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MONTAGNE
ROMA - L’abbandono dei comuni montani e la senilità della popolazione montana costituiscono un punto critico del percorso di riconversione funzionale delle aree di montagna. Infatti la montagna da un tipo di organizzazione tradizionale si sta spostando su nuove potenzialità economico ricreative.
Numerose sono infatti le iniziative nazionali, comunitarie e internazionali per promuovere pratiche di sostenibilità delle montagne, intese anche come ripopolamento di aree depresse. La valorizzazione delle zone montane parte dalla “propria personalità non ad un solo elemento, ma almeno a quattro, identificabili nel tipo delle forme del terreno (relief, secondo i Veyret), nell’altitudine, nel clima, e conseguente tipo della vegetazione, e in certe forme (generi) di vita dell’uomo. Nessuno di questi elementi, preso da solo, consentirebbe di formulare la definizione di montagna” (Morandini, Donà, 1964, pp. 107-117).
È evidente che ancora oggi, se si rimane fedeli a tale approccio, la montagna considerata nella sua autenticità è senza via di scampo un “disvalore” cui non si può che ovviare trasformando (e stravolgendo) la montagna stessa. Infatti:
– le difficoltà di comunicazione generano i disvalori dell’isolamento, della lentezza, dell’immobilità che impediscono un dignitoso sviluppo “quantitativo”;
– l’asperità fisica costituisce mero ostacolo, origine di fatica e di sofferenza;
– le scarse risorse economiche equivalgono a povertà, limitazione frustrante, miseria, di contro alle illusoriamente illimitate disponibilità della pianura.
La convenzione delle Alpi: salvaguardare la ruralità
Tra le iniziative svolte a favorire la sostenibilità delle montagna, cominciamo con il ricordare la “Convenzione per la protezione delle Alpi”. Sottoscritta nel 1991, è una convenzione quadro intesa a salvaguardare l’ecosistema naturale delle Alpi e a promuovere lo sviluppo sostenibile in quest’area, tutelando gli interessi economici e culturali delle popolazioni residenti degli Stati aderenti.
La convenzione si compone di un accordo quadro e di vari protocolli settoriali, vale a dire pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile, protezione della natura e tutela del paesaggio, agricoltura di montagna, foreste montane, turismo, difesa del suolo, energia, trasporti e composizione delle controversie. inoltre, la convenzione prevede altri protocolli dedicati a popolazione e cultura, tutela dell’aria, idroeconomia ed economia dei rifiuti.
Aderiscono alla convenzione otto nazioni alpine: Italia, Germania, Svizzera, Slovenia, Francia, Monaco, Liechtenstein, Austria.
Le parti contraenti della Convenzione delle Alpi, “in ottemperanza ai principi della prevenzione, della cooperazione e della responsabilità di chi causa danni ambientali” si impegnano in una politica globale per la conservazione e la protezione delle Alpi utilizzando le risorse in maniera responsabile e durevole. Esse hanno inoltre convenuto di intensificare la cooperazione transfrontaliera nella regione alpina nonché di ampliarla sul piano geografico e tematico.
L’articolo 2 della convenzione indica gli obblighi generali cui gli Stati devono attenersi. In particolare si dice: “Le parti contraenti, in ottemperanza ai principi della prevenzione, della cooperazione e della responsabilità di chi causa danni ambientali, assicurano una politica globale per la conservazione e la protezione delle Alpi, tenendo equamente conto degli interessi di tutti i Paesi alpini e delle loro regioni alpine, nonché della Comunità economica europea, ed utilizzando le risorse in maniera responsabile e durevole. La cooperazione transfrontaliera a favore dell’area alpina viene intensificata nonché ampliata sul piano geografico e tematico”.
Il comma 2 stabilisce che le parti contraenti prenderanno adeguate misure nei seguenti campi:
a) Popolazione e cultura - al fine di rispettare, conservare e promuovere l'identità culturale e sociale delle popolazioni locali e di assicurarne le risorse vitali di base, in particolare gli insediamenti e lo sviluppo economico compatibili con l'ambiente, nonché al fine di favorire la comprensione reciproca e le relazioni di collaborazione tra le popolazioni alpine ed extra-alpine;
b) Pianificazione territoriale - al fine di garantire l’utilizzazione contenuta e razionale e lo sviluppo sano ed armonioso dell'intero territorio, tenendo in particolare considerazione i rischi naturali, la prevenzione di utilizzazioni eccessive o insufficienti, nonché il mantenimento o il ripristino di ambienti naturali, mediante l’identificazione e la valutazione complessiva delle esigenze di utilizzazione, la pianificazione integrata e a lungo termine e l'armonizzazione delle misure conseguenti;
c) Salvaguardia della qualità dell’aria, al fine di ridurre drasticamente le emissioni inquinanti e i loro effetti negativi nella regione alpina, nonché la trasmissione di sostanze inquinanti provenienti dall'esterno, ad un livello che non sia nocivo per l’uomo, la fauna e la flora.
