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FISIOCRAZIA
ROMA – In Val di Susa ancora si aggira qualche fantasma neofisiocratico. Reduce da sabba naturalistici, tregende etniche, pandemoni filosofici. Cui nemmeno le randellate dei celerini sono riuscite ad imporre il silenzio. Probabilmente la stessa anima di François Quesnay, medico di Luigi XV e leader dei “disobbedienti fisiocratici”, particolarmente scossa da questa strana Tav italo-francese, s’è diabolicamente incuneata tra quegli oltre centomila “resistenti” che hanno detto no a sua maestà il Progresso. A colpi di nostalgie bucoliche, indefesso ambientalismo e appunto, di forti e inconsapevoli abbandoni neofisiocratici.
Del resto lo stesso termine “Progresso”, per secoli sinonimo di crescita e di sviluppo, oggi comincia a far paura. Beppe Grillo, il comico che in questa paradossale contemporaneità è assurto a “guida spirituale” di folle sempre più estese (il suo blog è uno dei più cliccati al mondo), lo ha definito “una locomotiva in discesa e senza freni”. Di certo l’immagine del progresso associata a macchine enormi e potenti, strepitanti e rimbombanti, cara a Filippo Tommaso Marinetti e ai futuristi all’inizio del secolo scorso, andrebbe superata. E’ questa visione che dovrebbe progredire, la stessa idea di progresso che dovrebbe evolversi. Tre lettere contro tre lettere: i bit al posto della tanto dibattuta Tav.
Sarà quindi a causa della globalizzazione delle preoccupazioni - alimentate da iceberg di “finanza creativa” che coprono montagne di debiti e sogni di grandi opere che offuscano le ragnatele in tanti cantieri italiani – ma tutto ci si poteva aspettare in questo assaggio di nuovo millennio meno che il sinuoso riaffiorare della fisiocrazia. Dottrina economica “tutta d’un pezzo”, liberale ma a suo modo rivoluzionaria, non certo di primo pelo: si affermò in Francia nientemeno che a metà del settecento. In epoche in cui si risolvevano molti problemi tagliando le teste ai Re. Ed anche a qualche “onorevole” deputato.
Forse perché Maastricht era ancora un’anonima cittadina di provincia, senza grandi accezioni, e gli avi di José Manuel Barroso probabilmente coltivavano le ubertose zolle della periferia di Lisbona, fatto sta che l’Europa del dispotismo illuminato fu completamente unita e intrigata dal pensiero fisiocratico. Grazie ad un diktat molto elementare: gli uomini lascino l’ordine congenito delle cose. Cioè non facciano danni con quelle loro manacce. Perché tutto s’aggiusta. Basta non mettervi troppo il braccino.
E’ il trionfo del “dominio della natura”, come ci spiega anche l’etimologia della parola “fisiocrazia” (dal greco “phsis”, natura, e “kratêin”, dominare). La natura non è “cosa morta” o “informe estensione”, ma potere, energia, creatività. Cioè ambiente, proprietà terriera e ricchezza. Con un po’ di benedizione di Dio. Una specie di traduzione laica della provvidenza divina.
L’ordine innato della società, secondo i fisiocratici, è quindi analogo a quello che si ritrova nella natura fisica. Il diritto è naturale perché è così l’oggetto cui rivolge la sua attenzione. Anche la proprietà privata è naturale quale garanzia oggettiva che il soggetto è ancorato al mondo. E l’unico fattore di produzione in grado di generare valori aggiunti è proprio l’agricoltura. Insomma, viva la campagna, come recitava un vecchio motivo di Nino Ferrer, cantante - guarda caso - italofrancese.
La conseguenza del pensiero fisiocratico è pertanto l’esaltazione dell’ambiente e del lavoro agricolo, attività umana capace di assicurare la vera ricchezza di una nazione: solo la terra può fornire un “prodotto netto”, un surplus rispetto agli investimenti apportati. Se l’agricoltura è in grado di produrre, viceversa l’artigianato e la manifattura, cioè le industrie, sono buone soltanto a trasformare. E il commercio rappresenta un mero scambio di beni e di servizi con un limite innato: gli ostacoli (le dogane, i dazi), artificiosamente creati dagli Stati al passaggio della ricchezza da un luogo all'altro, rappresentando un freno per la vera prosperità. Pertanto, per i fisiocratici, la classe degli imprenditori agricoli è produttiva, mentre artigiani, commercianti, manifattori e liberi professionisti costituiscono la classe sterile. E addirittura il clero e i funzionari pubblici si identificano con la classe oziosa.
