Giornale realizzato da giornalisti e professionisti d’origine molisana sparsi per il mondo. Sede centrale: Roma

OGM

Nonostante gli ogm siano stati approvati e commercializzati per molti anni, non esistono ricerche scientifiche sul loro impatto sulla biologia degli organismi viventi. Questo è dovuto in parte al fatto che prove di nutrizione animale non sono previsti per dare approvazione di sicurezza sia nell´Ue che, tantomeno (figuriamoci), negli Usa. Tuttavia ora sta emergendo una serie di documentazioni da un piccolo numero di esperimenti, fatti su animali, sugli effetti sulla salute e su quella che si chiama epigenetica.
L'epigenetica è una branca della biologia molecolare, che ha a che fare con la genetica, ma si occupa delle modifiche che il materiale genetico può subire durante la vita. Alcune malattie, come i tumori, hanno una base detta appunto "epigenetica". Questi studi indicano che l´ingegneria genetica è molto più imprevedibile e rischiosa rispetto all´allevamento tradizionale.
1) studi di nutrizione animale: recenti studi hanno messo in luce una gamma di seri, inspiegabili effetti derivanti dal consumo di ogm. Uno studio australiano su piselli gm ha rivelato effetti immunologici legati al trasferimento di un gene, ritenuto sicuro, a diverse specie di piante, che ha causato reazioni allergiche nei gatti.
2) Un esperimento condotto dalla stessa Monsanto ha messo in luce effetti immunologici con un aumento dei globuli bianchi nel sangue di topi alimentati con mais gm.
3) L´unico test a lungo termine (24 mesi), condotto da un gruppo italiano ha dimostrato che gli ogm possono modificare alcuni organi interni. La nutrizione di topi con il famoso mais Roundup Ready ha cambiato la struttura e il funzionamento delle cellule del fegato, del pancreas e dei testicoli.
4) Un esperimento di nutrizione di topi con mais mon 863 condotto da Monsanto ha dimostrato che i neonati avevano un peso inferiore al normale. Inoltre si è visto che il consumo di Mon 863 aveva effetti sulla composizione del sangue, con globuli rossi immaturi e alterazione dei parametri ematici.
5) Uno studio condotto in Russia ha messo in evidenza apparenti effetti generazionali degli ogm con elevata mortalità di giovani topi alimentati con soia Roundup Ready (56% di mortalità e crescita stentata dei neonati sopravvissuti).
6) Un programma finanziato dalla Fsa (Food Standards Agency) inglese ha dimostrato che l´ingegneria genetica provoca normalmente un vasto numero di modifiche genetiche e chimiche casuali nelle piante, il cui impatto sulla salute è totalmente sconosciuto.
7) Due studi inglesi, uno sugli esseri umani e uno su pecore, hanno dimostrato che quando gli ogm sono ingeriti, alcuni dei geni inseriti si spostano e vengono trasferiti ai batteri dell’intestino.
8) Studi non più recenti avevano già dimostrato che il consumo di ogm danneggia la parete dell’intestino ed è associata con le morti inspiegabili di animali da esperimento: studi effettuati da 3 diversi gruppi di ricerca hanno dimostrato che due piane gm hanno la capacità di indurre emorragie, altri ricercatori si sono accorti che le patate e i pomodori gm provocano lesioni alla parete intestinale dei topi e dei gatti.
9) Almeno due esperimenti di nutrizione con pomodori gm si sono conclusi con la morte inspiegabile degli animali da esperimento, con 7 topi su 40 (il 17,5%) nelle prime due settimane e il 7% di mortalità per polli nutriti con il mais tollerante il glufosinato (il doppio rispetto a quelli nutriti senza ogm).
Vale la pena di puntualizzare che questi studi sono stati effettuati per identificare impatti sulla salute e comprendevano studi tossicologici e analisi di tessuti. Molto diversi dai vari studi di nutrizione di cui si sente a volte parlare, solitamente effettuali con lo scopo di valutare gli aspetti commerciali degli ogm. Le cause di questi effetti non sono conosciute, ma molti sono i fattori in gioco.
Si sa da tempo che l´inserzione artificiale, e casuale, dei geni, interrompe la sequenza di altri geni con effetti legati alla posizione in cui avviene l´inserimento. Inoltre il funzionamento chimico del nuovo gene interagisce con le attività dei geni naturali della pianta, disturbando i processi biochimici e quindi il metabolismo in modi imprevedibili. L´epigenetica ha dimostrato che un gene agisce solo per una parte di un processo metabolico e negli esseri viventi esiste una certa interazione tra geni diversi e con l´ambiente in cui vive un certo organismo. I dettagli esatti di questa interazione sono ancora poco noti, tuttavia sufficienti a dimostrare l´imprevedibilità dell’ingegneria genetica, con risultati diversi a seconda della situazione e una instabilità molto frequente.