d) Difesa del suolo, al fine di ridurre il degrado quantitativo e qualitativo del suolo, in particolare impiegando tecniche di produzione agricola e forestale che rispettino il suolo, utilizzando in misura contenuta suoli e terreno, limitando l'erosione e l'impermeabilizzazione dei suoli;
e) Idroeconomia, al fine di conservare o di ristabilire la qualità naturale delle acque e dei sistemi idrici, in particolare salvaguardandone la qualità, realizzando opere idrauliche compatibili con la natura e sfruttando l’energia idrica in modo da tener parimenti conto degli interessi della popolazione locale e dell'interesse alla conservazione dell’ambiente;
f) Protezione della natura e tutela del paesaggio, al fine di proteggere, di tutelare e, se necessario, di ripristinare l'ambiente naturale e il paesaggio, in modo da garantire stabilmente l'efficienza degli ecosistemi, la conservazione della flora e della fauna e dei loro habitat, la capacità rigenerativa e la continuità produttiva delle risorse naturali, nonché la diversità, l'unicità e la bellezza della natura e del paesaggio nel loro insieme;
g) Agricoltura di montagna, al fine di assicurare, nell'interesse della collettività, la gestione del paesaggio rurale tradizionale, nonché una agricoltura adeguata ai luoghi e in armonia con l'ambiente, e al fine di promuoverla tenendo conto delle condizioni economiche più difficoltose;
h) Foreste montane, al fine di conservare, rafforzare e ripristinare le funzioni della foresta, in particolare quella protettiva, migliorando la resistenza degli ecosistemi forestali, in particolare attuando una silvicoltura adeguata alla natura e impedendo utilizzazioni che possano danneggiare le foreste, tenendo conto delle condizioni economiche più difficoltose nella regione alpina;
i) Turismo e attività del tempo libero, al fine di armonizzare le attività turistiche e del tempo libero con le esigenze ecologiche e sociali, limitando le attività che danneggino l'ambiente e stabilendo, in particolare, zone di rispetto;
j) Trasporti, al fine di ridurre gli effetti negativi e i rischi derivanti dal traffico interalpino e transalpino ad un livello che sia tollerabile per l'uomo, la fauna, la flora e il loro habitat, tra l’altro attuando un più consistente trasferimento su rotaia dei trasporti e in particolare del trasporto merci, soprattutto mediante la creazione di infrastrutture adeguate e di incentivi conformi al mercato, senza discriminazione sulla base della nazionalità;
k) Energia, al fine di ottenere forme di produzione, distribuzione e utilizzazione dell'energia che rispettino la natura e il paesaggio, e di promuovere misure di risparmio energetico;
l) Economia dei rifiuti, al fine di assicurare la raccolta, il riciclaggio e il trattamento dei rifiuti in maniera adeguata alle specifiche esigenze topografiche, geologiche e climatiche dell'area alpina, tenuto conto in particolare della prevenzione della produzione dei rifiuti.
All’interno della convenzione sono stati inoltre stipulati dei protocolli d’intesa che rivestono una particolare rilevanza. Merita menzione il protocollo “Protezione della natura e tutela del paesaggio” che ha la finalità di “stabilire norme internazionali al fine di proteggere, di curare e, in quanto necessario, di ripristinare la natura e il paesaggio, in modo da assicurare durevolmente e complessivamente: l'efficienza funzionale degli ecosistemi, la conservazione degli elementi paesaggistici e delle specie animali e vegetali selvatiche insieme ai loro habitat naturali, la capacità rigenerativa e la produttività durevole delle risorse naturali, nonché la diversità, la peculiarità e la bellezza del paesaggio naturale e rurale; nonché al fine di promuovere la cooperazione tra le parti contraenti, a ciò necessaria”.
In particolare si impegnano a cooperare per: il rilevamento cartografico, la delimitazione, la gestione e il controllo delle aree protette e di altri elementi del paesaggio naturale e rurale meritevoli di protezione, l’interconnessione a rete dei biotopi, la definizione di modelli, programmi e/o piani paesaggistici, la prevenzione e il riequilibrio di compromissioni della natura e del paesaggio, l'osservazione sistematica della natura e del paesaggio, la ricerca scientifica, nonché per ogni altra misura di protezione delle specie animali e vegetali selvatiche, della loro diversità e dei loro habitat, e per la definizione di relativi criteri comparabili, in quanto ciò risulti necessario e funzionale. Tutto questo promuovendo una cooperazione transfrontaliera.
Altro protocollo di particolare importanza è quello di “Pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile” in quanto ha quale obiettivo quello di:
a) riconoscere le esigenze specifiche del territorio alpino nel quadro delle politiche nazionali e europee;
b) armonizzare l'uso del territorio con le esigenze e con gli obiettivi ecologici;
c) gestire le risorse e il territorio in modo parsimonioso e compatibile con l'ambiente;
d) riconoscere gli interessi specifici della popolazione alpina mediante un impegno rivolto ad assicurare nel tempo le loro basi di sviluppo;
e) favorire contemporaneamente uno sviluppo economico e una distribuzione equilibrata della popolazione nel territorio alpino;
f) rispettare le identità regionali e le peculiarità culturali;
g) favorire le pari opportunità della popolazione locale nello sviluppo sociale, culturale e economico, nel rispetto delle competenze territoriali;
h) tener conto degli svantaggi naturali, delle prestazioni d'interesse generale, delle limitazioni dell'uso delle risorse e del prezzo per l’uso delle stesse corrispondente al loro valore reale.
