“Benedetti” elettori



C’è un vecchio detto, rispolverato in questi giorni, che rende ineludibile il nostro “morire democristiani”. Elettori e benedetti. O forse, benedetti elettori.
Tale predestinazione è la conseguenza di un dna decisamente paradossale: una delle più giovani repubbliche dell’Occidente che ospita, oltretevere, lo Stato più antico e inossidabile al mondo. Democrazia e cristianità, Cesare e Dio, diavolo e acqua santa in una sorta di osmosi. Un diktat tiglioso per il nostro Belpaese, buono per tutte le stagioni: l’arte più briosa e disinvolta del governare si bilancia con l’espiazione più solenne e formale dei peccati (con assoluzione finale).
Non c’è allora da stupirsi se uno dei periodi più bui della nostra repubblica, agganciato alla misticità corporale di un presidente quasi novantenne a cui è stato rinnovato il mandato per sette anni con aspirazione all’infinito, ha partorito il governo più straordinariamente democristiano che potesse materializzarsi. Persino la laicità di lungo corso della Bonino, le cui digressioni in tema di aborti per qualcuno erano degne dell’intervento di un esorcista, è per fortuna riequilibrata dall’indefessa fede nel neoliberismo, dottrina che spalanca più porte di quelle aperte dagli anni santi.
Scorrendo le ricche biografie dei nuovi rettori dei dicasteri, dove non mancano analoghe e assidue frequentazioni nelle università del Sacro Cuore disseminate nello Stivale (ormai più trendy della Bocconi) e orgogliose appartenenze a Comunione e liberazione, ci si stupisce soprattutto – per l’assoluto miracolo temporale – dell’opera di animazione compiuta dai giovani neoministri nella stessa Democrazia cristiana d’antan. Nonostante la Balena bianca sia eclissata da quasi due decenni.
Due le ipotesi: o le ultime tinture di capelli vendute nel centro storico di Roma fanno miracoli o le precocissime adesioni al richiamo dello scudocrociato garantiscono futuri radiosi.
Persino il deprecabile (e grossolano) attentato alle istituzioni compiuto in piazza Montecitorio (che pone più di qualche quesito) ha richiamato – seppur per un attimo – le stagioni della prima repubblica. Ma se allora il carosello sociologico delle giustificazioni (o addirittura delle assoluzioni) era iscritto in una forte contrapposizione ideologica tra due blocchi politici ed economici, con abituali strumentalizzazioni di giovani dal grilletto facile, oggi dopo i timidi affacci della ricerca dei mandanti, del complottismo e delle accuse ai “toni eccessivi” espressi dagli avversari politici, ha dominato la scena una “democrazia cristiana” adeguata al nuovo millennio: la “democrazia” che si materializza nelle basse e inflazionate pulsioni rivoluzionarie espresse – per lo più anonimamente – su internet e, nel contempo, il compassionevole e caritatevole richiamo al disagio sociale (se n’è fatta portavoce la stessa presidente della Camera Laura Boldrini, sottolineando che chi ha sparato a Palazzo Chigi “era disperato per perdita del lavoro”). Immancabile, quindi, la domanda sul “perdono” rivolta alla figlia del carabiniere ferito o addirittura l’intervista – allucinante – al figlio undicenne del potenziale assassino (ma dov’è l’Ordine dei giornalisti?).
Se in Italia i rivoluzionari – è la storia a dircelo – finiscono per assicurare le spinte più reazionarie, gli attentatori, che di solito ostentano “colpe” tutte proprie (è il caso del gioco d’azzardo per l’uomo di Rosario) costituiscono una sottospecie capace come poche di far arroccare il potere. Per tale genere di colpe non c’è confessionale che tenga.

(Giampiero Castellotti – maggio 2013 – Uci)

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