Bibliografia
1. "Transgenic Expression of Bean -Amylase Inhibitor in Peas Results in Altered Structure and Immunogenicity", Prescott et al, Journal of Agricultural and Food Chemistry, 53 (23), 9023 -9030, 2005
2. Monsanto´s report on its 90-day rat feeding trial of Mon 863 submitted to Efsa, the European body which approves GMOs, as part of its application for approval of the maize (1139 pages), entitled "13-Week Dietary Subchronic Comparison Study with Mon 863 Corn in Rats Preceded by a 1-Week Baseline Food Consumption Determination with PMI Certified Rodent Diet #5002", 17 December 2002, disponibile su:
www.monsanto.com/monsanto/content/sci_tech/prod_safety/fullratstudy.pdf .
Reviewed by Dr Arpad Pusztai for the German environment agency BfN, in september and november 2004, disponibile su: www.gmwatch.org/p1temp.asp?pid=66&page=1
3. Malatesta M., Biggiogera M., Manuali E., Rocchi M.B. L., Baldelli B., Gazzanelli G.: Fine structural analyses of pancreatic acinar cell nuclei from mice fed on gm soybean. Eur. J. Histochem., 47:385-388, 2003; Malatesta M., Caporaloni C., Gavaudan S., Rocchi M.B.L., Tiberi C., Gazzanelli G.: Ultrastructural morphometrical and immunocytochemical analyses of hepatocyte nuclei from mice fed on genetically modified soybean. Cell Struct. Funct., 27: 173-180, 2002; Malatesta M., Caporaloni C., Rossi L., Battistelli S., Rocchi M.B.L., Tonucci F., Gazzanelli G.: Ultrastructural analysis of pancreatic acinar cells from mice fed on genetically modifed soybean. J. Anat., 201:409-416, 2002; Malatesta M., Tiberi C., Baldelli B., Battistelli S., Manuali E., Biggiogera B.: Reversibility of hepatocyte nuclear modifications in mice fed on genetically modified soybean. Eur. J. Histochem., 49:237-242, 2005; Vecchio L., Cisterna B., Malatesta M., Martin T.E., Biggiogera B.: Ultrastructural analysis of testes from mice fed on genetically modified soybean. Eur. J. Histochem., 48: 449-453, 2004.
4. See ref. 3
5. See ref. 3
6. Ermakova IV, "Genetically modified soy leads to the decrease of weight and high mortality of rat pups of the first generation", preliminary studies. EcosInform 2006, 1, 4-9 (in Russian).
Un documento completo è in fase di stampa: Ermakova IV, Genetics and ecology, in: Actual problems of science , Moscow , 2005, pp.53-59 (in Russian).
7. Food Standards Agency news No. 48, June 2005
8. Netherwood et al, "Assessing the survival of transgenic plant dna in the human gastrointestinal tract", Nature Biotechnology, 2004; Duggan et al, "Fate of genetically modified maize dna in the oral cavity and rumen of sheep", British Journal of Nutrition, 89(2): 159- 166, 2003
9. Ewen and Pusztai, "Effects of diets containing genetically modified potatoes expressing Galanthus nivalis lectin on rat small intestine", The Lancet, 354, 1353-1354, 1999; A. Pusztai, "Can science give us the tools for recognizing possible health risks of gm food?" Nutr. Health, 16, 73-84; Fares, N.H. and El-Sayed, A.K., "Fine structural changes in the ileum of mice fed on endotoxin-treated potatoes and transgenic potatoes." Natural Toxins, 6, 219-233, 1998.
10. Unpublished studies carried out for Calgene and at the request of the Fda respectively, in early 1990s, in reviewed "Food safety - contaminants and toxins", Cabi publishing, 2003.
11.Unpublished study in early 1990s carried out for the company Calgene/the Us Government, reviewed in "Food safety - contaminants and toxins", Cabi publishing, 2003
12. Report for the Chardon LL Hearing: Non-suitability of genetically engineered feed for animals, by Eva Novotny, Scientists for Global Responsibility, May 2002
(Disinformazione.it)