All’interno del protocollo vengono anche individuati i criteri di protezione ambientale nelle politiche di pianificazione territoriale e di sviluppo sostenibile che mirano all’armonizzazione tempestiva degli interessi economici con le esigenze di protezione dell’ambiente, con particolare riguardo:
a) alla salvaguardia e al ripristino dell'equilibrio ecologico e della biodiversità delle regioni alpine;
b) alla salvaguardia e alla gestione della diversità dei siti e dei paesaggi naturali e rurali, nonché dei siti urbani di valore;
c) all’uso parsimonioso e compatibile con l'ambiente delle risorse naturali - suolo, aria, acque, flora e fauna, energia;
d) alla tutela degli ecosistemi, delle specie e degli elementi paesaggistici rari;
e) al ripristino di ambienti naturali e urbanizzati degradati;
f) alla protezione contro i rischi naturali;
g) alla realizzazione compatibile con l’ambiente e il paesaggio di costruzioni e impianti necessari allo sviluppo;
h) al rispetto delle peculiarità culturali delle regioni alpine.
L’articolo 8 del protocollo prevede la realizzazione di piani e/o programmi territoriali e di sviluppo sostenibile. Tali piani e/o programmi sono definiti per tutto il territorio alpino al livello degli enti territoriali competenti. Essi sono elaborati da parte o con la partecipazione degli enti territoriali competenti, e di concerto con gli enti territoriali confinanti eventualmente a livello transfrontaliero, e vengono coordinati tra i diversi livelli territoriali. Vengono stabiliti indirizzi di sviluppo sostenibile e di pianificazione territoriale di aree continue e vengono regolarmente riesaminati e, quand'è il caso, modificati.
I contenuti dei piani e/o programmi territoriali e di sviluppo sostenibile dovranno tener conto delle condizioni territoriali specifiche e in particolare: lo sviluppo economico regionale attraverso:
a) misure atte ad assicurare alla popolazione locale un'offerta di lavoro soddisfacente e la disponibilità di beni e servizi necessari allo sviluppo economico, sociale e culturale e a garantire pari opportunità;
b) misure atte a favorire la diversificazione economica al fine di rimuovere le carenze strutturali e i rischi di monoeconomie;
c) misure finalizzate a rafforzare la cooperazione tra economia agricola e forestale, turismo e artigianato, in particolare attraverso la combinazione di attività creatrici d’impiego.
Le aree rurali attraverso:
a) riserva dei terreni adatti all'agricoltura, all'economia forestale e pastorizia;
b) definizione di misure per il mantenimento e lo sviluppo dell'economia agricola e forestale di montagna;
c) conservazione e risanamento di territori di grande valore ecologico e culturale;
d) determinazione delle aree e degli impianti necessari alle attività del tempo libero nel rispetto degli altri usi del suolo;
e) determinazione delle zone esposte a rischi naturali, dove va evitata il più possibile la realizzazione di costruzioni e impianti.
Le aree urbanizzate attraverso:
a) delimitazione adeguata e contenuta delle aree urbanizzabili, nonché misure volte ad assicurare che le superfici così delimitate vengono effettivamente edificate;
b) riserva di terreni necessari alle attività economiche e culturali, ai servizi di approvvigionamento, nonché alle attività del tempo libero;
c) determinazione delle zone esposte a rischi naturali, in cui va evitata il più possibile la realizzazione di costruzioni e impianti;
d) conservazione e realizzazione di spazi verdi nei centri abitati e di aree suburbane per il tempo libero;
e) limitazione delle seconde abitazioni;
f) urbanizzazione indirizzata e concentrata agli assi serviti dalle infrastrutture di trasporti e/o in continuità con le costruzioni esistenti;
g) conservazione dei siti urbani caratteristici;
h) conservazione e ricupero del patrimonio architettonico caratteristico.
La protezione della natura e del paesaggio attraverso:
a) delimitazione di aree di protezione della natura e del paesaggio, nonché per la tutela dei corsi d'acqua e di altre risorse naturali vitali;
b) delimitazione di zone di quiete e di aree in cui sono limitate o vietate la costruzione di edifici e infrastrutture, nonché altre attività dannose.
I trasporti attraverso:
a) misure atte a migliorare i collegamenti regionali e sopraregionali;
b) misure atte a favorire l'uso dei mezzi di trasporto compatibili con l’ambiente;
c) misure atte a rafforzare il coordinamento e la cooperazione tra i diversi mezzi di trasporto;
d) misure di contenimento del traffico, ivi compresa, eventualmente, la limitazione del traffico motorizzato;
e) misure di miglioramento dell'offerta di trasporto pubblico per la popolazione locale e gli ospiti.
Appennino Parco d’Europa: coinvolte 14 regioni
Integrare oggi la politica dei parchi con le altre politiche per orientarle alla sostenibilità è ancor più urgente dal momento che la montagna viene ormai riconosciuta come risorsa strategica, ambito spaziale sempre più interessato da dinamiche di valorizzazione e riequilibrio territoriale, ma i cui esiti possono anche non essere quelli desiderabili.
Proprio tale obiettivo si prefigge il Progetto Ape - Appennino Parco d’Europa, che a partire dalla realtà dell’Appennino, apra la politica dei parchi a nuovi interlocutori e a nuovi soggetti ai quali proporre uno scenario positivo, suggestivo e desiderabile nel quale siano protagonisti.
E’ nato con l’approvazione della legge quadro sulle aree naturali protette (394/91), grazie ad un protocollo d’intesa siglato tra Legambiente, in collaborazione con la Regione Abruzzo ed il sostegno tecnico del Servizio conservazione della natura del ministero dell’Ambiente per testare politiche di sviluppo sostenibile e riconversione ecologica dell’economia nelle zone montane interessate da parchi nazionali.
