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ETICA D'IMPRESA
ROMA - Il pianeta industrializzato è spaccato esattamente a metà. Rinnovando divisioni, un po’ semplicistiche, tra “buoni” e “cattivi”.
Da una parte, soprattutto nei paesi del terzo mondo, agiscono i “cattivi”, cioè le organizzazioni economiche finalizzate unicamente alla massimizzazione del profitto. In genere si tratta di multinazionali che non hanno scrupoli sul fronte della distruzione dell’ambiente o dell’impiego di manodopera minorile. Colossi industriali resi forti anche dall’apprezzamento acritico e senza riserve, da parte di molti consumatori, circa i risultati ottenuti, la globalizzazione dei loghi ed il fascino dei prodotti commercializzati. Alcuni noti marchi del settore abbigliamento sportivo e dell’agroalimentare sono stati spesso inseriti in questa categoria.
C’è poi l’altra metà del cielo. Una classe di imprese coscienti che un attore economico sia anche un soggetto sociale chiamato a rispondere a ben altri criteri rispetto alla semplice logica degli utili. Ad esempio a garantire - al di là del puro risultato economico - affidabilità, qualità, conformità alle regole, rispetto dei diritti umani, attenzione alla gestione ambientale. Insomma ad incarnare un ruolo socialmente responsabile.
Nel dualismo tra i diversi comportamenti economici - quello cinico e quello responsabile - negli ultimi anni sta diventando sempre più strategico il peso di un’opinione pubblica che pone maggiore attenzione al “modo” di fare impresa. Da “ricettori passivi”, i cittadini diventano “soggetti attivi”, sensibili ai consumi critici. Attraverso l’arbitrio e la cernita contribuiscono a costruire l’offerta: s’interrogano sulla correttezza degli atteggiamenti, sulla trasparenza delle azioni o sulla reputazione degli imprenditori in termini di implicazione etica, sociale e ambientale.
Questo nuovo atteggiamento del “cittadino-consumatore” sfocia in due diversi tipi di comportamento: la penalizzazione di imprese che attuano violazioni di diritti umani (è il caso dell’uso di manodopera minorile associato, come detto, a molte multinazionali dell’abbigliamento sportivo e dell’agroalimentare) e la crescente disponibilità a favorire, anche attraverso la scelta di prodotti con prezzi maggiorati, imprese impegnate nel sociale (è il caso dello sviluppo del commercio equo e solidale, dei prodotti biologici, del turismo responsabile e/o solidale, ma anche del marketing che fa riferimento ad iniziative di rilevanza sociale come la ricerca medica o a progetti di solidarietà verso popolazioni colpite da disastri naturali). Oltre l’opera del “cittadino-consumatore” non va dimenticata quella del “finanziatore” sensibile alla materia, come mostra, ad esempio, lo sviluppo della finanza etica.
L’azione di controllo di governi, di organi d’informazione, di investitori e di consumatori contribuisce poi ad orientare ed a caratterizzare in modo etico le performance d’impresa.
La spinta dell’opinione pubblica e, al contempo, le caratteristiche oggettive dei mercati globali, che vivono il conflitto tra l’innalzamento qualitativo delle richieste dei “cittadini-consumatori” e l’arretratezza sociale e istituzionale dei luoghi della produzione, determinano infatti anche l’adozione volontaria di codici etici da parte delle imprese multinazionali.
Siamo pertanto in presenza di una richiesta ben precisa da parte dei “cittadini-consumatori” e di altri attori sociali: la cosiddetta “corporate social responsibility”, per usare l’espressione coniata negli Stati Uniti, e che corrisponde alla nostra “responsabilità sociale delle imprese”. Non è un’esigenza temporanea, un’etichetta o un semplice prodotto, ma si tratta di un ambizioso percorso che passa per tappe obbligate: rispetto della legge, trasparenza delle informazioni, dialogo con tutti coloro che sono “toccati” dalle azioni intraprese. La ricerca teorica e la pratica concreta offrono una serie di indicazioni sui passaggi da compiere in tale direzione. Siamo pertanto di fronte ad una vera e propria disciplina, sempre più dibattuta, studiata e applicata, che investe campi comprendenti - tra l’altro - etica, economia, sociologia e diritto.
Un concetto totalmente nuovo
A livello storico si tratta di una materia che affonda le radici nei primi anni ottanta, come effetto della destrutturazione dell’attività produttiva e la conseguente delocalizzazione delle imprese. Fattori che hanno comportato la lacerazione di quella tradizionale corrispondenza tra ”fabbrica” e “territorio” e la frattura del rapporto di controllo e mutuo aiuto, formale e informale, tra l’imprenditore e la “sua gente”.