Marina Mariani è autrice dei libri “Gli organismi geneticamente modificati”, ed. Xenia; “Gli additivi. Come riconoscere le sostanze nocive aggiunte in ciò che mangiamo”, ed Macro; “Alimenti geneticamente modificati”, ed Hoepli. (Marina Mariani agronoma - 2007)

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Conoscenza e prudenza

di VINCENZO TASSINARI
Presidente Coop Italia
(ottobre 2007)


L’alimentazione non è una semplice questione di economia: costituisce le fondamenta della sussistenza della popolazione; è elemento di convivialità e socialità, di legame coi territori e i suoi valori, di espressione di una cultura che accomuna letterati e analfabeti, di gusto e gusti, di funzioni che fanno da ponte fra la fame e il piacere. Ecco perché Coop assegna alle sue attività agroalimentari un’attenzione prioritaria capace di coniugare la difesa del consumatore e dell’ambiente.
Per questo motivo la prima posizione ufficiale di Coop sul tema degli ogm risale al febbraio 1997 quando insieme alle altre cooperative di consumatori europee inviammo un documento alla Commissione europea con cui si perorava l’adozione della massima cautela prima dell’immissione nell’ambiente degli ogm, rendendo inoltre obbligatoria la segregazione e l’etichettatura trasparente dei cibi biotecnologici. In quel momento, nessuna impresa agroalimentare (e tanto meno distributiva) aveva ancora assunto una posizione così netta e ufficiale sull’argomento e non si erano ancora moltiplicati i sondaggi sull’opinione dei consumatori, che oggi dimostrano il consolidamento di un atteggiamento di diffidenza dei nostri concittadini nei confronti degli ogm.
La posizione di Coop non era e non è preconcetta o faziosa, ma è frutto di una analisi approfondita che prende atto di due dati inconfutabili: la disomogeneità delle valutazioni scientifiche in merito ai rischi a medio e lungo termine sulla salute dell’uomo ed ambiente, l’assenza di vantaggi per il consumatore derivanti dall’introduzione di queste nuove piante, un consumatore che si sente minacciato nel suo diritto di scelta consapevole e non garantito circa la sicurezza di questi alimenti.
A seguito dello sforzo iniziale di comprensione della molteplicità di impatti connessi alle colture geneticamente modificate, abbiamo lanciato lo slogan “conoscenza e prudenza”, binomio attraverso il quale intendiamo esprimere e sintetizzare il mandato e la natura di Coop: la responsabilità sociale di impresa.
Abbiamo deciso di adottare la prudenza escludendo gli ogm dai prodotti a nostro marchio: già nel 1998 nei capitolati di fornitura dei prodotti Coop è stato introdotto il divieto di uso di ogm.
L’iniziativa ha puntato a patti di filiera che garantissero la rintracciabilità alla fonte di materia prima convenzionale e a questo scopo sono stati siglati protocolli di intesa con i sementieri, i mangimifici, gli allevatori, i macelli, le imprese agroalimentari. Queste relazioni hanno per noi anche l’ambizione di porre le basi del prolungamento nel tempo di forniture esenti da contaminazioni transgeniche, contribuendo così al mantenimento di una parte consistente dell’agricoltura italiana libera da ogm attraverso strumenti ‘positivi’.
Oltre alle convenzioni con singole aziende o consorzi, per soddisfare l’obiettivo della qualità e dell’assenza di ogm dai nostri prodotti, abbiamo siglato nel 2000 accordi con quelle organizzazioni agricole che, ieri come oggi, credono che il futuro della produzione agroalimentare italiana si giochi sui temi della qualità, della sicurezza della salute e dell’attenzione all’ambiente.
A valle di questi accordi Coop ha anche deciso di far certificare il sistema di garanzie implementato per assicurare che i propri prodotti a marchio non contengano e non derivino da mais, soia geneticamente modificate. La certificazione riguarda oggi 294 prodotti Coop
Proseguendo su questo impegno, abbiamo ottenuto la certificazione per l’alimentazione delle filiere delle carni (bovino, suino, avicoli) e il pesce d’allevamento, ma anche del latte microfiltrato, delle uova, dei salumi ecc. L'approccio è quello della qualità lungo tutta la filiera, con attenzione non solo al controllo del prodotto, ma soprattutto al processo.