Potrebbe essere linfa vitale per tante vittime di ideologie novecentesche. E delle loro distorsioni. Ma anche per tangentisti pentiti, metropolitani stressati, capitalisti in crisi d’identità, ultrà equosolidali, fondamentalisti laici. Musica idonea, ad esempio, per le orecchie di Lester Brown, uno dei più importanti analisti dell'ambiente, fondatore del Worldwatch Institute, e definito dal Washington Post “uno dei più influenti pensatori del mondo”. Le sue previsioni farebbero accorrere schiere di adepti al sepolcro di monsieur François Quesnay.
“La nostra economia globalizzata – scrive Brown nel suo ultimo libro “Plan B 2.0” (liberamente scaricabile dal sito www.earth-policy.org) – è giunta, dal punto di vista ambientale, ad una soglia oltre la quale non sia più sostenibile dalla Terra. La Cina ha superato abbondantemente gli Usa nel consumo di tutta una serie di risorse di base, come il grano, la carne, con la sola eccezione del petrolio. Qualora l'economia cinese dovesse continuare ad espandersi al ritmo dell' 8% l'anno, il reddito per abitante raggiungerà quello americano nel 2031. A quel punto i cinesi, che saranno oltre un miliardo e 450 milioni, consumeranno risorse in quantità ben maggiori di quanto il mondo non ne stia producendo al momento. La sostenibilità dello sviluppo economico dipende dunque dal passaggio ad un modello economico basato sull'energia rinnovabile, sul riciclo e sul riuso dei materiali nonché su un sistema diversificato di trasporto. Business as usual - il piano A - non ci può condurre verso il futuro al quale vogliamo puntare. E' il momento di passare al piano B, e di incominciare a costruire una nuova economia ed un nuovo mondo”.
Brown parla di “ridare un equilibrio al sistema terrestre”. E scrive che esempi di questo nuovo modello possono essere visti “nelle fattorie alimentate ad energia eolica, nella riforestazione in Corea del Sud e nelle strade dedicate alle biciclette di Amsterdam”.
C’è qualche seme neofisiocratico anche nella testa di Brown? E di quei tanti “allarmisti” che ogni giorno, spesso a ragion veduta, ci mettono in guardia sui disastri provocati o provocabili dalle azioni umane, dal semplice uso degli spray alle deforestazioni di massa? C’è qualche traccia di fisiocrazia anche in quegli economisti che denunciano le distorsioni del capitalismo? Che ci sbattono in faccia i dati finanziari delle principali aziende italiane (vedi tabelle pubblicate sul quotidiano “Sole 24 Ore”) con una Telecom Italia ad oltre 50 miliardi di debiti, la Fiat ad oltre 32 miliardi, l’Enel ad oltre 25 miliardi e Autostrade ad oltre 10 miliardi (tre su quattro caratterizzate da monopolio di fatto, incassi continui e tariffe superiori alle media europea)?
Certo, i fisiocratici - razionalisti, entusiasti, ottimisti ed un po’ visionari – hanno risentito della propria società fondamentalmente agricola. E dissero anche tante altre cose. Alcune decisamente ingenue. Ma, in pochi e intensi anni di ottima promozione di sé stessi e delle proprie idee (anche attraverso la comunicazione, vedi il “Journal de l'agriculture, du commerce et des finances” diretto dal giovane Pierre-Samuel Dupont e tante pubblicazioni di successo), influenzarono nientemeno che l’illuminismo. Scusate se è poco.
