Giornale realizzato da giornalisti e professionisti d’origine molisana sparsi per il mondo. Sede centrale: Roma
KYOTO (PROTOCOLLO)
ROMA - Il protocollo di Kyoto è entrato in vigore esattamente un anno fa. Grazie soprattutto alla tanto attesa ratifica della Russia. Sottoscritto da 141 Paesi, mira, come noto, a ridurre del 5,2% su scala planetaria - rispetto al 1990 ed entro il 2012 - le emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra. L’impegno, nel caso del nostro Paese, è del 6,5%.
L’accordo raggiunto nel 1997 nella città giapponese, riguardando principalmente le risorse ambientali, coinvolge direttamente il settore agroforestale. In particolare investe la gestione dei suoli agricoli e delle foreste, nonché lo sviluppo delle biomasse per la produzione di energia in sostituzione delle fonti fossili quali carbone, gas e gasolio. Temi che legano le intese di Kyoto con gli accordi di Marrakech del 2001, che individuano ciò che il comparto agroforestale può garantire alle strategie nazionali e internazionali di riduzione dell’effetto serra. Ad esempio la cosiddetta “rivegetazione” o la costituzione di nuove piantagioni forestali e di contenimento della deforestazione, indicazioni che fanno parte proprio dell’articolo 3.3 del protocollo di Kyoto.
E’ giusto, pertanto, cogliere l’occasione di tale anniversario, in pieno “cantiere aperto” sulla tematica, per interrogarci - al di là dell’aspetto normativo o dell’evoluzione politica di tale intesa, comunque strategica per il futuro di noi tutti - soprattutto sul ruolo attivo che i cittadini, e nel caso specifico i produttori agricoli, possono e debbono avere al fine di orientare le proprie piccoli azioni quotidiane, con la massima consapevolezza, verso opzioni di sostenibilità. Scelte coscienti che risultino contributive e decisive a livello locale, nazionale e quindi su scala planetaria.
Di conseguenza, il settore agricolo è fortemente responsabilizzato su temi che, tra l’altro, rientrano appieno nella Politica agricola comunitaria, strumento che non a caso persegue lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile, in grado di ridurre l’inquinamento ed il degrado ambientale. Il comparto vuole e deve essere parte attiva delle politiche che dovranno condurre alla riduzione delle emissioni di gas serra, come previsto dal protocollo di Kyoto. E lo sta già facendo.
Ad esempio, alimentando la crescita di energia prodotta da biomassa e, al contempo, l’adozione di tutte quelle azioni che concorrono all’aumento delle sostanze organiche nei suoli. O sostenendo le pratiche che favoriscono il “sequestro” di carbonio nella biomassa, nel caso delle colture arboree, e nei suoli, nel caso delle colture erbacee. I cui grandi benefici sono attestati da numerose ricerche. Gli studi di Cannel del 1999 e di Maclaren del 2000 hanno ad esempio stabilito che mezzo ettaro di bosco compenserebbe le emissioni prodotte da un autoveicolo per il periodo di vita del conducente. Tali benefici, per il nostro comparto agroforestale, tra l’altro possono essere riconosciuti anche economicamente attraverso alcuni specifici strumenti quali il piano trienniale 2004-2006 per la realizzazione del potenziale massimo nazionale di assorbimento di carbonio o il registro nazionale dei serbatori di carbonio agro-forestali.
Ma l’impegno del mondo agricolo si sta realizzando anche attraverso altre azioni. Ad esempio contribuendo all’affermazione di coltivazioni dedicate all’energia alternativa, è il caso della colza e del girasole. O attraverso la produzione di pellet dagli scarti del legno, ecocombustibile in grande espansione. Ed ancora per mezzo dell’agricoltura biologica. O, più nel dettaglio, tramite l’inerbimento dei frutteti, l’adozione di rotazioni e avvicendamenti, la creazione di siepi e filari. Tutta una serie di interventi in linea con le finalità del Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, la delibera approvata dal Cipe nel dicembre 2002 che definisce le strategie nazionali per tenere fede agli impegni di Kyoto.
Si tratta complessivamente di comportamenti impegnativi e di azioni ambiziose che riconfermano il ruolo centrale che riveste l’agricoltura, la “buona agricoltura”, come “via d’uscita” nelle principali problematiche non solo nazionali ma dell’intero Pianeta: dagli squilibri territoriali e geopolitici, con le conseguenti lacerazioni sociali, con le questioni migratorie, con le emergenze sanitarie, fino alle tematiche economiche e, appunto, ai grandi temi dell’impatto ambientale.