In questo modo, Coop passa dal ruolo di "compratore" a quello di coordinamento e di supervisione di tutte le fasi del ciclo produttivo: dall'allevamento dell'animale alla macellazione, sino al trasporto al punto di vendita.
La decisione di escludere gli ogm dai nostri prodotti rappresenta un progetto ambizioso, ma anche oneroso comportando un investimento dell’ordine di 10 milioni di euro dovuto ai maggiori costi di approvvigionamento e di gestione, di premi al produttore, costi che non vengono riversati sul consumatore che da Coop si aspetta, non solo la massima qualità e garanzie di innocuità, ma anche il massimo di convenienza. È questa la forma che riteniamo più tangibile e concreta dell’adozione del principio di precauzione.
Coop si fa interprete di queste preoccupazioni non solo nelle scelte commerciali e nell’informazione dei suoi soci, ma anche attraverso un’opera di confronto con le istituzioni italiane e comunitarie, dove i meccanismi di consultazione formale e le iniziative intraprese autonomamente, hanno permesso negli ultimi anni al nostro movimento di incidere spesso profondamente sulle scelte in materia di organismi geneticamente modificati. Non vorremmo, infatti, che i sistemi produttivi che hanno adottato l’opzione della qualità e della genuinità dei prodotti alimentari, come la filiera biologica o dei prodotti tradizionali, ma anche la stessa filiera non-ogm, debbano farsi carico di oneri generati dalla contaminazione da organismi transgenici che non competono loro, ma che rischiano di pregiudicarne l’esito commerciale e la stessa ragion d’essere.
In conclusione Coop ribadisce il proprio impegno morale ed economico per garantire il diritto di scelta consapevole del consumatore, con un approccio imprenditoriale che aderisce senza ambiguità al principio di precauzione, ricercando con determinazioni tutte le alleanze con i soggetti della politica, della società civile e dell’imprenditoria per il raggiungimento di quegli elevati livelli di qualità, sicurezza e tutela che il consumatore ci richiede.
Proprio per non pregiudicare né ipotecare il futuro dell’agroalimentare italiano Coop sostiene la campagna “ItaliaEuropa-Liberi da ogm”, per permettere ai cittadini di esprimersi sul proprio futuro e alla politica di operare scelte che rispecchiano gli interessi di tutti. -----

Distinguere il grano dal loglio

di MARIO CAPANNA
presidente del Consiglio dei diritti genetici
(marzo 2006)


