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Le forche caudine

Ancora oggi è molto comune l'espressione "passare sotto le Forche Caudine". Ma pochi conoscono la storia che ha dato origine a questo modo di dire.
Bisogna tornare indietro di oltre 2.300 anni, quando nella loro costante espansione territoriale, i Romani cominciarono ad avere a che fare con un popolo che abitava le montagne del Molise, dell'Abruzzo, fino alla Campania e alla Puglia settentrionale: i Sanniti.
Le fonti storiche ci raccontano che i Romani avevano stretto un trattato di pace con i fieri Sanniti nel 341 a.C. Ciò per chiudere il capitolo della prima guerra sannita combattuta per la difesa di Capua, città sotto l'influenza di Roma. La pace in realtà costituiva la premessa di un'alleanza contro i Latini, nemico comune: infatti nel 340 a.C. i due eserciti riuniti sconfissero agevolmente i Latini.
Tuttavia Roma aveva la costante necessità di espandersi, in particolare verso l'Italia meridionale. Così intraprese una politica di alleanze con le città campane proprio per rafforzare la sua strategia ai confini del Sannio. Gli accordi inclusero anche un patto con Alessandro il Molosso di Taranto. La strategia incluse la fondazione della città di Cales, vicino la sannita Teano, e Flegellae, presso l'odierna Ceprano, proprio per chiudere i territori sanniti. Anche Palepolis, poi Neapolis (Napoli), si schierò con i Romani,
La seconda guerra sannitica ebbe le premesse nel 326 a.C., quando Roma spedì in Campania i consoli Lucio Cornelio Lentulo e Quinto Publilio Filone con le loro legioni. Il primo si schierò lungo il Volturno. Le prime battaglie videro i Romani prevalere sui Sanniti nel 322 a.c. 
A seguito di ciò, due legioni romane comandate dai consoli Tito Veturio Calvino e Spurio Posturio Albino Caudino si accamparono a Calatia, nei pressi dell'odierna Caserta, certi che a breve avessero luogo le trattative di pace a seguito della vittoria sui sanniti. In realtà i vertici romani, certi di una vittoria più ampia, continuarono i guerreggiamenti.
I Sanniti, da parte loro, comandati da Gaio Ponzio, figlio di Erennio Ponzio, valoroso comandante che si era ritirato a vita privata a causa dell'età avanzata, saputo delle legioni accampate a Calatia, fecero circolare la voce tra i romani, attraverso alcuni loro messaggeri travestiti da pastori, che Luceria (in Puglia), città alleata dei romani, era stata attaccata e posta sotto assedio da truppe sannite.
All'inizio del 321 a.c. le due legioni mossero in aiuto di Luceria cadendo nella trappola sannita. Infatti le legioni romane attraversarono la valle oggi delimitata da Arienzo e da Arpaia (nel beneventano), benché non sia stato individuato con precisione il luogo dell'evento. Le due legioni entrate nella valle, trovarono il passo sbarrato da alberi e massi. Lo stesso successe alle loro spalle.
Il sannita Gaio Ponzio chiese consiglio al padre Erennio. L'opzione di ucciderli tutti non venne accettata, preferendo l'umiliazione dei vinti con il disarmo dei legionari, 600 giovani ostaggi romani a garanzia della pace e il passaggio di tutti i legionari seminudi sotto un giogo di lance, le cosiddette "Forche Caudine". Gli storici latini, tra cui Tito Livio, furono abbastanza riluttanti nel riportare l'episodio delle Forche Caudine proprio per la terribile umiliazione. Questo il racconto dello storico Tito Livio nel suo "Ab urbe condita":«Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando... Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore». Secondo alcune versioni, alcuni soldati vennero sodomizzati.
Per Roma fu un'umiliazione mai dimenticata. 
Solo nel 305 a.C,, nella battaglia di Bovianum (forse l'attuale Bojano, nel Molise), le legioni romane, condotte dal console Quinto Fabio Massimo Rulliano, sconfissero duramente i Sanniti che mise fine alla seconda guerra sannitica.

Bibliografia
Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani II, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1907,
Amedeo Maiuri, Valle Caudina, in Passeggiate campane, Hoepli, 1940
Paolo Sommella, Forche Caudine, in Antichi campi di battaglia in Italia: Contributi all'identificazione topografica di alcune battaglie d'età repubblicana, De Luca, 1967
it.wikipedia.org/wiki/Localizzazione_delle_Forche_Caudine
it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_delle_Forche_Caudine
Tito Livio, Ab Urbe condita libri


LA RICOSTRUZIONE DI VITTORIO MASELLI (dalla rivista "Forche Caudine")

