Marciare per non marcire



Il governo va avanti con più grinta di prima perché si sente assolutamente necessario, indispensabile, alla democrazia, alla libertà, al benessere di questo Paese. Firmato Silvio Berlusconi. E ancora l’ennesima mitragliata, stavolta sugli organi supremi di garanzia: “Il Capo dello Stato è di sinistra, la Corte costituzionale è un organo politico, una minoranza della magistratura usa il potere giudiziario ai fini di lotta politica, il 70% della stampa è tutta di sinistra”.
L’ennesima tegola, cioè la riapertura dei processi a suo carico dopo la sentenza ammazza-lodo partorita dalla Consulta, sembrerebbe rafforzare un premier che mostra i muscoli e preannuncia che “gli italiani vedranno di che pasta è fatto”. Affermando, senza imbarazzo, che “per fortuna Silvio c’è, altrimenti il Paese sarebbe nelle mani della sinistra”.
Nel tripudio di proclami accompagnati da brindisi e lacrime, c’è ora da capire se il “tirar dritto” dell’uomo di Arcore, secondo una strategia che ha già pagato nel recente passato (specie se sommata al vittimismo e alla demonizzazione dell’avversario), è soltanto un disperato colpo di coda o, viceversa, il rafforzamento di quel diritto politico (“incontestabile” lo definisce Fini) di governare, conferitogli dagli elettori.
Per ora sul tappeto c’è la palese e reiterata celebrazione di se stesso come redenzione e “modernizzazione” di un Belpaese palesemente svilito e frazionato dai propri vizi atavici, dalle consolidate abitudini, dalle sacche di nostalgie per il passato.
Un copione abilmente costruito, per quanto consumato, che potrebbe continuare a pagare. Ad esempio, non hanno forse maggiore presa nell’elettorato le populistiche accuse di “processi farsa” richiamate da Berlusconi, ben conscio che l’autocommiserazione da noi indennizza sempre, rispetto alla protocollare richiesta di “un’assunzione convincente di responsabilità”, richiesta al premier da Ezio Mauro dalle colonne di “Repubblica”? Non è forse più efficace mostrare una coesione da “pensiero unico”, da Bossi a Gasparri, da Pecorella a Quagliarello, da Belpietro a Feltri, rispetto al “plaralismo” esternato dalla sinistra con i propri litigi interni? Non sarebbe forse più produttivo per la sinistra, davanti ad una corazzata forte di propaganda e di sondaggi (e di risorse economiche), ridare il giusto valore al silenzio, accompagnato però dai fatti?

(Giampiero Castellotti – 8 ottobre 2009)

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