Elezioni / L’usato sicuro



Il ventennio di omofonia politica è sfociato ed è stato risucchiato nel gorgo delle crisi. Non soltanto quella economica, la più ossessiva, con le forti connessioni internazionali. Ma anche quelle sociali, culturali, etiche, di rappresentanza. E, non ultima, quella ambientale che pagheranno – probabilmente a caro prezzo – le future generazioni.
Il lascito della cosiddetta “seconda repubblica” è ben rappresentato dal quadro pre-elettorale di questo inizio 2013.
I fenomeni più emblematici sono rilevabili nel centrodestra.
Il più evidente è l’implosione del monolite belusconiano, da anni legato allo status e ai capricci – ma anche ai pruriti – del suo “titolare”. La conseguenza è la riorganizzazione dell’area ideologica (e affaristica) dei moderati, da sempre considerata maggioranza e spina dorsale nel nostro Paese, con le proficue benedizioni curiali. A rianimarla, dopo le ombre dell’assolutismo e del dogmatismo, c’è una schiera di colonnelli in libera uscita: un fermento di protagonismo, di creatività (e d’incoscienza), anche nell’inflazionato conio di movimenti e di sigle, capace di produrre ciò che sarà verosimilmente sufficiente a segnare nell’incertezza – e nelle dolose avversità – il futuro del nostro Paese. Cioè, al posto di un moderno fronte liberaldemocratico, su modelli europei, una serie di estemporanei e frastagliati esibizionismi.
L’elemento più palese è la scomposizione – perlomeno in apparenza – del territorio neoliberista. Cioè la netta divisione tra le due piazzeforti rispettivamente guidate – al di là degli aspetti formali – dal professor Monti e dal cavaliere Berlusconi: il primo, come argutamente evidenzia Michele Emiliano, sindaco di Bari, è una safety car entrata dopo un incidente in formula uno e che ora corre per vincere; il secondo, aggiungiamo noi, dopo aver contribuito a causare l’incidente pretende di dare lezioni di guida. Nelle loro scuderie si agitano soprattutto i corresponsabili, cioè coloro che – ad esempio – hanno fatto poco per tagliare privilegi e non prestazioni sanitarie, per ridurre quel migliaio di parlamentari che noi cittadini continueremo a stipendiare per i prossimi cinque anni o per superare il “porcellum” con il quale andremo nuovamente a votare (anche se i fiumi di preferenze, in fondo, portano nelle amministrazioni anche gente come Franco Fiorito o Samuele Piccolo).
Tale zibaldone di esperienze, nel dettaglio, registra trasformazioni – talvolta molto gattopardesche – a cui le stesse cronache non riescono a star dietro. Perché quando il fratricidio tra comprimari non è elevato a regola, è la fabbrica dei neologismi, tra rancori e ambizioni, ad assicurare nuove vite a vecchie – e spesso consumate – conoscenze politiche.Le narrazioni della destra, ad esempio, immatricolano il caso di “Fratelli d’Italia”, capace di assemblare il radioso liberoscambismo di Crosetto con le inquietudini nostalgiche della coppia Meloni & La Russa. Mentre Grande Sud di Micciché arruola neofiti del livello di Dell’Utri, Scopelliti e Iorio, quest’ultimo “eterno” governatore del Molise, fiducioso (almeno lui) dell’ennesima investitura dai molisani a fine febbraio. C’è poi il Movimento 3L, cioè Lista Lavoro e Libertà, sponsorizzata da un Giulio Tremonti dall’inedita anima no-global. Mentre nella destra estrema, scavalcando anche un Francesco Storace auto-candidato a rigovernare il Lazio, c’è una concitazione con pochi precedenti, ad esempio la prima volta nelle liste elettorali di Casa Pound e di Alba Dorata (sul modello greco).
La galassia Monti, in termini di offerta, non è da meno. E come giustamente teme Eugenio Scalfari in un suo editoriale, rischia di riproporre una piccola Dc abbellita dal marchio del Professore. Insomma, tante vecchie glorie della seconda repubblica – Casini e Fini in primis – con tutto il seguito. In effetti, oltre all’Unione di centro di Pier Ferdinando Casini (la Balena bianca più autentica) e all’ormai stagionato “Futuro e Libertà” di Gianfranco Fini, il fronte ingloba altri pezzi fuoriusciti dal Pdl, come la neonata “Italia Popolare per Monti” di Frattini-Cazzola-Mauro. Poi c’è “Monti per l’Italia”, la lista “ufficiale” dell’ex premier e, in pratica, la ex “Verso la Terza Repubblica” e “Italia Futura” di Luca Cordero di Montezemolo (che non si candida), da cui è rimasto fuori Oscar Giannino, nonostante attivo in profferte sia a Monti sia a Montezemolo per “agende comuni” di sapore confindustriale. Ed a proposito di “tira e molla”, s’è defilato il ministro Passera, ma non l’economista Pietro Ichino.