Su questa dinamica e un po’ dimenticata lobby intellettuale francese, intenta a discutere di grani e di conti pubblici, portata a difendere con vigore e voglia di rinnovamento la proprietà e il libero mercato, si sta riaccendendo qualche riflettore. Convegni, pubblicazioni e soprattutto qualche interrogativo: ma, in fondo, qualche cosa di sensato l’hanno pur detta? Certamente la pattuglia francese, con appendici soprattutto nell’Italia meridionale, concorse a sviluppare la nazione-guida del continente, la “grandiose France”, motore d’Europa tra rivoluzioni, primati economici e demografici e tanta vita culturale. La loro fu una vera e propria strategia volta a condizionare i destini futuri, compresi quelli della politica.
Riproporre oggi segmenti del pensiero fisiocratico, pur nel crollo e nel vuoto delle ideologie, appare indubbiamente una provocazione. Volta, come del resto fecero gli stessi fisiocratici nel settecento, ad orientare una vita politica ed una condizione economica che, soprattutto sul fronte etico, appaiono non meno compromesse di quelle di qualche secolo fa. Una neofisiocrazia capace di contrastare l’attuale mercantilismo contraddistinto da un pragmatismo senza regole, di rilanciare l’agrarismo attraverso una circolazione davvero libera ed equa delle merci, di svincolare l’economia da controlli politici sempre più soffocanti e degradanti, di sottrarre all’arte di governare l’idea della mera gestione non assoggettata a criteri di giudizio, di garantire nuova centralità al settore dei beni primari con la contemporanea esigenza di una sua reale modernizzazione. Idee non proprio balzane. Il dibattito è aperto. Scrive Grillo: “In questo folle su e giù per il pianeta di aerei, navi, traghetti, camion e treni sempre più Tav chi ci guadagna è il commercio e non più la produzione. Anzi, il contadino, l’artigiano vengono espulsi dal sistema produttivo e dagli ipersupermegamercati, punti di carico e scarico delle merci del pianeta. Sentinelle delle multinazionali che ci dicono cosa mangiare attraverso l’informazione e la pubblicità. E se poi la carne, il miele, il latte prodotti localmente sono più sani e costano meno, chi se ne frega”. E se anche lui fosse posseduto da François Quesnay? (Giampiero Castellotti) -----
Il parere dell’economista Scacciavillani:
“Il sottile fascino della fisiocrazia…”
di GIAMPIERO CASTELLOTTI
(febbraio 2006)
ROMA – Una chiacchierata sulla fisiocrazia, tra il serio ed il faceto, con un illustre economista internazionale, l’italianissimo Fabio Scacciavillani. Laurea alla Luiss di Roma, Ph.D. in economia all'università di Chicago, esperienze professionali in Confindustria a Roma, al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte fino al ruolo di executive director di Goldman Sachs, la nota banca d'investimenti americana da cui proviene anche Mario Draghi, neogovernatore di Bankitalia. Attualmente Scacciavillani è direttore per l’Italia di Oxford Economic Forecasting, uno dei leader mondiali nel campo degli studi economici.
- Dottor Scacciavillani, è avvertibile un certo “venticello fisiocratico” che soffia criticamente sullo scenario attuale, non certo esaltante, della nostra economia?
“Gli echi della vis polemica fisiocratica rimbalzano in ambiti e contesti talvolta inaspettati. Prendiamo le cronache estive sui “furbetti del quartierino”. Ad un certo punto illustri polemisti, peraltro non disinteressati, si sono accapigliati a mezzo stampa e tv sull’annosa questione se fosse più nobile la produzione di scarpe (Della Valle) oppure la compravendita di immobili (Ricucci & Co.), il sudore della fronte oppure la speculazione finanziaria dai paradisi off-shore…”.
- E che cosa ne avrebbero dedotto i fisiocratici?
“Quesnay ed i suoi seguaci non avrebbero avuto dubbi: Ricucci, Consorte, Gnutti, Fiorani, Billé (e Fazio a fortiori in quanto burocrate e quindi ostacolatore dell’ordine naturale) avrebbero avuto un posto d’onore nell’empireo della “classe sterile”. Ma chissà se gli spiriti acuti dei fisiocratici avrebbero colto l’ironia dello spettacolo estivo: i post comunisti a rilasciare interviste in difesa degli immobiliaristi e il capitalista Della Valle a rivendicare la centralità della fabbrica. La chioma laccata di Montezemolo issata come stendardo della produzione industriale, quella vera, misurata in tonnellate e non in dati Auditel. La Storia accelera, rimescola le carte, a volte cambia i mazzi e qualcuno ha il sospetto che bari. Prendete il caso del signor B. Avrebbe mai immaginato Quesnay l’ascesa di un uomo al vertice della ricchezza economica, del potere politico e dell’influenza mediatica grazie alla televisione, quintessenza dell’immateriale e quindi della sterilità?”
