’agro della città e davanti agli usci delle case. Oggi esse sono destinate ad una spettacolare sfilata nel centro cittadino e ad un enorme falò finale. Sono decine e decine le ‘ndocce condotte in processione, che trasformano le strade in un rilucente fiume di fuoco. Insieme ai torcioni sfilano pure trattori appositamente allestiti che ripropongono scene di vita contadina.
Secondo una diffusa credenza popolare molisana, i fuochi di Natale servono a “scaldare Gesù Bambino”. In realtà questa ingenua demo-interpretazione sminuisce i reali significati di tali riti ignei. Le fiaccole natalizie sono l’agone eterno tra Cautes e Cautopates, sono il simbolo di un’attrazione universale per uno dei quattro elementi primordiali. La ‘ndocciata è un sistema religioso complesso, uno status liminale in cui la comunità cade ed esorcizza. L’espressione autentica del culto agnonese è una perfetta teofania che si realizza attraverso l’adorazione del fuoco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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