ROMA - La richiesta di produrre su vasta scala e di commercializzare frumento transgenico, presentata dall'azienda Monsanto in Canada e negli Stati Uniti, ha segnato uno spartiacque decisivo nel settore delle biotecnologie alimentari e, più in generale, nel campo delle manipolazioni genetiche. Si passa da un orizzonte tecnico-scientifico che appariva fino ad ora lontano, definibile in modo circoscritto e settoriale, ad un altro più vicino, più prossimo a quella forma di esistenza che ogni giorno decliniamo come “quotidiano”.
Le biotecnologie alimentari e, in particolare, oggi, quella applicata al grano, esprimono in senso molto preciso la simbiosi fra i termini “tecnologia” e “vita”, con tutto il ventaglio di implicazioni che tale legame comporta.
Le precedenti colture geneticamente modificate non ci avevano ancora dato appieno questo senso di “prossimità”: soia, mais, colza sono destinati per lo più al consumo animale, e comunque rappresentano un fattore identitario, dal punto di vista alimentare e culturale, piuttosto limitato. Non è così per il grano. Esso non è solo uno dei tanti vegetali che nel corso dei millenni hanno contribuito alla nostra sopravvivenza fisica, soprattutto nell'area mediterranea.
Dai primordi delle civiltà il grano è stato lavorato e trasformato, è diventato “pane”, uno degli alimenti-simbolo più importanti della nostra identità storico-geografica: dal mito della “dea bionda” Cerere, fino all'eucarestia cristiana, è stato ritualizzato, sacralizzato, “culturalmente manipolato”, fino a diventare, esso stesso, cultura.
Ancora oggi, parafrasando il titolo di un libro di Miguel Angel Asturias, si deve dire che siamo “uomini e donne di grano”, fruitori quotidiani di quel cosiddetto Fattore P (pane, pasta, pizza, pasticceria), per cui ogni giorno utilizziamo l'alimento grano e il valore simbolico-culturale profondo che esso rappresenta ed esprime.
Fruitori, dicevamo.
E persino l'etimologia ci svela le radici lontane di quanto veniamo affermando. La parola “frumento”, da frumentum, rimanda al verbo fruor, che, oltre a “fruire”, indica anche “godere”, “trovare soddisfazione” e “trovare piacere”.
Quel prezioso chicco, sfamandoci e nutrendoci, per migliaia di anni ci ha dato e ci dà la soddisfazione e la gioia dell'alimentazione. A tal punto che in latino e nella nostra lingua -a riprova di quanto il nostro inconscio collettivo è influenzato così profondamente da quel bene essenziale- abbiamo coniato ben due diverse parole per indicarlo.
Oltre a frumento, “grano”.
Granum ha la stessa radice di grandis (grande) e rinvia al verbo grandio: “fare sviluppare”, “crescere”. Convergenza semantica straordinaria. Dagli albori della nostra civiltà il grano -il frumento- è l'alimento base che permette il nostro sviluppo, che ci fa “crescere” e, perciò, ci permette di “trovare soddisfazione e piacere”.
Non si tratta di sottigliezze letterarie. Al contrario: chiunque sottovaluti il legame inscindibile dei rapporti fra alimentazione e cultura, fra l'una e l'altra e gli stili di vita che ne risultano, commetterebbe un errore deleterio. Cancellare l'identità millenaria, che il grano ha contribuito a costruire, ci renderebbe come alberi dalle radici tagliate. Il possibile arrivo del frumento geneticamente modificato rappresenta dunque una sfida completamente nuova, lanciata direttamente ai consumatori e, insieme, al sistema imprenditoriale e istituzionale legato al mondo del grano.
Una sfida che apre una dinamica di relazione diversa, e fino ad ora sconosciuta, tra consumatori e transgenia, fra agricoltori, imprenditori e trasformatori del grano e materia prima geneticamente modificata. Una sfida multiforme: riguarda tutti e tutto, dall'ambiente naturale al mondo agricolo, dal cibo alla sua distribuzione e al suo commercio, dall'alimentazione alla cultura, dall'economia alla finanza.
Una sfida, perciò, che va raccolta in tutta la sua portata.
Quale potrebbe essere l'impatto del frumento transgenico su questo universo di implicazioni, che arrivano a coinvolgere persino simboli e sapori?
Quale il costo del sistema Italia -e di quello europeo- per mantenere la propria identità alimentare e culturale?
Il progetto “Grano o grane” è nato per rispondere a questi interrogativi. E ha preso avvio, ben prima che si realizzasse il fatto compiuto, seguendo il principio di quell'antico pensatore che diceva: “Il saggio deve prevedere e non pentirsi”.