- Diventa quindi difficile, alla luce attuale, collocare con esattezza il pensiero fisiocratico?
“Non proprio. Per spiegare in chiave moderna la visione fisiocratica potremmo ricorrere alla dicotomia tra software e hardware. Quesnay ed i suoi seguaci prediligevano l’hardware, il prodotto, il tangibile. Questa enfasi sulla quantità, due secoli dopo, ha una vaga reminiscenza di Gosplan, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano e sarebbe vagamente paradossale visto che i fisiocratici erano soprattutto dei liberisti”.
- Cosa rimane, allora, della lezione fisiocratica, in un mondo che evolve verso il virtuale?
“In primo luogo l’idea che ci sia un ordine naturale a guidare l’economia e quindi l’abolizione degli ostacoli all’iniziativa privata ed ai commerci. In secondo luogo il ruolo cruciale della proprietà privata nello stimolare i miglioramenti produttivi e nel garantire la sicurezza che il frutto dei propri sforzi non venga espropriato a vantaggio di altri. In terzo luogo l’importanza della natura, o, come si direbbe oggi, delle risorse ambientali”.
- Dove il pensiero di Quesnay e compagni, due secoli dopo, mostra la sua debolezza?
“La fallacia delle idee fisiocratiche riguardano l’enfasi sulla produzione dei beni fisici a discapito di quelli immateriali, quindi la predilezione per “la roba” di verghiana memoria e un disprezzo nemmeno tanto vago ad esempio verso il capitale umano, la ricerca, l’efficienza dei servizi, la rapidità dei trasporti, il commercio, ed i servizi in genere.
- Tirando le somme?
“Sui primi tre punti - l’abolizione degli ostacoli all’iniziativa privata ed ai commerci, il ruolo della proprietà privata e l’importanza delle risorse ambientali - la lezione fu e continua ad essere di enorme importanza, contribuì alla demolizione dell’eredità feudale in Europa e preparò il terreno politico al liberalismo economico. In tempi in cui ogni riunione del Wto, da Seattle in poi, è accompagnata puntualmente da manifestazioni di rigetto e scontri fisici tra dimostranti e forze dell’ordine, si capisce che l’assorbimento di quelle lezioni è tutt’altro che completo. Sul quarto punto - l’enfasi sulla produzione dei beni fisici - più di due secoli dopo cogliamo chiaramente l’ ingenuità. Era un errore, per l’epoca non era facile da intuire, tant’è che fu ripetuto nel secolo successivo da Marx, anche se nel frattempo ne avevano illustrato chiaramente la falsità i seguaci di Adam Smith e più tardi gli utilitaristi. Richiamando la metafora precedente, l’hardware senza il software rimane un costoso ma inutile assemblaggio di circuiti. Non è la quantità prodotta il fattore chiave, ma la desiderabilità del prodotto per il consumatore, o, come dicono gli economisti, la sua utilità. Insomma è inutile produrre, tanto per fare un esempio, burro che nessuno vuole mangiare. Una tonnellata di burro destinata a marcire nei magazzini dell’Unione europea non porta beneficio alcuno, mentre sarebbe più proficuo per la collettività - e per il reddito degli agricoltori - privilegiare l’agricoltura di qualità, la certificazione dell’origine, la genuinità del prodotto. Insomma le produzioni di massa al giorno d’oggi non portano ricchezza e per quanto protette dalle politiche agricole comunitarie hanno un futuro incerto. In un mondo dominato dalle multinazionali del cibo standardizzato, il settore agroalimentare italiano ha il potenziale per diventare una specie di Cartier del gusto. Se solo si smettesse di produrre per l’ammasso”. -----
Sintesi del pensiero dei fisiocratici:
“Gli agricoltori? Il motore della società”
di ROBERTO COLELLA
(febbraio 2006)
“Libertà e agricoltura”. E’ questo il motto del pensiero fisiocratico diffusosi in Francia nel Settecento. Creatore e condottiero della scuola fisiocratica fu Francois Quesnay, uno dei pensatori più importanti del tempo. A lui si sottomisero con dedizione assoluta diversi discepoli come Victor Mirabeau, Le Trosne, Bandeau, Dupont de Nemours e altri.