E’ noto che un’impresa non può sopravvivere e svilupparsi senza legittimazione pubblica. Se nei decenni precedenti la convalida sociale si fondava sulla contestuale creazione di profitto (e di benessere) diffuso per una comunità ben identificata, con i primordi della globalizzazione - e dell’impresa non legata ad alcun contesto territoriale e sociale specifico – si è passati alla necessità di acquisire la legittimazione sociale tenendo conto, nella propria attività, dei valori condivisi nell’ambiente in cui si opera. Ad iniziare dalla capacità di coinvolgimento - nella definizione di modalità operative condivise - di tutti gli “stakeholders” o “portatori d’interessi”. Cioè dipendenti, soci, clienti, fornitori, ma anche concorrenti, comunità, pubblica amministrazione, ambiente. Tale azione viene oggi promossa anche attraverso moderni strumenti quali il bilancio sociale, il bilancio ambientale, il “cause-related marketing”, la comunicazione mediatica, l’informazione pubblicitaria, la certificazione di eticità.
Per un’impresa avere reputazione equivale ad affermare che i suoi “stakeholders” hanno fiducia in essa e nel modo in cui vengono gestiti i rapporti nei loro confronti. Ricorrere a sotterfugi o stratagemmi è rischioso: furberie smascherate equivalgono ad effetti devastanti sull’immagine dell’azienda.
Pertanto la “responsabilità sociale delle imprese” scaturisce da un’esigenza di correzione spontanea dei modelli di azione imprenditoriale dominanti nel capitalismo anglosassone, ma si rivela capace di penetrare, sempre più capillarmente, anche nei modelli europeo-continentali, che pure avevano preferito, tradizionalmente, affidarsi ad altri dispositivi di riequilibrio. Gli analisti giudicano con interesse questo “segnale positivo” accettato, sia pure tra riserve e contraddizioni, da un capitalismo capace di “farsi riflessivo”. C’è insomma la coscienza di un mutato “framework” interpretativo, che modifica sostanzialmente la struttura interna delle organizzazioni e il loro rapporto con gli altri, siano essi individui o collettività.
Una storia recente
Alla fine dello scorso millennio la dottrina dell’etica sociale ha ricevuto ulteriori impulsi. Subito dopo il summit di Rio de Janeiro (1992) e la stesura di Agenda 21, le Nazioni Unite hanno invitato espressamente le grandi aziende, ed in particolarmente le multinazionali, a definire accordi commerciali che contemplassero i diritti umani e il rispetto dell’ambiente. Siamo nell’epoca delle radicali trasformazioni che investono l’organizzazione interna delle imprese fino all’approdo alla cosiddetta “fabbrica post-fordista”. Alterazioni che depotenziano l’efficacia dei tradizionali strumenti di fidelizzazione all’azienda, di controllo dei comportamenti e di incentivazione della produttività dei collaboratori.
Nel luglio 2000 il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha invitato i leader dell'economia mondiale ad aderire ad un'iniziativa internazionale di supporto a nove principi universali relativi ai diritti umani, lavoro e ambiente, che avrebbe unito imprese, agenzie delle Nazioni unite, organizzazioni sindacali e la società civile. E’ “Global compact”, relativa agli investimenti delle multinazionali nei paesi in via di sviluppo. Da giugno 2004 ai nove principi ne è stato aggiunto un decimo, relativo alla lotta alla corruzione.
Dopo l’Onu anche l'Unione europea ha iniziato ad elaborare una strategia di coinvolgimento delle aziende nel progetto “responsabilità sociale d’impresa”.
Jacques Delors, presidente della Commissione europea, nel 1993 ha lanciato un appello alle imprese europee per coinvolgerle nella lotta contro l'esclusione sociale (Libro bianco “Crescita, competitività ed occupazione - Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo” (Com (93) 700). Nel 1997 è stato quindi appositamente creato un organo di consulenza.
Nel marzo 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha indicato espressamente la “responsabilità sociale d’impresa” tra gli obiettivi strategici per incoraggiare le prassi migliori in tutte le aree di attività dell'impresa collegate all'istruzione e alla formazione continua, all'organizzazione del lavoro, alle pari opportunità, all'inserimento sociale e allo sviluppo sostenibile. In tale sede è stato enunciato l'obiettivo strategico dell'Unione europea: divenire, entro il 2010, l'economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione e da una maggiore coesione sociale.
L’anno seguente è stata redatta la prima normativa europea in tema di responsabilità sociale: è il cosiddetto “Libro verde” (Com (2001) 366), documento destinato specificamente all'apertura del dibattito a livello europeo sulla “responsabilità sociale d’impresa”, intitolato “Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”. Stabilisce le linee guida per lo sviluppo della materia negli Stati membri, riconosce nella responsabilità sociale “l’integrazione su base volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”, fornendo le coordinate in base alle quali si intende muovere l’Unione europea su questo terreno.