A sinistra, escludendo la foga interventista degli ex magistrati, il quadro è più stabile e tradizionale.Una presumibile certezza è rappresentata dal ruolo di “dominus dei giochi” che tra qualche settimana il presidente della Repubblica potrebbe affidare a Pierluigi Bersani. Almeno a detta dei sondaggi. E’ un punto fermo da non trascurare, nonostante l’attenzione dei media si lasci maggiormente sedurre dai calembour in salsa elettorale dei (probabili) precursori – eletti e non eletti dai cittadini – del politico di Bettola a Palazzo Chigi.
L’investitura di Bersani premierebbe il lavoro compiuto nelle ultime stagioni – spesso sottotraccia – dal leader del centrosinistra. Una serie di scelte da cui ha saputo trarre massimo giovamento: dai ruoli di responsabilità nazionale e di lealtà assicurati con la delega al governo Monti “d’emergenza” proprio nel momento in cui il ricorso alle urne lo avrebbe certamente premiato, fino all’ufficializzazione di alleanze a sinistra (Sel di Vendola, il Psi di Nencini, ma anche il Centro democratico di Tabacci, Rutelli e dell’ex dipietrista Donadi), che segnano in modo netto e incontrovertibile il “recinto ideologico” della coalizione. Non dimenticando l’abilità dimostrata con primarie che, al di là della partecipazione popolare, hanno monopolizzato l’attenzione mediatica per diversi mesi, includendo – qui soprattutto per merito di Renzi – anche una forte e inedita anima di rinnovamento.
Questo lungo periodo di attesa per il varo della diciassettesima legislatura – al di là delle passioni (e delle superstizioni) – sta registrando la maturazione di un politico che da ex presidente di Regione e da cinque volte ministro sta “studiando” da leader, dopo i flop di tanti suoi predecessori, da Occhetto a Veltroni, passando per il pluribocciato Rutelli. Oltre al futuro di un Paese che nell’ultimo anno ha visto raddoppiare i poveri (da tre milioni e mezzo a sette milioni), il politico di Bettola dovrà prestare attenzione a non emulare lo stimato collega corregionale che finì, comunque, per fallire con il governo dell’Unione nel 2006-2008.
L’unico antagonismo, per quanto marginale, che il Pd si ritrova ora a sinistra è quello segnato dalla discesa in campo dell’ex giudice Ingroia (qualcuno fa maliziosamente notare che nemmeno Berlusconi aveva stampato il nome sul simbolo con caratteri così grossi), che polarizza anche l’Idv di Di Pietro, il Movimento Arancione di De Magistris e il Pdci di Diliberto.
Di contro, però, per la conquista della premiership il Pd può cinicamente godere dei benefici derivanti dalle crepature nel fronte di centrodestra, concretizzatesi ormai in vere e proprie spaccature.In un quadro elettorale con il raddoppio delle liste in campo – oltre una ventina – l’opposizione sarà animata da una sorta di quarto polo rappresentato dai giovani grillini, la cui straordinaria consistenza numerica in parlamento sarà però tutta da verificare. Poi la Lega, le solite liste regionali (valdostani e sudtirolesi), i radicali, i comunisti di Marco Ferrando ed altre piccole – e in qualche caso raccapriccianti – appendici. E protagonismi da bottega.Bersani avrà un compito non facile. In un Paese con sempre minore sovranità e sempre più lacerato da crisi multiformi, si troverà compresso tra le istanze di collettivismo espresse da molti compagni ufficiali di cordata e la seduzione dei rigorosi diktat montani, con i beneplaciti – taciti e meno taciti – in ambito comunitario. Ali che non potrà ignorare sia per l’ottica ormai globalizzata di molte politiche sociali, specie di quelle economiche, sia perché, specie al Senato, i numeri per una maggioranza “tranquilla” non sono certi.
Rimane però il problema dei presupposti per il cambiamento: i protagonisti sono gli stessi da anni, scarsissima è la rappresentanza di giovani e di donne e ciò che viene presentato come nuovo nella migliore delle ipotesi è un usato sicuro.

(Giampiero Castellotti – 7 gennaio 2013 – Uci)

<div class="

Precedente Elezioni / Il sogno infranto degli ultraliberisti Successivo Il silenzioso partito del "no euro"