Le idee fisiocratiche hanno avuto una notevole importanza pratica poiché ispirarono tutta la campagna per ottenere la libertà nel commercio dei cereali, la definitiva soppressione delle dogane interne e, dopo il 1789, anno della rivoluzione francese, contrassegnarono quasi tutta la legislazione economica dell’Assemblea Costituente.
I fisiocratici trasferiscono i presupposti del diritto naturale in campo economico unendo la filosofia politica all’economia. Allo Stato spetta solo il compito di armonizzare le leggi umane con quelle naturali e cioè di abolire ogni regolamentazione che intralci l’ordine economico naturale. Le leggi naturali, sempre secondo i fisiocratici, sono “le più perfette” perché conducono al massimo della felicità individuale.
Per Quesnay, la forza di produzione, la forza di Stato è rappresentata dalla produzione della terra. Produrre significa moltiplicare la quantità della materia impiegata. Produce chi ricrea il bene consumato, accrescendone la quantità. Non produce invece chi opera su un bene e lo ripresenta solo sotto nuova forma, senza accrescerne la quantità. Chi prende della farina e la panifica, non aumenta né produce farina, e nemmeno produce pane, ma semplicemente trasforma la farina in pane. Produce chi, invece, seminando un chicco di grano raccoglie una spiga o chi dal nocciolo fa crescere un ciliegio.
La scuola fisiocratica vede la popolazione suddivisa in tre classi: i proprietari del suolo, la classe produttiva degli agricoltori e la classe sterile comprendente arti, industria, artigianato e commercianti. Quest’ultima è una classe improduttiva in quanto non crea ricchezza nuova. La classe degli agricoltori fornisce alla classe sterile le materie prime, i mezzi di sussistenza ed i generi di consumo vitale. La proprietà della terra è indispensabile. Senza di essa l’uomo non avrebbe alcuna convenienza a migliorarla e ad investire in essa il frutto del proprio lavoro.
Il commercio per i fisiocratici è sterile perché non produce e serve solo a trasportare e a vendere quello che il suolo produce. Il denaro è visto solo come uno strumento di circolazione e un mezzo di scambio.
In concomitanza con la diffusione della teoria fisiocratica, nel 1776 Adam Smith pubblicava “l’Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”. Nasceva così il liberismo caratterizzato dal libero agire economico privo dell’intervento legislativo dello Stato.
Due diverse concezioni economiche, anche se il pensiero fisiocratico nella storia sarà servito come lo stimolo e la spinta ad una formulazione più scientifica e più completa intesa a rivoluzionare il mondo economico. -----
Diego Fusaro: “I fisiocratici?
La forza della natura…”
TORINO - Diego Fusaro, torinese, ha fondato e dirige uno dei principali siti internet italiani di filosofia (“La filosofia e i suoi eroi”, www.filosofico.net), punto di riferimento per il dibattito filosofico on line. I suoi principali ambiti di indagine sono il pensiero marxista (nelle sue molteplici declinazioni otto-novecentesche), il pensiero francese tra cinquecento e seicento, il pensiero greco (in particolare l’atomismo democriteo-epicureo) e l’eredità che esso ha lasciato al mondo latino.
Maturità classica con menzione al liceo classico “Alfieri” di Torino, discutendo una tesi sul giovane Marx interprete della classicità greca e, in particolare, del materialismo democriteo ed epicureo, laurea in filosofia della storia con lode, con tesi “Filosofia e speranza. Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx” (relatore il professor Enrico Donaggio), pubblicata in forma accresciuta presso la casa editrice “Il Prato” di Padova.
Con Bompiani, insieme a Giovanni Reale e Giuseppe Girgenti, ha pubblicato le traduzioni di: “Marx, differenza tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicureo” (2004), e – con Salvatore Obinu – “M. Montaigne, Apologia di Raymond Sebond” (2004).
