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I “problemi” Sud e donne

ROMA - Per capire dove va il mercato del lavoro, volenti o nolenti è necessario ricorrere principalmente alle statistiche. Pur con tutti i limiti che queste, talvolta, evidenziano. I freddi e un po’ noiosi numeri, infatti, vengono sbandierati come indicatori d’ottimismo. In sostanza ci dicono che l’occupazione cresce e la disoccupazione decresce. E che, anche in Italia (come in Europa), si creano molti nuovi posti di lavoro.
Purtroppo, però, le cifre sono meno indicative quando si tratta di analizzare la “qualità” delle nuove opportunità occupazionali. E la loro analisi diventa più complessa quando occorre scovare i seri squilibri che continuano a caratterizzare il nostro mercato del lavoro.
Proviamo, allora, a delineare un quadro della situazione, prendendo come riferimento gli ultimi quattro anni. Anche per “par condicio”, essendo due a governo di centrodestra e due di centrosinistra.
Partiamo dai dati generali. La popolazione italiana, tra il primo trimestre del 2004 e l’ultimo del 2007, è passata più o meno da 58 ad oltre 59 milioni di persone. Grazie principalmente all’apporto degli immigrati. Insomma, nonostante la “famigerata” crescita zero, in Italia siamo sempre di più. Stiamo per superare quota 60 milioni di residenti. Ovviamente non si tratta di 60 milioni di lavoratori o di potenziali lavoratori. Perché giovanissimi e anziani non vanno considerati. Coloro che fanno parte del mercato lavorativo sono poco più della metà dell’intera popolazione residente in Italia, cioè circa 33,6 milioni a fine 2007 (33 milioni nel 2004). Questo è il dato che ci interessa e da cui partire.
E’ fisiologico che crescendo la popolazione, cresca il numero di coloro che cercano lavoro. Indicativa, invece, è la crescita di posti di lavoro. Se nel 2004 gli occupati erano 22 milioni, a fine 2007 hanno raggiunto quota 23,3 milioni. Quindi, effettivamente, c’è più lavoro. Ma al di là del “tipo” di lavoro, cioè della crescita della flessibilità e della precarietà, del part time e del tempo determinato, vanno sottolineati gli squilibri e denunciate le ingiustizie sociali. Perché se c’è più lavoro, innanzitutto non c’è per tutti. I primi ad essere svantaggiati, more solito, sono i meridionali e le donne.
Rielaboriamo i dati. Dunque, nella media dei quattro anni, il tasso di attività è pari al 62,5%. Cioè ogni cento persone in età da lavoro (di quei 33,6 milioni) ce ne sono 62,5 che si presentano, come offerta, sul mercato. Ma di questi sono 69 al Nord (59 per le donne del Nord) e 53 al Sud (solo 38 per le donne meridionali).
Passiamo agli occupati, cioè a quei 23,3 milioni. Significa che su cento persone, 58 lavorano effettivamente. Ma sono 66 al Nord (56 per le donne del Nord) e appena 46 al Sud (31 per le donne meridionali), dove tra l’altro il pubblico impiego ha un peso rilevante.
Se la disoccupazione media è a 7, in realtà è al 4 nel Nord (5 per le donne del Nord) e al 13 nel Sud (al 18 quella femminile al Sud).
C’è di più. Abbiamo detto che è fisiologica la crescita del numero di chi cerca lavoro rispetto alla crescita globale della popolazione. Ma, entrando nel dettaglio, specie in un Paese ricco di paradossi come il nostro, abbiamo delle sorprese. Nel Mezzogiorno, infatti, se la popolazione aumenta dello 0,9% nel periodo considerato, cresce di ben il 2,3% il numero di coloro che non si presentano affatto sul mercato del lavoro, non lavorano e non cercano lavoro. Una sorta di “mi arrendo” o “preferisco il lavoro nero”. E’ un dato drammatico, che dimostra come lievita sensibilmente, non solo a chiacchiere, la sfiducia nelle istituzioni.
Per quanto riguarda le donne, al Sud diminuiscono, in valore assoluto, coloro che cercano lavoro ed aumentano quelle che escono dal mercato del lavoro, più di quanto aumenti la popolazione femminile.
Insomma, sia il centrodestra sia il centrosinistra hanno fatto ben poco per colmare gli annosi squilibri che caratterizzano il nostro mercato del lavoro. Divari che, anzi, negli ultimi quattro anni si sono accentuati.

(Giampiero Castellotti/aprile 2008)