Reddito di cittadinanza



E’ concepibile un’alternativa al cosiddetto reddito di cittadinanza, o a qualsiasi misura analoga destinata ad alimentare la dipendenza dalla spesa pubblica, per il tripudio dei politici a caccia di voti? Si possono sostenere – a costi sopportabili per i contribuenti – coloro che hanno difficoltà a entrare nel mondo del lavoro, sono rimasti vittime della crisi o ai quali il progresso tecnologico impone di riconvertirsi? Premesso che ricette miracolistiche non esistono, si può delineare in dieci punti una misura imperniata sul senso di responsabilità di chi ne beneficia, chiamandola per semplicità Reddito di Inserimento (o Reinserimento).
1) Lo stato garantisce un sostegno a patto che il beneficiario trovi un’azienda disposta a formarlo sul lavoro o tramite un corso esterno, e alla fine del tirocinio ad assumerlo con un contratto stabile per almeno tre anni (o un periodo almeno 5 volte superiore alla durata del tirocinio).
2) Le aziende che assumono meno di due terzi dei tirocinanti su un arco di due anni vengono escluse dal programma per i successivi 5 anni.
3) Il sussidio ha durata limitata (ad esempio fino a 18 mesi) in base alla mansione (un manovale necessita di una qualificazione più breve di un bioingegnere).
4) Chi inizia il percorso di formazione entro 6 settimane può cambiare azienda se non ritiene serio o utile il tipo di training ricevuto, o decide che il lavoro non gli piace, o magari trova una soluzione più appetibile, ma la durata del sussidio non viene estesa.
5) Lavoratori licenziati da un’azienda non possono essere ripresi come tirocinanti né nella medesima azienda né in altre società da essa controllate o in qualsiasi modo collegate.
6) Nel corso della vita lavorativa si potrà beneficiare del Reddito di Inserimento solo un numero limitato di volte (ad esempio 5) e a distanza di almeno tre anni, a parte casi eccezionali.
7) Il contributo mensile potrebbe essere integrato con un emolumento una tantum per coloro che devono trasferirsi lontano dal luogo di residenza, in modo da sostenere le spese di alloggio fino all’assunzione.
8) I trasporti pubblici locali per chi ottiene il Reddito di Inserimento sarebbero gratuiti.
9) Dopo alcuni mesi (in base alla complessità della mansione), l’ammontare del Reddito di Inserimento potrebbe essere progressivamente ridotto, in modo che l’azienda inizi a retribuire il lavoratore.
10) La ricerca di lavoro potrà essere effettuata anche tramite agenzie private che avranno diritto ad una remunerazione per il servizio svolto.
Quali sarebbero i benefici rispetto alle prebende elargite a pioggia, tanto predilette dai politici?
1) Innanzitutto non sarebbe necessario istituire i centri per l’impiego che sono costosi e per essere operativi richiederebbero almeno due anni, ma visti i tempi della burocrazia italiana (con annessi ricorsi al TAR) a mio modesto parere non sarebbero pronti nemmeno fra 10 anni. Tra l’altro poche aziende private assumerebbero un lavoratore segnalato da un carrozzone pubblico, soprattutto al Sud, dove le istituzioni gestiscono il voto di scambio attraverso nepostismi, raccomandazioni e malversazioni. Insomma la segnalazione di un centro per l’impiego costituirebbe (a torto o a ragione) il bacio della morte per l’occupabilità.
2) Il training verterebbe sulle competenze richieste, non su quelle stabilite da enti statali (o peggio ancora regionali) in un paese dove la formazione professionale è non di rado un pozzo maleodorante salito agli onori delle cronache per le inchieste della magistratura e quasi mai per i successi.

3) Invece di creare l’ennesimo guazzabuglio pubblico, basterebbe che il programma fosse gestito attraverso un database su cui si registrano aziende e lavoratori con dati facilmente incrociabili.
4) Si sgombrerebbe il campo dalla farsa delle tre proposte di lavoro, che in caso di rifiuto comporterebbero la perdita del reddito di cittadinanza. E’ perlomeno assurdo ipotizzare che per ogni disoccupato o scoraggiato in Italia si possano magicamente materializzare tre offerte di lavoro (ben retribuite e a due passi da casa). Non succede in America figurarsi a Reggio Calabria.
5) Si impedirebbe che qualcuno continui a lavorare in nero percependo il reddito di cittadinanza.
6) Si eviterebbe che un’azienda licenzi un dipendente per poi farlo lavorare in nero combinando retribuzione e reddito di cittadinanza.
7) Si toglierebbe a molti l’illusione di poter vivere indefinitamente come pesi per la società, senza responsabilità e senza farsi carico del proprio futuro.
Non è la panacea (le proposte di aggiustamento e modifica saranno benvenute) ma almeno è una misura che non alimenta illusioni crudeli per chi non ha lavoro e che può partire (magari in fase sperimentale) in tempi brevi.

(Fabio Scacciavillani – maggio 2018)

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