Kyoto, pertanto, non rappresenta soltanto l’occasione per fare la nostra parte, come Italia, nell’abbattere del 6,5% le emissioni di gas serra, quanto nel dare cognizione come tali questioni siano legate al grande tema della continuità dello sviluppo e dell’evoluzione dell’agricoltura in linea con la salute dei cittadini e con le prospettive economiche per il futuro del Paese e del Pianeta.
Tale presa di coscienza del mondo agricolo è ancora più importante se puntiamo la nostra attenzione su alcune vicende internazionali degli ultimi mesi, che rischiano di gettare più ombre che luci sulle intese di Kyoto.
In proposito occorre premettere che il protocollo è diventato pienamente operativo soltanto nel dicembre scorso, quando i Paesi aderenti, tra cui Italia, Unione europea e Giappone, si sono riuniti a Montreal, con l’XI Conferenza delle Parti, ed hanno dato il via libera ai meccanismi di azione previsti dal trattato. Nel megaconvegno canadese dell'Onu sul clima, che appunto ha fatto entrare formalmente in vigore il protocollo, c’è amaramente da aggiungere che la maggior parte delle nazioni ha altresì preso coscienza del probabile insuccesso del trattato, causa l’ormai prossima data del 2012. Secondo le proiezioni dell’Agenzia europea dell’ambiente, l’Europa - che di Kyoto è il più strenuo sostenitore - mancherà l’obiettivo di un buon 7%. C’è da sottolineare che il problema è sempre meno legato al nostro vecchio continente: i sacrifici europei sulla riduzione delle emissioni incideranno sempre meno in virtù della repentina crescita di economie altamente inquinanti come quelle orientali.
In secondo luogo occorre soffermarci su una serie di vicende che denotano retromarce politiche sul fronte degli impegni ambientali. Ad esempio non va certo in direzione di un rafforzamento degli orientamenti di Kyoto la proposta statunitense, rivolta la scorsa estate ai Paesi asiatici, per una cooperazione tecnologica. Un’azione vista più come un tentativo di logoramento che non come un’apertura sui temi della sostenibilità ambientale. L'amministrazione americana, grazie anche al sostegno del premier inglese Tony Blair, punta da tempo all'innovazione tecnologica, includendo in questa strategia la ricerca, lo sviluppo e l’energia nucleare.
A novembre c’è stato poi, promosso proprio da Blair, l’incontro dei G8 allargato ai principali Paesi in via di sviluppo, conclusosi onestamente con un indebolimento rispetto alla posizione assunta dall’Unione europea a marzo, incentrata su obiettivi incisivi di riduzione al 2020 e che ha visto tornare nuovamente il nucleare tra le opzioni sul tavolo delle trattative.
C’è stato, infine, il recente cambio della leadership politica tedesca, che ha indebolito certamente il fronte dei Paesi più esposti sui temi climatici.
Tutto ciò ha fatto emergere il cosiddetto “approccio minimalista”, cioè cali di tensione della comunità sulle emergenze climatiche e negli sforzi per ridurre i rischi ambientali nonché fasi di stallo nei vertici e nelle trattative internazionali. In tale contesto l’opera di sensibilizzazione civica sull’importanza dei processi di sostenibilità ambientale appare strategica. Va rafforzata, anche nel comparto agricolo, la consapevolezza nelle aziende che devono essere attori attivi nel determinare processi positivi come portatori di sistema.
Le organizzazioni di categoria, gli organismi sociali, le espressioni migliori della società civile, in tale processo comunicativo, assumono un ruolo di rilievo. Devono non solo garantire una costante opera di diffusione, di somministrazione e di salvaguardia delle buone pratiche, ma anche una tutela dell’istituto della concertazione, basilare ad ogni livello, da quello locale fino a quello della cooperazione internazionale, quanto mai centrale per condurre efficacemente in porto gli impegni per la salvaguardia dell’ambiente. Non a caso la collaborazione tra gli Stati è una costante di tutto il processo diplomatico che ha condotto a Kyoto. Che ha le sue radici a Berlino con la Prima conferenza delle parti firmatarie della Convenzione sui cambiamenti climatici.
Nella città tedesca, nell’ormai lontano 1995, s’individuò un Gruppo per la predisposizione di un protocollo e di una piattaforma per il negoziato da svolgersi entro la terza conferenza di Kyoto.