Il progetto vuole in particolare sperimentare una messa a regime del sistema appenninico di aree naturali protette sviluppando a pieno tutta la sua efficacia per la conservazione della natura (anche attraverso la creazione di grandi corridoi ecologici) e per la promozione delle comunità locali, nonché realizzare un più generale sistema nazionale delle aree naturali protette, obiettivo e finalità della legge 394/91, così come ribadito e riaffermato dalla legge 426/98.
Oltre a ciò ritroviamo tra i suoi obiettivi quello di favorire la promozione di azioni coordinate tra il sistema dei parchi, gli enti locali, le regioni e le amministrazioni centrali dello Stato, in grado di orientare all'uso sostenibile delle risorse naturali il complesso dell'ambiente appenninico. Anche di quello non interessato dalla istituzione di aree naturali protette, ma ad esse comunque relazionato e connesso.
Il coinvolgimento delle Regioni interessate al progetto ha portato all’istituzione della Conferenza nazionale sulle aree naturali protette, promossa dal ministero dell’Ambiente nel settembre 1997, in cui APE ha ricevuto un riconoscimento fondamentale, nel Programma stralcio per la tutela ambientale, emanato dal ministro dell’Ambiente il 28 maggio 1998, al punto 12. In tale programma infatti si afferma che con il “progetto per il coordinamento sistemico di iniziative sostenibili promosse dal ministero dell’Ambiente, dagli Enti parco, dalle Regioni e dagli enti locali e insistenti nelle aree appenniniche, APE si propone di fare dei parchi elementi motore dello sviluppo sostenibile delle aree interne dell'Appennino. A tal fine tale progetto promuove azioni coordinate degli Enti parco, con le Regioni, gli enti locali, le organizzazioni sindacali, imprenditoriali e cooperative, le associazioni ambientaliste e la comunità scientifica. Gli strumenti operativi individuati da tale progetto sono una Convenzione ed un Programma d’azione per uno sviluppo sostenibile dell’Appennino. Il progetto può avere una grande importanza per le aree del Mezzogiorno interessate da un’importante rete dei parchi.
Le ripercussioni del progetto diventano ancora più interessanti se si considera l’ambito territoriale in cui agisce: 9.585.000 ettari, pari al 46% dell’intero territorio nazionale.
Il sistema delle aree naturali protette coinvolte in APE è costituito da:
· 9 parchi nazionali pari a 841.000 ettari;
· 65 riserve naturali statali pari a 47.453 ettari di cui 23 ricomprese nei parchi nazionali;
· 28 parchi regionali pari a 300.446 ettari;
· 32 riserve regionali pari a 25.067 ettari;
· 12 altre aree protette pari a 10.209 ettari.
Il totale è di 1.193.423 ettari, quindi il 56,60% delle aree protette inserite nell'elenco ufficiale.
Un territorio costituito per il 12,45% da aree protette. Quota destinata ad aumentare con la prossima istituzione dei parchi nazionali dell'Appennino Tosco-Emiliano, della Sila e della Val d'Agri e con l’inserimento nell’elenco ufficiale delle aree protette di molti parchi regionali e riserve istituite di recente. Il progetto APE vede coinvolte
· 14 regioni (dal Piemonte alla Calabria)
· 51 province,
· 188 comunità montane
· oltre 1.600 comuni.
La complessità del progetto, che interessa appunto un così vasto territorio, ha indotto il ministero ha commissionare al Centro europeo di documentazione sulla Pianificazione dei parchi naturali del Politecnico di Torino uno studio per analizzare lo stato e le prospettive del sistema appenninico.
Tale studio ha avuto quale finalità quella di favorire l’avanzamento del progetto APE ed orientare le politiche di pianificazione e di gestione del sistema stesso, contribuendo alla definizione delle linee di assetto del territorio nazionale.
Lo studio del Politecnico di Torino ha avuto i seguenti obiettivi:
- proporre un’interpretazione del sistema appenninico tenendo conto in particolare dello stato di coesione delle Regioni appenniniche e dei loro sistemi locali, delle loro opportunità e difficoltà di integrazione, della consistenza e del ruolo dei sistemi ambientali e paesistici;
- proporre una o più visioni strategiche per orientare e mettere in rete politiche e interventi (con particolare, ma non esclusivo, riguardo ai sistemi di parchi e di reti ecologiche e alle reti di fruizione paesistica e culturale del territorio) al fine di identificare strategie integrate di sviluppo locale sostenibile e per un efficace inserimento dei sistemi locali nel contesto europeo;
- individuare i soggetti territoriali, le forme più opportune di aggregazione ed i livelli di governo, i soggetti istituzionali e gli attori sociali da coinvolgere nei processi di valorizzazione del sistema appenninico;
- definire criteri e sistemi di valutazione delle coerenze e compatibilità tra le diverse politiche di rete, programmi e progetti, identificando potenziali di integrazione, complementarità e sinergie ma anche incompatibilità e potenziali interferenze;
- individuare aree o situazioni di particolare criticità o interesse, su cui innescare progetti, sperimentazioni ed azioni concrete, con particolare riferimento ai “progetti pilota” previsti dal Programma d’azione.
