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Antonio Vitullo
È incredibile come a volte il destino possa infrangere i sogni di un giovane di belle speranze e allo stesso tempo aprirgli la strada per una svolta di vita umana e professionale. È la storia di Antonio Vitullo, l'unico molisano ad essere riuscito a varcare la soglia dell'arbitraggio professionistico, dal settore giovanile alla serie A. Una passione che lo ha accompagnato nell'arco di tutta la sua esistenza, da quando da ragazzo a Fondaco della Farina, dove è nato e cresciuto, sognava un futuro da calciatore e muoveva i primi passi nel calcio giovanile, ad un infortunio che lo ha costretto a rinunciare al suo sogno ma che gli ha permesso di continuare a calcare i rettangoli di gioco grazie all'arbitraggio.
"Ho iniziato proprio a seguito della rottura del menisco, dopo un infelice salto in alto fatto a scuola all'età di 15 anni - ci racconta. "Fu così stroncata la mia carriera di calciatore. Non potendo più giocare come prima, mi iscrissi ad un corso per arbitri nel 1952 e lo superai. Iniziai dal settore giovanile, poi arrivarono la prima e la seconda categoria fino alla serie C. All'epoca dipendevamo dal Car Campano che ci designava per le gare, arbitravo solo in Campania".
Da lì, la carriera di Vitullo ha subito una rapida ascesa. All'età di 22 anni fu selezionato per sostenere gli esami per la quarta serie, la serie D di oggi. Un bel traguardo a quell'età se si pensa al periodo in cui Vitullo si è avvicinato alla carriera professionistica. Fino ad allora è stata sempre la Campania la cornice degli incontri che ha arbitrato visto che il Molise non aveva squadre partecipanti al campionato dilettantistico. Poi arrivò il trasferimento a Roma a 28 anni, l'impiego alle Poste a seguito di un concorso e gli arbitraggi in serie C. Poi la svolta. "Nel 1962 sono passato ad arbitrare la serie A - riprende Vitullo. "I quattro anni della permanenza in A e in B sono stati anni bellissimi, poi improvvisamente sono stato avvicendato".
- Qual è stato il momento più emozionante della sua brillante carriera?
"L'esordio a San Siro: Milan-Vicenza nel campionato ‘62/63. Quando entrai in campo non mi spaventò tanto la squadra del Milan che insieme all'Inter era la più forte, quanto l'impatto con lo stadio. Abituato a stadi di minore portata, quello mi sembrava enorme. I primi minuti mi sono sentito tutto il peso del pubblico addosso. Un altro momento emozionante l'ho vissuto quando mi hanno premiato "Fischietto d'oro", ero solo un giovane emergente e poi il bel riconoscimento che ho avuto dall'allora sindaco Massa come "Veterano dello sport". Di ricordi ce ne sono tanti... come la prima gara di serie A: Spal-Varese. A fine gara, presi il pallone e lo feci firmare da tutti i giocatori. Lo portai in Molise e lo donai al cappellano del carcere affinché lo donasse ai detenuti".
La fine della carriera da arbitro però per Vitullo non ha significato l'allontanamento dal calcio. Nella sua esperienza anche un passato di dirigente, come Presidente della Commissione Arbitri del Lazio, incarico che ha ricoperto per 5 anni, poi Direttore Tecnico della Nazionale dell'Ente Postelegrafonici, che pure gli ha dato delle belle soddisfazioni fino ad arrivare ad essere il presidente del centro anziani di Villa Fiorelli, a Roma e coordinatore dei centri anziani del Nono Municipio. Una spiccata capacità di mediazione, un grande spirito organizzativo, sicuramente frutto dell'esperienza arbitrale, sono i tratti salienti della personalità di Vitullo che oggi si ritiene molto soddisfatto di quello che ha realizzato: dalle gioie professionali a quelle familiari (è nonno di due nipotine).
- E del calcio di oggi cosa ne pensa uno che il calcio lo ha fatto nel periodo di massimo splendore?
"È cambiato lo spirito del calcio, perché sono subentrati interessi. Mi ha nauseato. Ho Sky ma non guardo molto il campionato, semmai guardo quello inglese che è meno "cattivo". Oggi è calcio-spettacolo, se un giocatore fa un'entrata dura, non la fa per fare un contrasto ma per fare male all'avversario. E poi, prima lo spettatore andava allo stadio con la gioia di andare a vedere la squadra della propria città. Oggi ci sono altri motivi".
- Che consiglio si sente di dare ai giovani che si avvicinano al calcio e all'arbitraggio oggi?
"Bisogna avvicinarsi allo sport. Mi auguro che si freni questo agonismo sfrenato ed esasperato. Oggi i giovani hanno la fortuna di avvicinarsi prima al calcio, di imparare tecniche diverse. Non deve morire lo spirito campanilistico anche se oggi sono subentrati altri valori. Per chi invece si avvicina all'arbitraggio, dico che devono farlo perché è un'esperienza di vita unica, che ti dà quello spirito organizzativo che poi forgia anche il carattere. Sono un sostenitore della professionalizzazione dell'arbitraggio mentre oggi c'è una formula ibrida tra professionista e dilettante. Ritengo che gli arbitri debbano ricevere la giusta spinta, anche economica, per fare bene questo mestiere che deve essere riconosciuto al pari del professionismo calcistico. Si pensi agli arbitri di oggi".
(V.C.)
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Sotto: Antonio Vitullo nelle sede dell'associazione "Forche Caudine".































