Conosce il latino, il greco, il francese, l’inglese e il tedesco.
- Dottor Fusaro, ci può riassumere il pensiero dei fisiocratici, contestualizzandoli nell’epoca storica in cui si sono espressi ai massimi livelli?
“Come è noto, nel XVIII secolo il dibattito sul liberalismo e sul suo sviluppo in ambito economico – il liberismo – trovò espressione in due diverse posizioni, per molti versi riconducibili alle specificità delle due nazioni nelle quali fiorì tale dibattito: se nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale esso si incarnò nella posizione dell’economia politica classica (il cui principale esponente è Adam Smith), in Francia – ove l’agricoltura aveva ancora un ruolo predominante – esso fu portato avanti dai cosiddetti “fisiocrati”, il cui programma è ottimamente compendiato nel nome: “fisiocrazia” è infatti un composto che significa, letteralmente, “forza della natura” (dal greco fùsis e kràtos). Questi autori, tra i quali ricordiamo Quesnay, Mercier de la Rivière, Dupont de Nemours, Turgot e Condorcet, erano fermamente convinti che i processi socio-economici quali la produzione, la circolazione e la distribuzione delle merci fossero ritmati dall’ordine della natura, un ordine che non di rado essi assimilavano al ciclo della produzione e della circolazione del sangue nel corpo umano. Il punto cardinale della teoria fisiocratica è la teoria del “prodotto netto”, secondo la quale è soltanto dalle attività economiche naturali, vale a dire legate alla terra, che scaturisce il prodotto netto (determinato dalla differenza tra il prodotto lordo e i costi di produzione): l’inaggirabile conseguenza è che soltanto le attività naturali sono effettivamente produttive e dunque degne di essere praticate”.
- Quanto c’è di Rousseau in tutto ciò?
“Ovviamente molto. In questa infinita e, per molti versi, ingenua fiducia nella natura, con il conseguente auspicio di un ritorno ad essa, non è certo difficile scorgere la lezione di un philosophe di prim’ordine come Jean-Jacques Rousseau. Il marcato orientamento liberista dei fisiocrati ben affiora nella misura in cui essi si dichiarano contrari a ogni interferenza (dello Stato e, in generale, delle leggi) finalizzata a correggere l’ordine della natura: tale avversione al tentativo di controllare e orientare i processi naturali trova espressione nel famoso motto fisiocratico “laissez faire, laissez passer”, col quale i nostri autori intendevano mettere in luce come, anche di fronte alle crisi più gravi, la soluzione migliore consistesse nel lasciare che la natura stessa seguisse il suo corso regolare. Poste queste premesse, non è difficile capire perché la fisiocrazia abbia insistito tanto sulla necessità di lasciare ai privati piena libertà per quel che concerne la proprietà, il lavoro e il commercio. Il progetto fisiocratico trovò una sua concreta applicazione grazie a Turgot, il quale operò alla corte di Luigi XVI: di fronte all’imperversare delle grandi carestie, Turgot optò coerentemente per il non-intervento statale, sperando che fosse l’ordine naturale stesso a provvedere: ma fu una vana speranza che, da un lato, costò il licenziamento a Turgot e, dall’altro, rivelò la problematicità e lo scacco della teoria fisiocratica”. -----
Il Pensiero illumina i soprusi
di JACOPO AGNESINA
(febbraio 2006)
Può avere una qualche utilità lo studio della storia del pensiero? Si tratta di una mera ricerca antiquaria? Di una ricerca che preserva testi e idee considerandoli alla stregua di reliquie, di cocci, risalenti ad un lontano passato, da collocare in un immaginario – e statico – museo? La risposta, ovviamente, è negativa.
La storia del pensiero, rispetto alla storia strictu sensu, impone un approccio dialettico, attivo, dinamico. Nel momento in cui, per esempio, ci si accinge alla lettura di Cartesio si instaura con lui un dialogo, un confronto tra le proprie idee e le sue: lo si confuta, lo si ascolta, gli si parla.