Il rapporto finale della ricerca dal titolo “APE – Progetto Appennino Parco d’Europa: Ricerca inter-universitaria sull’infrastrutturazione ambientale e le prospettive di valorizzazione della fascia appenninica nel quadro europeo” è stato presentato nel corso della seconda conferenza delle aree protette svoltasi nell’ottobre 2002 a Torino.
La ricerca s’è incentrata in particolare sulla sequenza degli spazi naturali e seminaturali che si snodano per tutta la lunghezza dell’Appennino, includendo il sistema delle aree protette, le foreste e le altre aree di elevato interesse paesistico che ne assicurano la continuità ambientale, conferendole un ruolo strategico nell’assetto ecologico europeo.
Per l’attuazione della fase iniziale del progetto APE la delibera Cipe del 1 febbraio 2001 ha destinato 18.075.990 euro al finanziamento di quattro progetti pilota:
- “Una città di villaggi tra Padania e Tirreno” (capofila Regione Toscana);
- “Le vie materiali e immateriali della transumanza” (capofila Regione Abruzzo);
- “Infrastrutturazione ambientale della Valle del Sentino” (capofila Regione Abruzzo);
- “Appennino meridionale: il monachesimo e il latifondo agrario” (capofila Regione Calabria).
E’ interessante analizzare le schede di monitoraggio inviate dalle Regioni relative ai progetti pilota al ministero dell’Ambiente concernenti agli interventi previsti.
Il progetto “Una città di villaggi tra Padania e Tirreno”, è stato suddiviso in 3 interventi “Sulle antiche vie”, “Il paesaggio del castagno” e “L’uomo e il territorio”, e ha visto quale capofila la Regione Toscana, che partecipa insieme alla Regione Liguria e alla Regione Emilia Romagna.
L’intervento “Sulle antiche vie”, articolato in nove sottoprogetti, prevede la realizzazione di interventi di restauro conservativo di antiche rocche e del tracciato originario di antiche vie e di valorizzazione delle memorie storiche presenti lungo il percorso, la realizzazione di una rete di itinerari ciclabili ed equestri, di nodi di interscambio, di aree di sosta e di altre piccole riqualificazioni ambientali ed infrastrutturali che consentano una fruibilità delle aree parco al fine di facilitare la rivalutazione ambientale e culturale delle aree che hanno aderito al progetto e di promuovere un turismo sensibile e rispettoso nelle aree più interne delle regioni interessate.
L’intervento “Il paesaggio del castagno”, articolato in 5 sottoprogetti, prevede una serie di interventi mirati alla rivalutazione degli antichi boschi di castagno e della ristrutturazione e riqualificazione di piccole infrastrutture rurali. Tali attività consentiranno lo sviluppo di attività di turismo e culturali legate al bosco di castagno e alla sua storia naturale e socio culturale.
L’ultimo intervento “L’uomo e il territorio”, costituito da un unico sottoprogetto “Costruire insieme la difesa del suolo”, viene ad interessare tutto il territorio del Parco regionale delle Alpi Apuane e prevede attività di riqualificazione del suolo e delle reti idrauliche. Il sottoprogetto si articola in due fasi: la prima fase caratterizzata da attività di animazione, che cercherà il coinvolgimento delle comunità locali in queste attività in modo da garantire il consenso locale al programma di interventi così come la sostenibilità delle attività nel lungo periodo; la seconda relativa alla realizzazione del progetto esecutivo già approvato.
Il secondo progetto, dal titolo “Le vie materiali e immateriali della transumanza”, ha visto quale regione capofila la Regione Abruzzo ed ha interessato anche le Regioni Molise e Puglia. Il progetto prevede opere quali la sistemazione di sentieri, l’allestimento di un Museo della transumanza, il recupero del patrimonio dei tratturi, la valorizzazione di aree ad elevato valore naturalistico, la realizzazione di parchi fluviali, centri visite e si divide in quattro Azioni strategiche: “Il marketing d’Area”, “Gli sportelli informatici assistiti”, “Gli spazi fisici” e “Gli accessi materiali alle aree protette ed ai parchi”.
L’azione “Il marketing d’area” intende integrare le attività già in corso di realizzazione da parte della Regione per mettere in pratica le opzioni scaturite dall’analisi delle potenzialità del territorio. In sintesi lo scenario strategico individua le opzioni e gli orientamenti principali per la strategia di marketing d'area del territorio di APE, gli interventi strategici e l'indicazione del livello di priorità, la valutazione della fattibilità economico-finanziaria, giuridica ed ambientale e i capitolati tecnici dei singoli progetti esecutivi.
L’area strategica “Gli sportelli informatici assistiti” sviluppa le necessità di creazione dei sistemi informativi utili a migliorare l’offerta delle specificità ambientali - culturali delle aree potette ed in generale del progetto APE. L’offerta di servizi, che si effettua attraverso una “rete civica” con accesso ad Internet attraverso connessioni ISDN (Integrated Services Digital Network) in una prima fase prevede l’erogazione dei servizi di base quali: Inps, Banche, Poste, Prenotazione Asl e Telemedicina.
E’ previsto uno specifico portale internet dedicato alla montagna abruzzese, attraverso il supporto a siti già esistenti, quale quello dell’Uncem Abruzzo e quello della Regione. Tale portale dovrà fornire direttamente alcuni servizi e costituisce il punto d’accesso ai servizi forniti anche da altri enti.
L’obiettivo è la realizzazione di una rete telematica nei territori montani che funga anche di supporto agli altri progetti specifici, che sia correlata a quella della pubblica amministrazione e che sia ripetibile in altri ambiti.
