Facebook da Belpaese



Quando il cinema italiano era ancora capace di interpretare la realtà, e non di ricostruirla in modo inerte, quel genio di Alberto Sordi ha riprodotto e rappresentato in modo superbo – lo si è scritto mille volte – vizi e difetti degli italiani. In particolare, ha dato il meglio di sé raffigurando una particolare e nutrita categoria di connazionali: gli adulatori.
Tante misere aspirazioni umane e professionali transitano all’ombra del potente di turno. Sia esso un deputato, un alto prelato, un artista, un assessore, un capoufficio. E giù giù, fino alla suora influente o all’usciere con le mani in pasta.
L’impiegato che ambisce ad una promozione è sempre pronto ad accendere la sigaretta all’interlocutore più utile ai suoi fini. L’aspirante costruttore degli anni cinquanta investe il proprio charme sulle signore dal portafoglio più gonfio. Il piccolo imprenditore cancella il suo passato e si adegua al politico del momento. Il lavorio si materializza in elogi sperticati, costanti celebrazioni, vere e proprie glorificazioni condite di lusinghe e piaggerie. “Parlare con”, “essere ricevuti da”, “essere raffigurati insieme a” costituisce motivo di temporaneo e tonificante autocompiacimento.
Certo, anche il far vibrare violini e menare incenso richiede abilità. C’è una sorta di selezione naturale nella pratica. I più affidabili vanno avanti, molti annaspano a vita, divenendo talvolta vere e proprie seccature per l’autorevole del momento. Se non, addirittura, pubblici zimbelli per le persone più raziocinanti. Ma se per il vassallo la corte fa parte del gioco, seccature comprese, il valvassino dalla bocca ormai asciutta rischia di fare il sottoposto a vita.
C’è di più. Fino a qualche tempo fa, per qualcuno il gioco valeva anche la candela. Qualche robusta consulenza, il posto nel consiglio d’amministrazione, al limite l’impiego nell’ente più inutile, ma con la pagnotta assicurata giornalmente. Persino la particina nello sceneggiato televisivo è passata più per prove che per provini. Oggi, però, tra recessioni e disfacimenti, l’offerta dei potentati è ben più misera. E la piaggeria diventa allora arte più endogena che esogena, cioè più congenita e istintiva che non finalizzata al premio. Ciò, naturalmente, è ancora più avvilente per la dignità umana.
Uno degli strumenti dove tutto ciò si materializza in forme estreme è Facebook. Quello che dovrebbe essere il più democratico ed egualitario degli strumenti, con regole davvero immutabili per tutti, nel Belpaese si trasforma in un mondo diabolico e un po’ cialtrone dove si specchiano e si amplificano i difetti individuali e collettivi. Ad iniziare proprio da uno squarcio sociale, davvero emblematico perché ossessivamente ricorrente: da una parte schiere e schiere di supporter in delirio, con gli immancabili vip tra gli amici (anche se poi si tratta di falsa identità, di cui si ha pure coscienza) e la costante adesione a fans club; dall’altra tronfie celebrità vere e presunte, che coltivano orticelli di adepti. Si verifica così una mistura tra fanatismo calcistico e settarismo ideologico, tra feticismo dei simboli e idolatria degli slogan, il tutto condito dall’immancabile presenzialismo che impone di esserci e, di conseguenza, di “aderire”.
Siccome, ovviamente, la colpa non è di Facebook, che è unicamente uno strumento tecnologico, ma di chi lo gestisce e soprattutto di come se ne serve, è bizzarro il tasso di adulazione da inizi di terzo millennio, strascico di inizi da secondo millennio, che trasuda in rete.
Per le prossime elezioni regionali, ad esempio, i paradossi del mondo virtuale stanno drammaticamente oltrepassando quelli del mondo reale. Se nei nostri centri abitati ci limitiamo a registrare una selva di calorose ma frettolose strette di mano, casomai supportate dal promettente e democratico “tu”, al limite qualche “incontro ravvicinato” di natura gastronomica, insomma le cene acchiappa-voti con comizietto incluso, nella facilità e nell’immediatezza di Facebook tutto diventa scontato. Automatico e semplicistico, martellante e ripetitivo, ingigantito e superficiale. Soprattutto eterno.
Il candidato organizza la propria presentazione “reale”? Il prologo è naturalmete virtuale. L’annuncio è strategicamente in rete e dà via all’orgia dei messaggi e dei complimenti: chi a comunicare che ci sarà, chi a dolersi perché non ci sarà, chi a strapparsi le vesti perché non ci potrà essere (nemmeno fosse un concerto di Vasco), chi si dice possibilista “nonostante i tanti impegni”: E tutti prontissimi a gettare la propria proficua – si spera – bottiglia nell’oceano. Lo stile è analogo ad altri irresistibili annunci: l’ultima delle comparse ha partecipato allo sceneggiato in tv? Doveroso inondarla di elogi e di lodi. L’ultimo degli autori ha presentato un libro? Ondate di apprezzamenti anche da chi non l’ha mai letto. La procace soubrette debutta in teatro nell’ultimo dei ruoli? Anche se nessuno c’è andato, beh vuoi mettere a fare il “piacione” a cinquant’anni suonati, sfoderando un po’ di parlantina ormai arrugginita dagli anni?
Alberto Sordi, in questo mare magnum di spunti, chissà cosa avrebbe scelto. Noi gli avremmo consigliato un gustoso e significativo episodio, accaduto nei giorni scorsi in rete. E che, naturalmente, c’è stato dettagliatamente riferito in una sorta di gossip da taverna.
Dunque, una dirigente regionale partecipa ad un convegno. E ne racconta, a quanto pare, i preparativi su Facebook. Un dispensatore di lodi, evidentemente facili, inoltra e diffonde pubblici apprezzamenti librando “un grande plauso per l’ottima organizzazione del workshop” da parte della dirigente. In realtà, non solo lui a quel convegno non c’è mai stato, non potendone quindi stimare personalmente “l’ottima organizzazione”, ma per giunta il workshop non è nemmeno organizzato dalla dirigente la quale, essendo persona seria, si affretta a smentirlo e a riconoscerne i meriti ai promotori, un po’ seccati per l’accaduto. Insomma un bel pasticcio, specie se rapportato allo spessore internazionale dell’iniziativa. Non contento, l’ammiratore chiede “pubbliche scuse” alla dirigente. E lo fa nell’analogo modo. Cioè davanti ad un intero paese di lettori (circa un migliaio), aggiungendo come perla anche “un abbraccio” per il figlio della dirigente, di cui cita il nome (eh, la privacy…), mischiando insomma pubblico e privato.
Chissà, di fronte a tutti questi episodi, che si sarebbe inventato uno come Sordi…

(Giampiero Castellotti – 6 marzo 2009)

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