Elezioni / La caccia al populismo



Il termine “populismo” – soprattutto nelle sue accezioni più negative (che si amplificano nei periodi di campagna elettorale) – rappresenta una costante nel dibattito politico. Con l’aggettivo “demagogico” contende l’etichetta più immediata con cui bollare l’avversario. Facendo leva sul “sentire comune”, appaga un gusto quasi perverso a calibrare gli slogan e i calembour più efficaci.
E’ una prassi non certo nuova nel nostro Paese, dove per l’abilità delle parole si registra una fioritura (e ri-fioritura) di leader – supportati da una corte di consiglieri e discepoli – esperti nell’individuare e nello “sprigionare” quelle verità che l’uditorio vuole ascoltare. Del resto tutto ciò si concilia con la tecnica di “alzare il tiro”, risultata la più efficiente negli ultimi confronti elettorali.
Viene in mente, quale più abusato riferimento storico, quel partito dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini che nel primo dopoguerra conquistò facili consensi affinando l’arte di denigrare gli avversari. Ma, in quell’Italia piena di ferite (e di pragmatismo ricostruttore), la popolarità fu breve e il movimento si sgonfiò nel giro di un paio d’anni. Analoga sorte ebbero altri personaggi dalle alterne fortune, quasi tutti “prestati” alla politica, rimasti però vivi nell’immaginario collettivo. Come l’imprenditore Achille Lauro, amato e discusso sindaco di Napoli negli anni Cinquanta. O, in tempi più recenti, l’imprenditore edile e proprietario televisivo Giancarlo Cito, sindaco di Taranto negli anni Novanta. Anche loro iscritti d’ufficio nel filone populista. Alcuni sociologi hanno incluso nell’elenco anche la Lega Nord dei primi tempi, quella dagli slogan facili, della “Roma ladrona” (di cui, allora, si ignoravano le virtù mondane della zona Montecitorio) e dall’anima più aggressiva.
Più fortuna hanno avuto altri capiscuola “prestati” alla politica. Lo stesso berlusconismo, oggetto di infinite analisi e letture, tra le tante etichette non ha evitato quella del populismo: del resto il ventennio politico dominato dal Cavaliere è stato proprio caratterizzato da quel rapporto diretto tra leader e massa popolare che contraddistingue un regime populista. Emblematiche, in tal senso, le “salite sul predellino” da parte dell’ex premier, compresa quella – clamorosa – del 2009 a Milano in occasione dell’ostentazione delle ferite prodotte da un aggressore.
Ma oggi, a causa di una sorta di abuso linguistico, la parola “populista”, pur rafforzando la presenza quantitativa, sembra invece sfarinare quella qualitativa. Perdendo anche le sue accezioni più comuni a fronte dell’atomizzazione semantica. In queste settimane di campagna elettorale il termine linguistico vive, infatti, un periodo di euforia mediatica, ma di generalizzazione diffusa. Scettici e cartesiani, per averne conferma, possono utilizzare “Google trend”, una delle diavolerie globali offerte dalle nuove tecnologie per accertare l’appeal di un determinato argomento: pur con i naturali alti e bassi che accompagnano ogni legislatura, il termine “populismo” tocca oggi in Italia picchi impressionanti. E non è certo un buon segnale per un Paese trafitto da crisi profonde e multiformi, compresa quella del linguaggio.
Certo, il dibattito intorno al “populismo” è internazionale. In passato ha toccato soprattutto i Paesi del Sudamerica. Ma oggi è assai presente anche nel Vecchio Continente. Tanto che alcuni ricercatori di università dei Paesi Bassi hanno stilato una sorta di dizionario di parole “populiste”, che fanno riferimento ad argomenti utilizzati da alcuni leader (ad esempio: casta, corrotti, elite, partitocrazia, scandali, ecc.). Applicando in Italia questo scherma, collegandolo soprattutto agli alienanti “tweet” tanto di moda anche nell’agone politico, il tasso di populismo è elevato. Per la cronaca, in testa – senza troppe sorprese – c’è Beppe Grillo, seguito da Antonio Di Pietro.
L’aspetto più curioso, però, nasce dalla cronaca dei giorni scorsi. In particolare dalle accuse di “populismo” rivolte da Mario Monti dal palco del World Economic Forum di Davos a “molti politici italiani del passato”. In sostanza, l’attuale premier bocconiano sembra voler segnare, non casualmente, un solco tra populismo e tecnocrazia, calamitandosi i meriti – tutti da dimostrare – dell’esperienza del governo tecnico. La “salita in politica” di Monti viene così giustificata con la necessità di innalzare un argine contro il populismo di destra e di sinistra, tanto che da più parti viene additato proprio il populismo come il principale antagonismo da battere in queste elezioni. Ma davvero s’è capito cosa significhi questo termine?

(Giampiero Castellotti – 30 gennaio 2013 – Uci)

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