L’azione “Gli spazi fisici” si concretizza nella individuazione di sistemi infrastrutturali coerenti con il territorio mirati al sostegno della ricettività specifica per ogni diversa tipologia di turismo tipica del territorio dell’area di progetto. Le attività si focalizzeranno principalmente nel recupero delle disponibilità di residenze per una utenza turistica, allo sviluppo organico di centri di servizio ed assistenza per i residenti e per i turisti, al recupero e riqualificazione dei percorsi storici della transumanza, ad interventi di recupero di beni dalla valenza storico - architettonica.
“Gli accessi materiali alle aree protette ed ai parchi” ha come finalità principale quella di migliorare l’accessibilità dell’area in maniera tale da valorizzare al meglio le sue risorse e le sue componenti ambientali. L’intervento si articola secondo una scaletta di azioni aventi la funzione di massimizzare l’accessibilità ai territori contestualmente ad una minimizzazione dei livelli d’impatto ambientale, razionalizzare la viabilità ordinaria e sviluppare funzioni di supporto all’accessibilità e alla vivibilità dei territori, recupero dei percorsi storico culturali propri del mondo rurale con relativa destinazione a percorsi di accesso e di fruizione dei territori, identificazione di percorsi ideali di avvicinamento ai Parchi ed alle aree protette attraverso la riduzione di impatti e la valorizzazione dei “punti di accesso” per i visitatori (piazzole, punti panoramici, ecc.), individuazione e messa in opera di nodi o portali con collegamento in rete.
Il terzo progetto “Infrastrutturazione ambientale della Valle del Sentino”, ha quale capofila sempre la Regione Abruzzo, ma coinvolge le Regioni di Marche e Umbria, questo tende a stabilire e rinforzare le connessioni ambientali e storico culturali fra queste regioni avvalendosi della valle del Sentino quale trait d’union fisico e territoriale. Il progetto prevede interventi infrastrutturali di tipo ambientale, archeologico e turistico.
Fra le attività di tipo ambientale si possono citare quelle per la interconnessione fra il Parco Gola della Rossa e di Frasassi e il Parco di Montecucco , recupero di sentieri di collegamento fra aree di interesse ambientale e storico.
Fra le attività di valorizzazione culturale si segnalano gli interventi interessanti l’area archeologica di Sassoferrato e il sito paleontologico di Valdorbia.
Per lo sviluppo di attività di fruizione dell’area sono previsti interventi per il ripristino di sentieri, rifugi e la creazione di strutture quali piste ciclabili.
Infine l’ultimo progetto “Appennino meridionale: il monachesimo e il latifondo agrario”, si è concentrato il proprio interesse nella aree protette appenniniche, e ha quale obiettivo quello di riconnettere le suddette aree dal Parco regionale del Matese al Parco nazionale dell’Aspromonte, attraverso azioni infrastrutturali all’interno delle aree protette e nei territori di interconnessione tra le stesse, definendo un primo sistema di infrastrutturazione sostenibile di percorsi naturalistici, storico-religiosi e culturali per uno scambio di esperienze tra le comunità regionali interagenti nel progetto.
In tale direzione si è perseguito l’obiettivo della creazione di una vera e propria rete formata da percorsi e nodi, con la particolare connotazione storica riferita agli antichi percorsi di crinale, al monachesimo e al latifondo agrario, al demanio armentizio e alla relativa maglia dei tratturi che hanno profondamente caratterizzato lo scambio culturale e socio-economico di comunità isolate da complessi montuosi accidentati e da un reticolo fluviale tumultuoso.
Tra le attività volte ad incrementare le connessioni ambientali e storico culturali fra le regioni possiamo citare il recupero della via Istmica oltre ad una serie di interventi ambientali volti alla sistemazione di sentieri, segnaletica e strutture museali e di educazione ambientale nelle tematiche di progetto. Tra le attività proposte a livello regionale si segnala la sistemazione e il recupero del Tratturo Regio “Calciano–Monte Croccia”, antica via della transumanza ora nel territorio del Parco regionale Gallipoli Cognato e il recupero e la valorizzazione del complesso monastico dell’abbazia di San Michele Arcangelo a Monticchio, del castello di Calciano e delle chiese rupestri del materano in Basilicata.
Si ricordano inoltre la valorizzazione dell’area di Santa Maria della Certosa di Serra San Bruno, dell’itinerario Frassati e una serie di interventi infrastrutturali riguardanti itinerari storico religiosi culturali, corridoi ecologici, nonché servizi territoriali e di educazione ambientale per la creazione di “Una rete di monasteri, borghi e castelli per antichi e moderni viandanti” in Calabria.
Mentre in Campania ha un grande rilievo il lavoro relativo alle infrastrutture per il complesso centrale appenninico del Partenio–Picentini e per la definizione di un collegamento Ovest–Est dalle coste tirreniche al confine con la Basilicata.