Il progetto è sorto per avviare un dialogo fra tutte le categorie interessate, fra scienza e società, e per dare vita anche ad un confronto fra i mercati transoceanici di Italia, d'Europa e Nordamerica. Nell'America del Nord le inquietudini stanno crescendo.
La questione del frumento transgenico suscita diffuse preoccupazioni, di varia natura e, fra le prime, c'è quella relativa alla difficoltà di commercializzazione del prodotto in loco e, soprattutto, nell'area europea e mediterranea, ovvero nel cuore della “civiltà del grano”.
In Canada il subbuglio si sta allargando, proprio a partire dagli agricoltori, e si sta estendendo a quelli statunitensi. Ne è esempio l'importante messaggio inviatoci, in occasione della presentazione pubblica del progetto, dalla Commissione canadese del grano, la potente agenzia che presiede all'esportazione del frumento canadese, nella quale un ruolo di primo piano è giocato dalle organizzazioni agricole di quel paese. Il progetto “Grano o grane” ha preso l'avvio sotto i migliori auspici: presenti e partecipi i maggiori operatori nazionali della filiera del frumento, insieme a grandi forze sociali e associative.
La partita, dunque, è completamente aperta. “Grano o grane”, dopo un accurato lavoro preparatorio, sì è sviluppato come progetto aperto: chiunque ha voluto coinvolgersi in questa battaglia strategica, con onestà e impegno, è stato il benvenuto.
Il Consiglio dei diritti genetici ha fornito tutto il suo supporto culturale, scientifico e tecnico di istituzione indipendente, che ha lo scopo primario di offrire ai cittadini, agli operatori, alle istituzioni a tutti i livelli, un'informazione rigorosa e veritiera circa le implicazioni in ogni campo degli ogm e, in questo caso specifico, del grano geneticamente modificato.
Si è fatto un lungo percorso. Senza alcuna demonizzazione, ma con il rigore di analisi scientifiche, culturali, tecniche ed economiche, si è valutato quale delle due strade scegliere: se quella del frumento transgenico o quella del grano ogm-free.
La prima strada - quella del grano geneticamente modificato - per un paese come l'Italia, che vanta una miriade di prodotti di qualità derivanti dal frumento, famosi da noi e nel mondo, determinerebbe danni irreggibili, non soltanto sul piano della specificità e originalità alimentare, ma anche su quello del portafoglio agricolo e di tutta la filiera della trasformazione.
È stato perciò un bene muoverci per tempo e con lungimiranza.
In questa impresa l'Italia - in ragione del suo peso culturale, politico ed economico - ha svolto, e può continuare a svolgere, una funzione d'avanguardia sia rispetto all'Europa sia nel bacino mediterraneo sia nel dialogo interoccidentale fra Europa e Nordamerica, come in quello fra Europa e l'Est, il Medioriente e l'Africa; non a caso siamo stati invitati in Algeria e Giordania a illustrare la sfida in corso sul frumento transgenico. Il «mondo del grano» è ormai in movimento, in tutte le sue componenti. Il Parlamento, il governo - e le Regioni, per quanto di loro competenza - sono chiamati a dare un segnale netto e conseguente. Un libro come questo non c'è mai stato.
Contiene la storia del grano nell'evoluzione della civiltà umana, analizza con precisione i rischi della sua trasformazione biotecnologica e svela gli immensi interessi che vi stanno dietro.
Un vademecum per capire.
Per decidere consapevolmente il presente e il futuro della nostra alimentazione, e della nostra salute.
Il libro, inoltre, mostra le possibilità di nuove forme di governance di fronte alla sfida inedita che le bioingegnerie pongono all'umanità: i soggetti (sociali, culturali, scientifici, economici, ecc.) interessati si aggregano, approfondiscono e dicono con competenza la loro parola, e assumono l'onere democratico delle decisioni, la responsabilità delle scelte, alternativa alla passività della delega.
Una lezione al sonno della politica?
La lotta intrapresa e il largo schieramento che si è costituito non sono stati certo estranei alla decisione, che la Monsanto si è vista indotta a prendere (per la prima volta!), di rinunciare alla manipolazione genetica del frumento. Bisognerà stare all'erta, nel caso qualcuno ci provi ancora.
Vogliamo Grano, non Grane.
Perciò dobbiamo continuare a distinguere avvedutamente tra il grano e il loglio. -----

