Giornale realizzato da giornalisti e professionisti d’origine molisana sparsi per il mondo. Sede centrale: Roma
Lavoro minorile, nel nostro Paese
ROMA – In Italia lavorerebbero ben 500 mila ragazzini con meno di quindici anni, di cui “solo” 80 mila stranieri.
Il dato, davvero eclatante per un Paese annoverato tra le maggiori potenze economiche mondiali, è contenuto nel rapporto “Minori al lavoro. Il caso dei minori migranti”, promosso da Ires-Cgil e “Save the children” e presentato nei giorni scorsi a Roma.
Certo, la realtà italiana diventa marginale rispetto al dato globale, che quantizza in 191 milioni i ragazzini con meno di quindici anni economicamente attivi, di cui 165 milioni coinvolti in situazioni di vero e proprio lavoro minorile e 75 milioni nelle forme peggiori di sfruttamento. Ben 8,4 milioni vivrebbero addirittura in condizioni di schiavitù. Ma annoverare mezzo milione di minori nella piaga della dispersione scolastica e nello sfruttamento lavorativo, spesso sottratti anche all’aggregazione con i propri coetanei e al diritto del gioco, non è certo una realtà che può passare inosservata.
E’ ciò che emerge dalla stessa indagine: “Il tratto principale e più frequente che caratterizza il profilo dei minori che lavorano precocemente è quello dell'intensità dell'esperienza: quando un minore è coinvolto in un’attività di lavoro precoce, la sua non è un’esperienza residuale ma spesso totalizzante, elemento che il più delle volte determina rischi di marginalità sociale”. Ma c’è di più, come rilevano i curatori della ricerca: “Sono emersi dei nodi cruciali relativi al lavoro minorile e allo sfruttamento del lavoro dei minori stranieri quali la necessità dei ragazzi di contribuire all'economia familiare, la sovrapposizione che esiste tra lavoro minorile e lavoro nero, il considerare come lavorative attività illegali e infine la difficoltà di conciliare il lavoro con la scuola e con il tempo libero”.
Si tratta, ovviamente, di lavoro di bassa qualità, senza diritti e senza progettualità. Per combatterlo occorre innanzitutto un monitoraggio serio e costante, così come propongono le stesse parti sociali, al fine di affrontare il fenomeno nella sua complessità e globalità. Nel contempo si attende la nuova edizione della “Carta di impegni per promuovere i diritti dell'infanzia e dell’adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile”, che sarà varata nel 2008, a dieci anni dalla prima.
La ricerca fa emergere aspetti molto dettagliati. Tra i più esposti al lavoro minorile risulterebbero i minori maschi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, con un’incidenza maggiore all’aumentare dell'età e del tasso di disoccupazione del territorio dove risiedono. Inoltre, mentre le esperienze di lavoro dei minori migranti si realizzano prevalentemente all'interno del gruppo familiare (circa un 65%, che raggiunge il 90% nel caso dei minori cinesi), tra i minori italiani si registra la quota più alta di lavoro presso terzi, segno di un maggiore legame con il tessuto socio-economico e con il mercato del lavoro locale.






