La Foresta appenninica: sistema dei consorzi forestali
Non meno interessante si presenta il progetto “Foresta Appenninica”. Il progetto, dopo la prima fase preliminare relativa alle esigenze di costituzione di un gruppo di progetto, ha avviato – a partire dal 2002 - la gestione del programma per le azioni volte al rafforzamento del sistema dei consorzi forestali e ricomprese nel I stralcio funzionale del progetto nelle azioni 1-4 che riguardano:
Azione 1. Promozione di nuove strutture di gestione territoriale e piano di comunicazione del sistema dei consorzi;
Azione 2. Stages per giovani laureati in scienze forestali e ambientali nelle strutture dei consorzi forestali;
Azione 3. Omogeneizzazione degli strumenti di gestione e delle procedure per la gestione delle strutture associate ed interventi di tutoraggio al sistema dei consorzi forestali;
Azione 4. Progetti e programmi potenziali a favore dei singoli consorzi nell’ambito dei piani di sviluppo rurale promossi dalle singole Regioni.
Questo si presenta quale programma diversificato, volto al rafforzamento del sistema dei consorzi forestali nelle aree forestali sulla dorsale appenninica.
Ideato dal Consorzio nazionale per la valorizzazione delle risorse forestali e delle aree protette di Frontone (Pesaro), rappresenta la struttura operativa della Federazione italiana delle comunità forestali (Federforeste) e ripropone un’azione integrativa del lavoro svolto in quest’ultimo decennio da Federforeste.
E’ stato tra l’altro stipulato un protocollo d’intesa tra la Federforeste e l’Uncem (Unione nazionale dei comuni, comunità montane, enti montani) al fine del miglior coinvolgimento delle comunità montane nel processo di costituzione di nuove realtà consortili per la gestione associata dei comprensori forestali delle aree interne.
E’ stato, inoltre, predisposto un protocollo di intesa per l’assunzione di un formale impegno, soprattutto di valore morale, tra gli enti interessati alla costituzione di un consorzio forestale, propedeutico alla formalizzazione con atto pubblico della struttura consortile.
Il progetto, concepito come un’iniziativa concertata con la realtà dei consorzi forestali, con lo scopo di rafforzare la capacità operativa degli stessi, di migliorare i livelli operativi, adeguandoli alle esigenze di una gestione forestale sostenibile, di attivare strumenti adeguati alla nuova realtà che comporta anche integrazione a livello degli orientamenti in materia di sviluppo rurale previsti dall’Unione europea, di proporre innovazioni gestionali e tecniche, individuando gli strumenti per renderle accessibili ed efficaci, di analizzare le criticità e le potenzialità del sistema associativo forestale e proporre soluzioni adeguate e di stimolare la capacità imprenditoriale degli stessi.
Le iniziative previste riguardano principalmente la realizzazione di interventi integrati volti al raggiungimento di due distinti obiettivi il rafforzamento del sistema consorzi forestali e la realizzazione di interventi prototipali.
Gli obiettivi del progetto investono in maniera prioritaria i seguenti punti:
- consolidare e potenziare la rete dei consorzi forestali e delle altre strutture di gestione associata già presenti in alcune zone rurali dell’Appennino e delle isole;
- attivare strumenti gestionali che rafforzino la capacità di difesa e di ampliamento delle aree demaniali ad uso collettivo, sia come alternativa forte ai guasti dell’eccessivo frazionamento e premessa per un uso moderno, controllato e razionale delle risorse disponibili;
- rafforzare la capacità organizzativa e gestionale dei consorzi forestali e delle diverse strutture di gestione associata con particolare riferimento alla gestione forestale sostenibile;
- favorire tutte quelle iniziative che sono tese a sviluppare nuova imprenditorialità nella gestione e nel governo del bosco e dell’ambiente rurale e montano;
- contribuire e costituire anche occasioni di nuova occupazione, sia specializzata che qualificata nelle aree montane;
- uniformare i modelli organizzativi di gestione forestale tra i vari consorzi anche al fine di attivare strumenti di verifica e di autocertificazione qualitativa;
- sviluppare iniziative economicamente valide, per il consolidamento residenziale delle popolazioni ancora presenti sul territorio ed anche per sviluppare nuove potenzialità occupazionali ed attività imprenditoriali, non rivolte esclusivamente al solo legno.
Altre iniziative riguardano gli stages formativi per i giovani laureati in scienze forestali nelle strutture dei consorzi forestali, che hanno avuto lo scopo di incrementare le loro potenzialità professionali con un’esperienza formativa diretta sul campo del tipo on the job training. E’ stata inoltre affidata alla responsabilità operativa dell’Agenzia europea per le foreste e l’ambiente (Aefa), per i suoi collegamenti con strutture tecniche diversificate e con studi professionali attivi nel settore forestale ed ambientale e discipline conseguenti presenti sul territorio nazionale. (Maria Di Saverio - 2005) -----
Cosa è rimasto dell’anno della montagna
di M. D. S.
ROMA - Il 2002 è stato dichiarato dalle Nazioni unite “Anno internazionale delle montagne”. La questione ha rivestito un’importanza particolare anche per il nostro paese, perché ha consentito di ricentrare l’attenzione su territori tanto ampi ed articolati quanto ingombri di analisi e valutazioni che pescano nel passato e tendono a riproporre vecchi stereotipi e luoghi comuni consolidati.
Il primo di questi riguarda l’identità montana e la sua alterità rispetto alle aree di pianura. Ben lungi dal disconoscere questi tratti, sembra importante porre fine al loro utilizzo in quanto “feticci” intorno ai quali si sviluppa e consolida la tesi di una montagna come contenitore di un residuo di società arcaica che altrove non esiste più. Una montagna che si muove per proprio conto, che vive una dimensione di sostanziale “autoreferenzialità” interrotta periodicamente dalle richieste di aiuto e dalla conseguente attivazione del meccanismo del sostegno per le “aree svantaggiate”.