Offre infine una prima definizione di “responsabilità sociale d’impresa” intendendola come “adesione volontaria ad un insieme di norme comportamentali volte al miglioramento della società in generale e a partire dalla dimensione interna dell'azienda”. In seguito al dibattito scaturito dall'uscita del “Libro verde”, l'Unione europea ha indetto un giro di consultazione a livello dei singoli paesi membri.
Nel luglio 2002 la Commissione ha pubblicato la “Comunicazione relativa alla responsabilità sociale delle imprese: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile” (Com (2002) 347) in cui si espone la strategia comunitaria di promozione della materia. La Commissione europea, al fine di promuovere la trasparenza e la convergenza delle prassi e degli strumenti socialmente responsabili, ha quindi costituito l'European multi stakeholder forum on Csr, che nel giugno 2004 ha prodotto il suo rapporto finale. Il forum è composto da diversi attori: sindacati, organizzazioni non governative, imprese, consumatori, società civile.
Il “Libro verde” rappresenta il quadro di riferimento nel quale si sviluppa il Progetto Csr-Sc, presentato nel novembre 2003 nel corso della Conferenza europea di Venezia. Tale iniziativa prevede un insieme di indicatori articolati in otto categorie, in base ai diversi gruppi di “stakeholder”: risorse umane; soci/azionisti e comunità finanziaria; clienti; fornitori; partner finanziari; stati, enti locali e pubblica amministrazione; comunità; ambiente. Nell’ambito dell’attuazione di tale progetto sono stati stipulati, tra il 2003 e il 2004, vari protocolli d’intesa tra il governo italiano e alcune associazioni di categoria (ad esempio Associazione nazionale dei consulenti del lavoro, Assolombarda, Confapi e Unioncamere), al fine di diffondere tra gli associati la cultura della “responsabilità sociale d’impresa”.
Lo scenario internazionale
Molti paesi europei si sono messi in luce per il varo di misure, per quanto di diversa natura e vincolatività, su questi concetti. In Francia, ad esempio, il bilancio sociale è diventato obbligatorio per legge nelle grandi e medie imprese sin dal 1977. La Danimarca nel 1994 ha lanciato una campagna di promozione della “responsabilità sociale d’impresa”. Francia, Gran Bretagna e Germania, tra il 1999 e il 2001, hanno introdotto l’obbligo per fondi pensione e/o fondi comuni di investimento di rendere conto della loro politica di investimento socialmente responsabile. Nel marzo 2000 il Regno Unito ha addirittura istituito un ministero della responsabilità sociale delle imprese. In Italia la Regione Toscana è stata la prima amministrazione pubblica italiana ad avviare un processo di cooperazione con la realtà produttiva locale e con il territorio in cui si colloca. Esito finale è stata la promozione della certificazione di responsabilità sociale SA 8000 (unico standard internazionale di certificazione rilasciato da terzi).
Nel nostro continente è stato il settore tessile, tramite l’associazione europea di categoria Euratex (che ha firmato un accordo sindacale per la garanzia dei diritti), tra i primi comparti ad essere normati. Numerose aziende hanno poi firmato accordi con i partner commerciali, dai principali clienti e fornitori ai subappaltatori di attività di servizio, per assicurare standard etici di minima (rifiuto del lavoro minorile e delle condizioni di sfruttamento umano, pari opportunità, ecc). Da ricordare anche il protocollo del 16 giugno 2004 sullo sviluppo sostenibile e compatibile del sistema bancario, nel quadro delle trattative sul rinnovo del contratto di settore.
A seguito dei diversi atti tesi alla diffusione della “responsabilità sociale delle imprese” (compresa la pubblicazione del “Libro verde”), s’è registrato lo sviluppo di un ampio dibattito internazionale intorno alla materia nonché una rilevante serie di incontri consultivi che hanno visto protagonisti, oltre agli apparati pubblici (istituzioni europee come Consiglio, Comitato economico e sociale, Comitato delle regioni e Parlamento europeo segnalano l'importanza di un approccio europeo in materia), anche le organizzazioni dei datori di lavoro, delle imprese o di altre associazioni e istituzioni. Da tali consultazioni emergono posizioni sempre più chiare e marcate ma, spesso, non concordanti. In particolare il mondo imprenditoriale evidenzia la natura volontaria del concetto di “responsabilità sociale d’impresa” che non può essere applicato in modo uniforme, tenuto anche conto della diversità degli approcci nazionali, mentre sindacati e organizzazioni della società civile sottolineano come le iniziative volontarie non siano sufficienti per proteggere i lavoratori. Gli investitori, da parte loro, mettono in risalto la necessità di migliorare la trasparenza per quanto riguarda le pratiche delle imprese. Le associazioni dei consumatori puntano invece alla diffusione di informazioni affidabili circa la produzione e la vendita di beni
La riscoperta dell’etica
Oggi, secondo molti autori, la legittimazione sociale acquisita attraverso il coinvolgimento dell’azienda in attività sociali e l’adozione di comportamenti socialmente ed eticamente responsabili, costituisce il più potente strumento di potenziamento della coesione interna. Attraverso la creazione di “corporate culture”, centrate su valori forti e su comportamenti ad elevata legittimazione sociale, le aziende ottengono condotte altamente collaborative dai propri dipendenti. Nel nostro paese vengono spesso citati i positivi esempi della Coop o della Merloni, ma anche della catena Naturasì o della società Autostrade.
