Eliminare le caste



Il termine “casta”, di origine portoghese, significa puro, non contaminato ed inizialmente era utilizzato nella sola società indiana per indicare gruppi sociali chiusi nei quali erano distribuiti i cittadini secondo un sistema di rigida stratificazione gerarchica.
Oggi per estensione viene utilizzato per definire un po’ ovunque gruppi di cittadini con forti privilegi di carattere economico ed agevolazioni di tipo esistenziale.
In Italia, soprattutto dopo la pubblicazione del volume “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel maggio del 2007, si è cominciato ad utilizzare il lemma per riferirsi alla classe politica ed ai suoi rappresentanti che si sarebbero attribuiti vantaggi e benefici spropositati.
In realtà siamo convinti che oggi si debba parlare di caste, poiché i gruppi sociali agevolati nel nostro Paese, secondo noi, sono ormai tanti.
C’è la casta dei politici, dei magistrati, dei burocrati, dei manager, dei medici, dei farmacisti, dei notai, dei calciatori, di talune categorie di operatori della televisione e potremmo andare avanti.
Se avete voglia di conoscere le retribuzioni dei signori che appartengono a tali categorie di attività professionali, fate una ricerca sul web e scoprirete, come abbiamo fatto noi, che i guadagni sono davvero astronomici rispetto ai comuni mortali.
Chi prova a contestare l’esorbitanza delle cifre guadagnate, si sentirà rispondere dai diretti interessati che esse sono proporzionali alla competenza professionale, alla responsabilità, al rischio, come se tali condizioni non fossero indispensabili in ogni tipo di attività svolta.
In assenza di una democrazia reale, sono le lobbies a decidere l’articolazione e la divisione del lavoro, come pure il suo compenso, non in relazione alla funzione sociale e ad un principio di condivisione, ma seguendo unicamente la necessità della conservazione gerarchica del potere e della garanzia dei ruoli e dei privilegi per quanti esercitano mansioni direttive o attività giudicate ingiustamente di prevalente utilità per la collettività.
Oltretutto, lo sappiamo, le caste prevedono non solo privilegi economici, ma anche rigide regole di entrata e di permanenza nelle stesse, anche se si continua a buttare cenere negli occhi dell’opinione pubblica con le cosiddette liberalizzazioni attuate finora solo per categorie sociali abbastanza deboli come i piccoli commercianti o i tassisti.
In Italia il movimento politico del Sessantotto e la grande mobilitazione studentesca ed operaia dell’autunno caldo del 1969 provarono a rompere la giungla retributiva ed il sistema iniquo di redistribuzione della ricchezza; in realtà l’oligarchia è riuscita a bloccare i tentativi di creazione dell’equità e della giustizia sociale e si continua a vivere in una società a struttura gerarchica e piramidale in cui la mobilità sociale resta rigida e per lo più affidata ai criteri delle nomine politiche clientelari, almeno a certi livelli ed in determinati ruoli.
Si obietterà che almeno determinate funzioni sono raggiungibili per concorso, dimenticando che gli sbarramenti di casta prevedono il numero chiuso sia nell’accesso a talune facoltà universitarie che nella quantità di professionisti o di esercizi ammessi in talune attività.
Le caste in genere sono legate a doti personali, come ad esempio nel caso di calciatori ed artisti, o a raggiunti livelli elevati di studio, come per burocrati e manager.
Ciò che non è condivisibile è che esistano mestieri e professioni giudicati superiori e perciò lautamente pagati ed altri ritenuti meno importanti e quindi retribuiti al limite della sopravvivenza.
Purtroppo l’eliminazione delle caste è lontana; anzi ne sorgono di nuove, quali quelle legate alla net economy o a talune forme di artigianato.
Per costruire equità sarebbe sufficiente attuare taluni principi della Costituzione Italiana.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…” (art.3)
“La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro… ” (art. 4)
“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa… ” (art. 36)
Sono principi di civiltà che alcune forze politiche stanno provando a cambiare e che in ogni caso tanti calpestano ogni giorno a difesa dei propri privilegi.
Uscire dalle caste è possibile: basta dare dignità, status e giusta retribuzione ad ogni lavoro e renderlo aperto secondo criteri di competenza e responsabilità.

(Umberto Berardo – 17 ottobre 2013)

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