Questo lavoro, come recita un adagio caro all’ermeneutica, ci può far “comprendere l'autore meglio di quanto egli stesso si comprendesse”. Esso ci è di fronte, come se il suo scritto interloquisse con noi. Con una differenza: il mondo in cui viveva l’autore è radicalmente diverso dal nostro. Valori, ritmi di vita, background culturale sono differenti. Tutto ciò non va dimenticato per non cadere nel tranello opposto alla mitologia antiquaria: non dobbiamo cogliere il suo pensiero e, tale quale, riportarlo al presente. Non dobbiamo cadere in anacronismi, nemici della vera comprensione storica.
Tale approccio dinamico, epurato dai rischi descritti, può essere un ottimo strumento per avvicinarsi alla fisiocrazia, pensiero, in senso tecnico, superato; la scienza economica, in virtù dell’esperienza, si è evoluta ed il mondo, negli ultimi tre secoli, è mutato radicalmente. Per usare una terminologia cara allo storico Skinner, le condizioni cui il loro pensiero voleva rispondere sono cambiate.
Nonostante tali cautele, però, possiamo trarre valide ispirazioni dalle loro teorie.
La fisiocrazia poneva al centro, come rivela l’etimo, la physis: la natura. In tale prospettiva solo l’agricoltura aveva una funzione realmente produttiva; che, perciò, non doveva essere ostacolata da vincoli costituiti da dazi e imposte doganali, utili solo ad arricchire le classi improduttive ed oziose. I fisiocratici, in forza di tematiche illumistiche affini al mito del “buon selvaggio” e al giusnaturalismo, propongono di lasciare che l’ordine naturale delle cose si realizzi. Sicché, il ruolo della natura, lungi dall’essere passivo, rivendicava l’attività propria degli esseri viventi: la generazione.
Da allora sono passati duecento anni di sfrenata industrializzazione che ha guardato alla natura come ad una macchina al servizio esclusivo dei bisogni dell’uomo. Essa ci ha portato, come sgradevole dote, il degrado ambientale. Si possono individuare molti base teoriche di questo sfruttamento; in filosofia, ad esempio, con l’abbattimento idealistico della cosa in sé, si sono aperte le porte all’uso smodato delle risorse; solo Feuerbach, voce fuori da coro nella sinistra hegeliana, parlò di una “natura non umana”: di quell’entità con la quale l’uomo deve fare i conti. Entità incontrollabile e che in un certo senso ci domina.
In quest’ottica, al termine di una stagione di soprusi, il pensiero fisiocratico, opportunamente sviluppato, può essere di notevole interesse. L’uomo contemporaneo, per continuare la propria vita, deve ritrovare l’armonia con la natura, e lo può fare solo riconoscendole uno status di ente e non di semplice strumento. Solo la natura è produttiva, ci permette di vivere; solo la terra ci dà il grano, ci dà i frutti. La nostra esistenza, non solo la ricchezza, è vincolata a lei, alla sua salute.
Il libero scambio dei prodotti della terra, reso più efficace dalla velocità dei mezzi di trasporto del ventunesimo secolo, è di notevole importanza per il benessere dell’uomo. Ma, come ogni società liberale ha bisogno di regole che ne garantiscano i fondamenti, allo stesso modo un’agricoltura “liberale” ha bisogno di norme che diano ad ogni soggetto, ad ogni agricoltore, pari possibilità di competere sul mercato. Il liberalismo propugnato da Locke era fondato sulla proprietà privata, ed il ruolo svolto dallo Stato era quello di vigile di questa proprietà: solo all’interno di un sistema garantista, in cui ci siano regole certe per il mantenimento della proprietà, si può dare una società libera. Similmente, nel sistema agricolo contemporaneo servono regole chiare, garantite da organi sopranazionali, a tutela di quella armonia di cui si diceva sopra: ora sì, in questo sistema di regole certe, il mercato può essere realmente libero, equo, e premiante della qualità del prodotto.
Jacopo Agnesina è studioso di storia della filosofia presso l'università del Piemonte Orientale. Ideatore e curatore di www.Portalefilosofia.com, è co-fondatore e amministratore del forum www.filosofia.eu.org. Ha curato, con introduzione, note e appendici, per la casa editrice Il Prato (Padova), un’edizione del “Trattato decisivo” di Averroé (2005).
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