Evidentemente nessuno intende negare la specificità del territorio montano che, anzi, deve costituire un elemento cui offrire massima visibilità e intorno al quale costruire i presupposti per linee di intervento a carattere innovativo. Semplicemente è opportuno cominciare a riflettere su quella che è la reale dimensione relazionale dei territori montani e su come, attraverso l’inserimento all’interno delle reti dello sviluppo nazionale e sovra-nazionale, la montagna vive e partecipa ai processi di modernizzazione del paese.
Innanzitutto non si può trascurare il fatto che larga parte dei territori montani, intere regioni in alcuni casi, costituiscono le aree di destinazione di massicci flussi turistici che si originano in ambito urbano e metropolitano.
In questo la montagna ha saputo offrire, secondo le sue differenti specializzazioni funzionali, spazi di impiego del tempo libero, di accoglienza per tutti coloro che sono alla ricerca di momenti di svago, di pratica sportiva, di riscoperta del territorio naturale nelle sue diverse accezioni. Questo tipo di attività, oggi più che mai, richiede professionalità e capacità di stare sul mercato attraverso una “pratica della modernità” che è l’unica risposta possibile in uno scenario intensamente popolato di nuovi competitors.
Al riguardo va ricordato l’esercizio, sempre più diffuso, della promozione territoriale attraverso le reti telematiche ma anche l’adesione a programmi comunitari quali Leader e Leader Plus, che hanno visto la costituzione di Gruppi di azione locale (Gal) composti da soggetti di natura pubblica e privata impegnati nello sperimentare le diverse opportunità di valorizzazione delle risorse disponibili. Ugualmente, attraverso processi di relazionalità, si è pervenuti alla costituzione di nuove architetture istituzionali, in questo caso non a termine ma comunque caratterizzate da obiettivi definiti. È il caso delle Unioni di piccoli Comuni e della delega di funzioni a quei soggetti, siano messi le comunità montane, gli enti parco o i soggetti pubblici e privati che operano a livello di bacino, che sono in grado di erogare servizi alla scala più adeguata e di definire le linee di intervento per la promozione dello sviluppo locale. In questo senso - e in questo risiede una importante sfida per il futuro - attraverso la definizione di strategie di bacino, o se si preferisce di dorsale o di sistema vallivo, la montagna può attrezzarsi per gestire in modo evoluto le proprie risorse di base, siano esse il patrimonio forestale o le disponibilità idriche. In questo caso la dimensione relazionale si estrinseca nella definizione dei meccanismi di scambio con quei territori che diventano destinatari e beneficiari delle risorse di cui la montagna abbonda.
In ultimo, ma probabilmente non per importanza, relazionalità significa anche la possibilità di immaginare un proprio ruolo strategico all’interno delle “reti lunghe”. Non bisogna infatti dimenticare che la montagna, nel suo essere crinale, costituisce territorio di confine ora nazionale, nel caso del sistema alpino, ora regionale, per quanto concerne la dorsale appenninica.
Stare sul confine, in un contesto caratterizzato dal costante incremento della domanda di trasporto, significa da un lato entrare in contatto con flussi di merci e di persone, dall’altro costituire il territorio di elezione per infrastrutture di collegamento e di scambio di importanza cruciale. A questo riguardo, la sfida per la modernizzazione delle aree montane si gioca tutta sulla capacità di interpretare con accortezza il ruolo di custodi dei confini evitando di essere relegate a semplici aree di attraversamento.
Le opportunità di rilancio della montagna italiana sono dunque fortemente correlate con la capacità di governare le dinamiche relazionali che si instaurano con i territori di pianura e le aree urbane del Paese. In particolare, assume rilevanza la possibilità di offrire adeguati sostegno e rappresentazione per quegli elementi di ricchezza e vitalità che il territorio elevato può offrire nello scambio con le aree pianeggianti.
Il riferimento va alle imprese che operano in montagna e che si confrontano con la frontiera della qualità intrinseca delle produzioni, quella qualità che si origina innanzitutto dal contesto ambientale.
A questo proposito le Camere di commercio possono sicuramente svolgere un ruolo importante. Questo è vero, in particolare, per quelle Camere che operano in ambiti provinciali caratterizzati da territori prevalentemente montani: un universo variegato che, nel complesso, raccoglie circa il 50% delle province italiane.
Ambiti di intervento elettivi possono essere individuati nel sostegno alla costituzione di strutture consortili o cooperative (si pensi a titolo di esempio a quelle aziende zootecniche montane che beneficerebbero di caseifici o impianti di macellazione o semplicemente di commercializzazione), all’allestimento di laboratori chimico-merceologici, alla costituzione di nuovi marchi di qualità o alla riqualificazione produttiva per l’adesione a quelli esistenti, alla penetrazione in nuovi mercati (anche esteri, attraverso le opportunità determinate dallo sviluppo della telematica), all’allestimento di momenti fieristici e promozionali in genere.
Con riferimento a quanto esposto, l’ipotesi di una consulta di tali strutture camerali può risultare importante sotto il profilo della strutturazione e della modellistica degli interventi, della garanzia di un coordinamento di base, della ricerca socio-economica e della comunicazione esterna, nonché del trasferimento delle best practices sviluppate nei territori più avanzati.






















