Giornale realizzato da giornalisti e professionisti d’origine molisana sparsi per il mondo. Sede centrale: Roma

Salvate Minzolini (Tg1) dallo scontato supplizio

Polemiche sempre più roventi investono ciò che viene bonariamente definito "il mondo dell'informazione". Sotto accusa, in particolare, il servizio pubblico televisivo. Quello, cioè, che dovrebbe essere "super partes" per antonomasia. Ma che, di fatto, non lo è dalla notte dei tempi, oggetto delle costanti e radicate attenzioni delle segreterie politiche.
La lottizzazione costituisce prassi antica in questo Belpaese. E le testate giornalistiche non ne sono certo esenti: da sempre si parla del Tg1 filogovernativo o del Tg3 "telekabul", soprattutto nella fase della direzione di Sandro Curzi. Non dovrebbe, allora, scandalizzare più di tanto un'informazione subordinata ancor oggi alle voci dei "padroni".
Del resto c'è una corrente di pensiero che legittima non solo la palese appartenenza ad un'idea a senso unico o ad un padrone, ma ne fa oggetto di meritevole trasparenza. Cioè so come la pensa Santoro e da lui mi aspetto ciò. E' la logica dei giornali-partito, negli ultimi anni i più premiati dai lettori (da Repubblica a Libero al Giornale).
Tuttavia sotto le "forche caudine" finisce il nuovo direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Di lui si riesuma, soprattutto in questi giorni, un pezzo scritto nel 1994 sul quotidiano "La Repubblica" quando ammoniva: "La distinzione tra pubblico e privato è manichea: un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico". L'affermazione trovava conferma nel suo modo di fare giornalismo, definito anche "minzolinismo": frequentando i salotti della politica, raccoglieva indiscrezioni anche informali che poi costituivano l'ossatura delle notizie. Oggi, però, quella "perla" scolpita nel 1994 è un boomerang: brucia il riferimento alle vicende "rosa" del premier, opportunamente alleggerite nei notiziari.
Accusa senza mezzi termini Massimo Donadi dell'Italia dei Valori, che dal suo blog invita a boicottare il telegiornale del primo canale: "Augusto Minzolini, colui che scriveva che ogni aspetto della vita di un politico è pubblico, ha trasformato il Tg1 nel megafono del governo, mettendolo al servizio del padrone, come neanche il Tg4 di Emilio Fede è mai riuscito a fare. Il neo-direttore del Tg1, nasconde, manipola, cancella ogni notizia e ogni voce scomoda al governo. Ha bandito la verità e la notizia. Passa solo ciò che serve ed è utile al sovrano".
Il problema, però, non è Minzolini. La questione è più complessa. La destrutturazione del mondo del lavoro anche sul fronte dell'informazione (dove il precariato ha raggiunto livelli da primato), l'esplosione di nuovi media spesso non regolamentati che "formano" e partoriscono i nuovi operatori dell'informazione (negli ultimi dieci anni è raddoppiato il numero degli iscritti all'albo, i più provenienti proprio dalla Rete, parallelamente a quello dei non garantiti), la mancanza di tutele che facilita i ricatti (anche ideologici) nonché le clientele e il marchettismo, la totale perdita di controllo dei mezzi di produzione da parte di chi scrive, la scomparsa dell'apprendistato e di chi insegna il mestiere sul campo, un Ordine dei giornalisti totalmente inadeguato nella sua staticità e anacronistico nel ruolo e nell'organizzazione, rappresentano alcuni dei molteplici aspetti del problema. E in generale l'involuzione del comparto, culturale, etica e strutturale, finisce per inficiare la qualità.
Qui non c'è solo un nodo di asservimento, parola che dovrebbe essere bandita dal vocabolario di un giornalista. A questo atteggiamento sempre più diffuso si accompagna una caduta deontologica e culturale, per cui l'agenda del G8 passa (volutamente?) in secondo piano rispetto alla melliflua descrizione dello shopping della signora Obama o al minuzioso elenco delle ditte italiane che arredano le dimore degli ospiti. A ciò si aggiungono l'approssimazione a 360 gradi (che dalla mancanza di verifiche spesso sfocia in un doloso taroccamento), il divismo di bassa lega (il monitoraggio delle vacanze dei soliti noti è esemplare in tal senso), il sensazionalismo fino a quella pornografia edulcorata, da "escort", oggi tanto di moda.

(luglio 2009)