Uno due tre, stalla (Il caso Villari)



Chiariamoci subito le idee. Se dovessimo valutare la “sceneggiata” Villari, l’attualissimo e inamovibile presidente della commissione vigilanza Rai, con quella decenza che si dovrebbe addire ad un quadro istituzionale, dovremmo certamente sottoscrivere le corali e sdegnate dichiarazioni delle più alte cariche dello Stato. E dell’ottantacinquenne Sergio Zavoli, principale candidato alla successione (solo in Italia si può essere “futuri candidati” a 85 anni compiuti…), il quale si limita ad un “sono intristito”. Ma nelle vicende kafkiane cui ci ha abituato la politichetta italica, nell’eterno gioco del rimpiattino salottiero, nelle diaboliche mediazioni che portano al nulla, il paradosso di chi si indigna per il frutto delle proprie azioni è davvero un gustoso capolavoro.
Villari, infatti, è uno strano prodotto trasversale: il Pd di madama Binetti e di messer Parisi è riuscito nella non facile operazione di catapultare al Senato questo medico epatologo partenopeo che ha nel curriculum esperienze politiche nientemeno all’ombra di Vincenzo Scotti, Rocco Buttiglione, Ciriaco De Mita e persino dell’immancabile Clemente Mastella; merito anche alla casa del popolo di Tonino Di Pietro che ha – è il caso di dirlo – arato il terreno grazie alla candidatura praticamente eterna di Leoluca Orlando; i talent scout del centrodestra, esperti ormai in effetti speciali, hanno invece messo a segno l’ennesimo colpo di teatro, orientando maggiormente il cartellone della politica nostrana dalla commedia dell’arte all’avanspettacolo. Il copyright per “Villari Clinton” sembra essere dell’aennino Landolfi, non a caso già presidente di commissione di vigilanza Rai. Meno nota l’autrice della più efficace: “Perché non lo brevettano? Dopo Villari, la millechiodi è preistoria”.
Così, se il “Villari”, fino a qualche settimana fa, richiamava principalmente un noto testo scolastico di storia contemporanea (molto inflazionato e deprezzato nei mercatini dei libri usati), frutto di uno dei più grandi storici italiani, quel Rosario Villari che è stato anche membro del comitato centrale del Pci, oggi gli eredi diseredati di quel partito hanno partorito il Villari2 (ma anche il 3, il 4…). Cioè il simpaticone Masaniello che resiste contro la Casta riunita nel muovergli “pressioni” (e alla fine ce la faranno…), l’italianissimo politicante che è anche un fulgido esempio di coerenza da film di Alberto Sordi anni cinquanta: se fino a qualche settimana fa il Villari diceva, in perfetto stile stivaliero, che non avrebbe mai assunto “decisioni in contrasto con il partito”, oggi riesce nella non facile impresa, grazie ad alchimie di dietrofront, avanti march e tira e molla, di ricompattare tutti contro di lui. Se fino a ieri assicurava: “Il Pd? È casa mia”, ora si ritrova persino espulso dal quel partito, il cui segretario, nei giorni scorsi, chiosava: “Mi ha telefonato ora il senatore Villari, per comunicarmi che andrà dai presidenti di Camera e Senato per dimettersi” (poi dirà: “Il comportamento di Villari è pazzesco”). E D’Alema, 14 novembre: “Non ho dubbi che Villari si dimetterà”. Più lungimirante Cossiga: “Ha molti amici ex dc passati a Forza Italia…”.
E allora diciamola tutta: poteva arrivare a tanto giusto la creatività di un democratico cristiano doc, per giunta partenopeo, che ha così legittimato il dna mastelliano e la meritatissima presidenza dell’ambito Napoli Club Parlamento. Nonché, circostanza ancora più gustosa, l’abilità di un gregario che riesce a far resuscitare la sensazionale notizia del vecchio amore con la showgirl concittadina Barbara D’Urso, nel cui curriculum brillano le memorabili conduzioni di programmi quali “La fattoria”, “Reality Circus” (interrotto per flop di ascolti) e l’inarrivabile “Uno, due, tre, stalla”. Davvero un’offerta di titoli niente male per le vicende di questi giorni.

(Giampiero Castellotti – 21 novembre 2008)

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