Elezioni / La crisi democratica



Il dibattito sulla crisi della democrazia nel nostro Paese – e in generale in tutto l’Occidente – trova una sua legittimità anche in questa campagna elettorale “all’italiana”. L’overdose di temi economici e fiscali, utilizzati anche in modo strumentale (si pensi al “rimborso dell’Imu 2012” sbandierato da Berlusconi con il lancio della prima promessa elettorale di stampo retroattivo) sta non solo indebolendo ulteriormente una seria capacità di rappresentare gli interessi della società civile da parte degli organismi di mediazione, partiti in prima fila, ma sta finendo per minare la partecipazione a soggetti sempre più marginalizzati e alla rappresentanza delle istanze sociali.
A tutto ciò si somma anche l’incapacità della cosiddetta “anti-politica” di costruirsi una reputazione di “alternativa programmatica”, puntando, viceversa, unicamente all’effetto e al populismo per raccogliere il consenso di ampie fette di elettorato. Il risultato di tutto questo, probabilmente, porterà ad una difficile governabilità nella prossima legislatura, non solo in termini sostanziali, ma anche e soprattutto formali.
La crisi della democrazia, in questo preciso frangente, si manifesta appieno principalmente con la mancanza di connessione tra le agende elettorali e i segmenti della società civile. Se da una parte s’impongono i personalismi come soluzioni alle contraddizioni interne di una proposta politica (il caso del movimento guidato dal magistrato Ingroia, che dovrebbe riunificare buona parte delle anime della sinistra antagonista, è ad esempio emblematico del corto circuito tra garantismo e giustizialismo), dall’altro rimangono senza rappresentanza intere componenti sociali, si pensi agli studenti, ai precari, ai disoccupati, ma anche ai lavoratori della conoscenza, ad alcune categorie professionali. Così come risultano segregate tematiche sostanziali per il riscatto civile, come il tema dei beni comuni, il pensiero ecologico (che include anche basilari scelte economiche ed energetiche), la questione della giustizia sociale, o, in termini più ampi, il problema del vuoto di legalità, a fronte di città la cui economia è sempre più in mano alla criminalità organizzata.
La risposta – generica – a tutto ciò si concentra in una parola: riformismo. Sbandierata un po’ da tutti i soggetti politici come panacea di tutti i mali. Ma la stagione di “riforme” equivalenti a “tagli indiscriminati nei servizi pubblici” sta producendo la drammatica catena di effetti sotto i nostri occhi: crollo dei consumi e recessione, caduta della produttività, chiusura delle imprese o loro delocalizzazione, crescita della disoccupazione, indebolimento dello stato sociale.
In un’economia esistono “due obiettivi distinti”: “in primo luogo, fornire un reddito di sussistenza per le persone, o, più propriamente, consentire loro di procurarsene uno, e d’altro lato, fornire allo Stato delle entrate sufficienti per i servizi pubblici”. Non l’ha detto un bolscevico, ma l’ha scritto – non proprio ieri – un certo Adam Smith, padre del liberalismo (ma non del neoliberismo). In uno splendido libro chiamato, guarda caso, “La ricchezza delle nazioni”.

(Giampiero Castellotti – 2 febbraio 2013 – Uci)

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