Ogm, grano o grane?

di GIAMPIERO CASTELLOTTI
(marzo 2006)


ROMA - Cosa accadrebbe in Italia se pane, pasta e pizza diventassero ogm? L’interrogativo, nato dalla richiesta di Monsanto di immettere sul mercato frumento transgenico, è stato posto dal Consiglio dei diritti genetici a imprese e organizzazioni di categoria del sistema agroalimentare italiano e a istituti pubblici di ricerca. Risultato: l’iniziativa “Grano o grane”, avviata dal Consiglio dei diritti genetici, sostenuta finanziariamente da molte aziende del settore, è ora narrata dal libro “Grano o grane” a cura di Luca Colombo (Manni edizioni, 240 pagine, 16 euro).
L’iniziativa “Grano o grane” è dunque il frutto della collaborazione di forze sociali, imprenditoriali e della ricerca pubblica: un’associazione della società civile che sollecita aziende e organizzazioni di rappresentanza del sistema agroalimentare a mobilitare risorse e interesse, affidando a istituti pubblici scientifici e accademici il lavoro di approfondimento, accompagnandolo a un dialogo transatlantico sull’opportunità di introdurre in commercio una tecnologia controversa.
La richiesta avanzata dalla Monsanto per il frumento Roundup Ready alla fine del 2002, ha infatti segnato uno spartiacque decisivo nel campo dell’ingegneria genetica interessando un alimento base della nostra identità gastronomica e culturale a differenza delle odierne colture transgeniche per lo più destinate al consumo animale o comunque lontane dalla nostra tradizione alimentare. Di grano sono fatti il pane, la pasta e la pizza che ogni giorno compaiono sulle nostre tavole, più di due etti di prodotto a testa. E di grano sono fatti i miti e i riti su cui si fonda la nostra cultura e la nostra identità storico-culturale, stereotipata o meno che sia, in Italia e all’estero.
Il libro ricostruisce le tappe della mobilitazione italiana e planetaria così come le ragioni della fallita introduzione sul mercato di frumento biotech e, attraverso una raccolta di saggi monografici, affronta il caso grano ogm nelle sue ricadute in campo economico, nutrizionale, agricolo e culturale.
Nel saggio dell’antropologa Annamaria Rivera, docente della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Bari, si mostra come il grano sia centrale nella costruzione dell’identità culturale del Mediterraneo, in cui miti pagani e riti cristiani si sono alternati nell’eleggere il frumento a coltura simbolo del sacro. Volano di cultura materiale e di rivendicazioni sociali, il frumento ha dimostrato di essere buono da mangiare proprio perché buono da pensare, per dirla con Lévi-Strauss, e oggi la società non può più prescindere dal chiedersi in che modo la manipolazione genetica di un alimento come il grano possa incidere sulla sua stessa capacità di produzione simbolica e culturale, e se possa continuare ad essere buono da pensare.
Il viaggio del grano ha notoriamente valicato tutti i confini geografici e gastronomici. Come sottolineato nel saggio di Luca Colombo, curatore del libro e membro della direzione tecnico-scientifica del Consiglio dei diritti genetici, oggi il frumento contende al riso il suo primato agroalimentare nel mondo, assumendo una dimensione planetaria e alterando i regimi dietetici di quei Paesi dove non si coltiva la pianta e non è tradizione nutrirsene. La ricerca sul grano transgenico è tuttora in larga parte appannaggio delle grandi aziende biotecnologiche; solo pochi centri del Sud del mondo hanno avviato campi sperimentali, facendo i conti con le difficoltà tecniche dell’ingegnerizzazione del frumento e con i limiti rappresentati dagli sbarramenti brevettali e dal costo di ricerca & sviluppo, che per una varietà transgenica da portare sul mercato si aggira intorno alle decine di milioni di dollari.
Quali potrebbero essere le conseguenze dal punto di vista nutrizionale della manipolazione genetica di un alimento così diffuso? A rispondere è lo studio di Marina Carcea, ricercatrice dell’Istituto nazionale di ricerca sugli alimenti e la nutrizione, che osserva: “Se consideriamo la situazione italiana e analizziamo i dati di consumo effettivo degli alimenti a base di, o che hanno come componente il grano, sia duro che tenero, è ragionevole pensare che, vista l’alta presenza di questi prodotti nella dieta degli italiani, qualunque eventuale effetto tossico, acuto o cronico o allergenico, che potrebbe essere dovuto alla presenza di grano transgenico negli alimenti, debba essere tenuto in seria considerazione”.
Passando sul piano della normativa, in Nord America l’iter autorizzativo resta tuttora oggetto di numerose obiezioni da parte di diversi studiosi, in quanto non si svolgono analisi indipendenti sugli ogm da autorizzare e le agenzie come la statunitense Food and drug administration (Fda) - l’equivalente del nostro ministero della Salute - si limitano ad acquisire la valutazione delle ricerche condotte dalle stesse aziende e a far leva sul principio della sostanziale equivalenza fra coltura ogm e coltura convenzionale. È questo il caso del frumento Roundup Ready, per il quale l’unica autorizzazione al mondo ad oggi concessa è quella della Fda che ha considerato completa la consultazione sulla base di dati e informazioni fornite dalla stessa Monsanto, cui viene demandata ogni responsabilità nel garantire la sicurezza.
Oltre all’aspetto nutrizionale, i dubbi sul grano ogm investono anche quello economico. Secondo lo studio realizzato a firma di Simone Vieri e Caterina Cucinotta, presidente e funzionario dell’Istituto nazionale di economia agraria, la sua introduzione non avrebbe alcuna ricaduta positiva sul sistema agroalimentare italiano, riccamente articolato in piccole e medie imprese fortemente radicate sul territorio, tanto che, si ricorda nel testo, ben 7 mila degli 8.100 comuni italiani vedono la presenza di almeno un’azienda di trasformazione agroalimentare. Riguardo alla possibilità di coltivazione di grano transgenico, considerata l’elevata domanda di frumento da parte delle aziende di trasformazione che l’agricoltura nazionale non è in grado di soddisfare, tanto più dopo la recente applicazione della riforma della Pac, il frumento transgenico non sembra capace di presentare nel breve-medio termine una soluzione competitiva.
Il tema dell’introduzione agricola di grano transgenico e della ricerca che la ispira, è affrontato nel saggio di Oriana Porfiri e Riccardo Bocci, agronomi ricercatori che hanno realizzato l’indagine nel quadro di una collaborazione con la facoltà di agraria dell’università di Firenze. La grossa estensione della coltivazione nazionale di frumento, l’assenza di studi sul flusso genico verso la flora spontanea, le incognite legate alla dispersione del transgene, sono alla base delle preoccupazioni che si possa produrre inquinamento genico. Restano aperte, inoltre, la questione della proprietà intellettuale, in cui il brevetto rappresenta un vincolo all’avanzamento scientifico e tecnologico, e quella della “fascinazione” per il biotech, che erode energie e capacità alla ricerca sul breeding classico, che a detta degli esperti del settore continua a rappresentare ancora oggi la via più razionale da percorrere in tema di miglioramento varietale, in una situazione in cui la ricerca pubblica evidenzia limiti sia in termini di investimenti che sotto il profilo degli orientamenti strategici. -----