In quel tempo il capitano dei Sanniti era Caio Ponzio, figlio di Erennio. Essendo ritornati da Roma i legali senza conclusione di pace, dopo che avevano restituito ai Romani la preda e i prigionieri offendendo con superbia la lodevole azione, furono costretti ad avere soddisfazione per placare gli stessi Dei combattendo. 
Ciò detto, il capitano uscì coi suoi in campagna e si accampò con molta segretezza presso Caudio e d'intesa con i consoli T. Veturio e S. Postumio fece travestire dieci soldati e sostare con i greggi vicino ai romani come se si trovassero per caso lì. Così, avvicinati dai soldati romani, dissero che i Sanniti erano corsi nella campagna dei Lucerini per occupare Capua e che per andarvi la strada più breve fosse quella delle Caudine e non quella verso il mare. Ed i Sanniti, che di già avevano predisposto l'inganno, ostruirono con enormi sassi ed alberi l'uscita tra altissimi rupi fra loro congiunte, attorniate fra continui monti. Ai lati di questi si vedeva una verdeggiante pianura e limpide acque ma ben chiusa, per mezzo della quale è la strada che i Romani attraversarono passando per le strette foci dei monti e inavvedutamente proseguirono per la strettoia. 
Si ridussero così gli eserciti romani ma non essendovi altra strada, vollero tornare indietro trovando il passo impedito da grossi alberi e pietre. Si accorsero i Romani dell'inganno restando attoniti, rimirandosi l'uno con l'altro in viso mentre i guerrieri sanniti dagli alti giochi dei monti superbamente insultavano. Qui, gridavano i Romani, non giova ardimento di cuore, nè forza di braccia, il nemico ci tiene, come uccelli rinchiusi in gabbia. 
I Sanniti intanto mandarono per consiglio su ciò che si dovesse fare, ad Erennio Ponzio, padre del loro Capitano e questa fu la risposta: "che dovessero mandar via liberi e senza lezione alcuna gli eserciti romani", ma ciò non piacque per cui si consultò ancora Erennio e questa fu la risposta "che si dovessero tagliare a pezzi tutti gli eserciti romani". Ciò non piacque a Caio Ponzio ma i Romani, nella loro fierezza misero a disposizione seicento cavalieri da farsi ammazzare, pur di salvare gli eserciti propri. Ciò commosse i Sanniti i quali vollero invece umiliare i Romani facendoli passare sotto il giogo tra insulti che avvilirono, lasciandoli liberi verso il loro obiettivo che non fu Roma, dove avrebbero trovato disprezzo, ma a Capua, colonia di Roma. 
I sanniti si gonfiarono a tal punto che le quattro lettere S.P.Q.R. che i Romani portavano dipinte le aggiunsero alle loro così esprimendole "Samnitium Populo Quis Resistit". 
Ma pochi anni le poterono usare perché non molto a lungo andò questa felicità. Dopo alterne vittorie e sconfitte i Sanniti si dettero un po' di tregua. Nel frattempo con insolita foggia fecero due eserciti, l'uno aveva gli scudi scolpiti in oro e l'altro d'argento. Gli scudi erano larghi di sopra e a mo' di cugno di sotto; la gamba sinistra era ricoperta da uno stivale e l'elmo adornato di belle ed alte penne. 
Ai soldati aurati furono date tuniche di colori diversi; agli argentati furono dati lini purissimi bianchi e tutto ciò aggiungeva bellezza alla grandezza dei corpi. Questo sontuoso apparato fu noto ai Romani i quali fecero sapere che non con armi belle e ricamate si vincevano le battaglie ma col braccio ed animo feroce. Si attaccò battaglia assai fieramente da una parte e l'altra ma per la prima volta i Romani usarono i cavalli che presero di fianco i Sanniti che furono messi in fuga. 
Ma questo fu uno dei tanti episodi perché successivamente vi furono aspri scontri a vittorie alterne. 
"I Romani copiarono le armi dei Sanniti ed adornarono il Foro con quelle tempestate di oro prese ai nemici. I guerrieri sanniti, quando ebbero dei Capi vinsero sempre; essi potevano occupare Roma se avessero avuto dei Capi idonei. Dopo tre secoli di guerre i Romani vinsero gli eserciti Sanniti, ma quanta storia, quanto fulgore illumina le genti di quelle stirpe di guerrieri, di lavoratori. Il Sannio era considerato il Granaio d'Italia. Le città erano costituite di centinaia da migliaia di abitanti con una storia che affascina. 
Ma nella storia, purtroppo emerge la vendetta dei romani che non dimenticarono l'affronto subito alle Forche Caudine. Essi portarono nel circo a Roma il capo Caio Ponzio in trionfo e poi gli fu mozzata la testa. 
E questa è una delle più brutte infamie di Roma antica ed in faccia ad essa risplende anche di più l'umanità e la grandezza del Telesino Ponzio che aveva creduto alla fede romana, per non parlare poi di Silla, sanguinario spietato dei fratelli Romani e dei Sanniti.


DOCUMENTI

La battaglia di Sentinum - Tratturi e tangenziali (di Carlo Miele), dalla rivista Forche Caudine

Inseguendo il sogno sannita (di Giampiero Castellotti) dalla rivista Forche Caudine

Gli architetti della rinascita sannita (di Carlo Miele), dalla rivista Forche Caudine