Paradossi paraolimpici



Il diabete lo aveva reso cieco da bambino. Poi gli aveva deformato i piedi. Poteva camminare a fatica solo con delle protesi simili a grandi scarpe circolari grazie alle quali rimaneva in precario equilibrio. Quando la malattia gli distrusse i reni rimase in dialisi per anni. Finalmente dopo una lunga attesa il trapianto di rene gli consentì una vita più agevole. Fu grazie a lui che imparai a sciare sul serio.

Si, perché Dan aveva una personalità non comune. Io lo conobbi quando era diventato un personaggio di una certa fama, tenendo conferenze in tutta l’America per indurre i portatori di handicap a non lasciarsi commiserare e a reagire. Per dare l’esempio decise di lanciarsi in un’impresa notevole per un cieco: far parte della squadra americana di slalom gigante alle Paraolimpiadi invernali. Le ultime visioni di una vita felice da bambino, prima del diabete, gli richiamavano alla mente le piste da sci, per cui volle fare di quello sport una ragione di vita.

Per addestrarsi gli servivano almeno due sciatori vedenti (un allenatore e un’altro di riserva in caso di caduta del primo) che lo seguissero nelle discese per indicargli a voce la direzione, le curve e gli eventuali ostacoli. Io mi offrii volontario convinto che per quanto le mie doti sciistiche non fossero eccelse, avrei potuto stare dietro ad un cieco.

Mi sbagliavo. La prima volta che guardai dall’alto della pista dove dovevamo scendere, mi venne da pensare "solo un cieco si può buttare da questa scarpata", poi mi feci coraggio perché non me la sentivo di deluderlo. Partì per primo e mentre mi calavo gli occhiali sul viso aveva già percorso cento metri. Sulla neve sembrava volare. Dan sciava su un piccolo sgabello montato su un monosci, in posizione seduta con le gambe agganciate ad una pedana e si aiutava con delle racchette corte. Era di un entusiasmo travolgente. Voleva sciare in continuazione senza perdere un secondo e ovviamente di giorno o di notte per lui non faceva differenza. Fui contagiato da quell’entusiasmo e per diverse settimane periodicamente lo accompagnai negli allenamenti e imparai finalmente a sciare tanto da star dietro al suo monosci senza rischiare che fosse lui a dovermi raccogliere.

Quando trovò uno sponsor, si trasferì in Colorado ad allenarsi su piste più lunghe e seppi qualche tempo dopo che aveva raggiunto il suo obiettivo: era entrato nel team americano.

Quei giorni mi sono ritornati spesso in mente durante le Paraolimpiadi che in genere la televisione e i media in generale snobbano in modo indecente. Eppure ci sarebbe tanto da imparare da questi atleti per i quali lo sport è un impegno intensissimo, una ragione di riscatto contro una sorte avversa e non un mondo di capricci da divi e di doping più o meno nascosto. Senza la corte dei miracoli di procuratori, medici, agenti,  veline, addetti stampa e parassiti vari. Paradossalmente nelle Paraolimpadi è racchiusa una lezione di vita e di sport molto più intensa che in tutte le competizioni tra cosiddetti normali.

(Fabio Scacciavillani)

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