Una serie di studi dalla Commissione europea

di CRISTIANA MARCHI
(marzo 2006)

BRUXELLES - Come gli agricoltori possono ridurre la presenza fortuita di materiale geneticamente modificato in raccolti non geneticamente modificati?
Il Centro comune di ricerca della Commissione europea ha promosso uno studio che fornisce una base scientifica per la futura concezione e applicazione di misure di coesistenza nell’Unione europea.
I casi studiati riguardano la produzione di piante e di sementi di granturco, barbabietola da zucchero e cotone. La relazione esamina anche la possibilità di produrre sementi convenzionali in Europa senza superare le soglie previste per la presenza di sementi geneticamente modificate.
Il lavoro tratta la problematica su scala regionale con simulazioni che utilizzano dati relativi ai paesaggi agricoli europei, alle condizioni meteorologiche ed alle pratiche agricole, anziché accontentarsi delle analisi dei trasferimenti da campo a campo effettuate finora.
Il quadro normativo dell’Unione europea per la tracciabilità e l’etichettatura degli ogm e dei prodotti derivati da ogm fissa una soglia dello 0,9% per la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato nei mangimi e nei prodotti alimentari non geneticamente modificati, e fornisce un parametro di riferimento per definire le misure di coesistenza in agricoltura..
Dal documento si deduce che è possibile produrre raccolti che rispettano la soglia dello 0,9% senza grandi cambiamenti nelle pratiche agricole, se la presenza fortuita di materiale geneticamente modificato nelle sementi non supera lo 0,5%. Dovrebbe essere possibile anche produrre sementi contenenti al massimo lo 0,5% di sementi geneticamente modificate senza dover cambiare sensibilmente le modalità di produzione.
Per il granturco, dovrebbero essere adottate misure complementari per alcuni campi particolarmente esposti all’impollinazione incrociata a causa della loro forma, dimensione e della posizione rispetto alla direzione dei venti ed ai campi di colture geneticamente modificate situati nelle vicinanze. La relazione esamina in dettaglio l’efficacia e la fattibilità di tali misure, come l’introduzione di distanze d’isolamento tra i campi coltivati a ogm ed i campi tradizionali, la sistemazione di una fascia ‘cuscinetto’ seminata a granturco non geneticamente modificato attorno ai campi di ogm e l’utilizzo di varietà geneticamente modificate aventi periodi di fioritura diversi da quelli delle varietà non geneticamente modificate.
La relazione finisce che in Europa è possibile produrre sementi convenzionali (non geneticamente modificate) con una presenza accidentale di materiale geneticamente modificato non superiore allo 0,5%, senza cambiare nulla nelle pratiche agricole per quanto riguarda la barbabietola da zucchero e il cotone, o con l’ausilio di piccoli cambiamenti per quanto riguarda il granturco. Per la produzione di granturco, questi cambiamenti si dovrebbero basare su pratiche esistenti (cioè l’estensione delle attuali distanze di isolamento tra i campi di produzione di sementi ed i campi di produzione di granturco). Per ridurre la soglia di ogm presenti nelle sementi allo 0,3% bisognerebbe inoltre adottare misure complementari (ad esempio, disponendo i lotti geneticamente modificati ed i lotti tradizionali in modo da tenere conto della direzione dei venti dominanti). Infine, non sarebbe possibile garantire una presenza accidentale d’ogm inferiore allo 0,1% nelle sementi di granturco se le misure di coesistenza dovessero limitarsi ad interventi su singole aziende agricole o al coordinamento tra aziende vicine.
Nel luglio 2003, la Commissione ha pubblicato delle linee direttrici per aiutare gli Stati membri ad elaborare strategie atte a garantire una coesistenza efficace tra le colture geneticamente modificate, le colture tradizionali e quelle biologiche. Successivamente diversi Stati membri hanno notificato le misure legislative da essi adottate in materia di coesistenza.
La Commissione pubblicherà presto una relazione sulle misure adottate in tutta l’Unione europea che verrà presentata alla conferenza organizzata con la presidenza austriaca il 5 ed il 6 aprile a Vienna. Al termine della conferenza, la Commissione deciderà se adotterà ulteriori misure.
La relazione è disponibile nel sito: www.jrc.es.