Essere “socialmente responsabili” equivale quindi sia a soddisfare gli obblighi giuridici sia ad evidenziare una gestione avveduta nei confronti della popolazione e dell’ambiente in cui si opera. Le imprese “buone” soddisfano, su base volontaria, le condizioni di tutela imposte tanto da vincoli ambientali quanto dal rispetto di regole sociali e lo fanno nell’esercizio delle loro funzioni, produttive e commerciali, estendendo tale preoccupazione anche a tutti coloro che influenzano il comportamento di un’azienda o sono influenzati da esso.
La “responsabilità sociale d’impresa” mira, dunque, a favorire nuovi termini di raffronto nella valutazione della prestazione aziendale, integrando il profilo economico con componenti ambientali e sociali. In tale fase l’esercizio dell’attività economica incontra la riflessione dell’etica, disciplina veterana nella prescrizione di regole per la convivenza sociale ed elemento centrale nel concetto di “responsabilità sociale d’impresa”.
Agire in modo etico equivale all’attenta applicazione di alcuni indicatori. Ad esempio l’attivazione di pratiche finalizzate ad instaurare un rapporto con l’insieme dei “stakeholders”, costruito sulla fiducia e sulla correttezza. Per far ciò occorre individuare un punto di equilibrio, una sorta di bilanciamento tra legittime pretese e molteplici interessi (talvolta in conflitto tra loro) che legano “portatori d’interesse” e impresa. Lo strumento più efficace per raggiungere tale equilibrio è proprio l’etica d’impresa, cioè quella disciplina che applica le teorie etiche filosofiche relative ai processi di “decision-making” tipici di un’organizzazione. Essa propone l’idea del “contratto sociale” equo ed efficiente tra impresa e “stakeholders”.
Un’informazione trasparente, inoltre, consente ai “portatori d’interesse” di conoscere i comportamenti economici, ambientali e sociali di un'organizzazione. Solo da una riduzione del gap di informazioni tra dentro e fuori l'organizzazione, tra chi detta le linee di condotta e chi è dipendente, tra centro e periferia della struttura organizzativa può nascere un dialogo che è l'essenza stessa di una gestione responsabile dell'impresa o dell'ente.
Al contempo la reputazione dell’azienda rappresenta un “asset” intangibile, una sorta di “licenza di operare” che arricchisce il valore e accompagna la crescita dell’impresa. L’importanza della reputazione deriva proprio dall’instaurazione di rapporti di fiducia tra l’impresa e i suoi “stakeholders”, sia interni (collaboratori e management) sia esterni (fornitori, clienti, investitori, comunità locali, pubblica amministrazione).
Altro indicatore etico è l’atteggiamento sempre attento alle risorse umane impiegate, con il conseguente rispetto dei diritti dei lavoratori, la tutela della salute, l’assenza di forme di discriminazioni sessuali, religiose e razziali, la promozione delle risorse umane e del capitale intellettuale e umano interno all’azienda. L’organizzazione deve negoziare le condizioni di lavoro dei propri dipendenti tenendo conto di una molteplicità di fattori, che non sono soltanto quelli tradizionalmente compresi negli accordi sindacali.
Ci sono poi, come già ricordato, il rispetto dell’ambiente e l’impegno in iniziative finalizzate a contribuire al miglioramento della società (investimento nella cultura, nella ricerca, nella tutela della salute, in iniziative di solidarietà, ecc.).
A fronte degli elementi comuni, fondamentali, resta però che la responsabilità sociale è un percorso che ogni organizzazione compie in modo individualizzato, proprio perché non si tratta dell'applicazione di un modello, ma di una scelta prima di tutto interna, il cui andamento dipenderà dalla capacità di coinvolgimento di tutti nella definizione di valori e modalità operative condivise. Essere sempre più coscienti che il successo economico non dipende unicamente da una strategia intesa a massimizzare i profitti è forse il maggior risultato ottenibile con lo sviluppo del concetto di “responsabilità sociale d’impresa” (Giampiero Castellotti - 2006)






