In Germania nacquero quindi le misure normative e operative per ridurre le emissioni dei gas serra, da raggiungere soprattutto attraverso la realizzazione di progetti comuni tra i Paesi più industrializzati (“Joint implementation”) o con Paesi in via di sviluppo, impiegando tecnologie più efficienti ed energie rinnovabili, nonché per mezzo del commercio internazionale dei permessi di emissione, la cosiddetta “Borsa dei fumi” (“Emissions trading”). S’individuò, appunto, nella collaborazione e nella concertazione, anche attraverso il trasferimento di tecnologie e know-how, la vera forza del protocollo.
Quando però, nel 1997, la città giapponese vide la nascita dell'accordo, fu rilevante l’assenza di diversi Paesi, in primis degli Stati Uniti. Un’assenza quanto mai “rumorosa”.
Il presidente statunitense Gorge W. Bush, del resto, s’è mostrato sempre contrario ad ogni obiettivo definito di riduzione delle emissioni. E grazie al peso americano nello scacchiere internazionale, nessun Paese in via di sviluppo sarà mai disponibile a prendere in considerazione un proprio impegno fino a quando il principale responsabile delle emissioni non farà la sua parte.
Gli stessi americani, nel luglio 2005, hanno stipulato con Australia, Cina, Corea del Sud, Giappone e India, cioè con Paesi che da soli producono il 40% dei gas serra responsabili del riscaldamento del Pianeta, quell’altro patto - “Partnership dell'Asia-Pacifico per lo sviluppo pulito ed il clima” - ormai comunemente indicato come “l’anti-Kyoto”. Una strategia diversa, più accomodante, anche più scaltra, soprattutto meno penalizzante per l'economia, di cui occorre tenere conto, anche perché viene da quelle economie emergenti che determineranno una forte crescita nei consumi energetici. Secondo il “Business as usual scenario” del World energy outlook 2005, dell'Agenzia internazionale dell’energia, il consumo mondiale di energia potrebbe crescere tra il 2004 e il 2030 di circa il 55%, determinando un aumento delle emissioni globali di Co2 di almeno il 60% in più rispetto ai livelli attuali.
E sarà proprio lo scenario energetico ad attendere le prossime e più impegnative prove politiche internazionali. Una raccomandazione del Parlamento europeo dello scorso settembre indica nell’1,5% annuo la quota di risparmio energetico che gli europei dovranno raggiungere in tempi molto brevi. Mentre, secondo i dati di Terna, l’Italia consegue poco invidiabili primati nei consumi elettrici, avendo oltrepassato di recente la soglia dei 54.200 megawatt ora.
Il ruolo dell’agricoltura anche nel campo energetico, come abbiamo già visto, appare allora basilare.
Alle fonti rinnovabili e al relativo indotto, dalle tecnologie verdi alla certificazione ambientale, e alle produzioni alternative dovrà allora essere dato quel ruolo strategico, anche in linea con le indicazioni europee al 2010.
Scadenze sempre più vicine che ci fanno capire come gli impegni per ridurre le emissioni sono una cosa seria. E che, occorre esserne coscienti, tutto ciò avrà anche un costo enorme. Mirare alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra è una scelta pregna di conseguenze. I modelli macroeconomici stimano che l'Europa perderà, al 2010, tra lo 0,5 e il 2% del suo prodotto interno lordo se vorrà raggiungere tali obiettivi. Per l'Italia si parla di 2 punti di Pil, con ricadute anche sul fronte occupazionale. Per cui non possiamo essere solo noi europei a sopportare ulteriori sacrifici. La collaborazione tra gli Stati è una condizione imprescindibile. Ed il ruolo di ogni singolo cittadino, di ogni produttore agricolo, di ogni attore sociale, sarà sempre più strategico.
Ecco perché la sfida prioritaria che ci attende è quella di far entrare in un nuovo protocollo globale quei Paesi attualmente fuori Kyoto. Ed è necessario fare in fretta in quanto sono sempre più evidenti i segnali del cambiamento del clima, dalla netta variazione delle temperature rispetto alle medie stagionali fino al ritiro dei ghiacciai, al restringimento dei laghi africani, all’aumento della potenza e del numero degli uragani, alla riduzione di ossigeno nei corsi d’acqua. Cambiamenti che, sconvolgendo le riserve, avranno pesanti ricadute sulle produzioni e sui mercati.
“Uggianaqtuq” è la parola che gli esquimesi Inuit, i primi testimoni dei cambiamenti climatici, utilizzano per indicare qualcosa che non va per il verso giusto. Un termine, decisamente ermetico, ma che sta diventano di gran moda tra chi oggi tiene al territorio. (Giampiero Castellotti - 2006)






















