L’identità europea



L’identità europea

Se è difficile definire l’Europa già nel delineare i suoi confini geografici al punto che molti parlano di Eurasia, ancora più impervio è tracciare i fondamenti di un’identità europea.
In tale compito è di grande aiuto il volume di Zygmunt Bauman “L’Europa è un’avventura” per i tipi degli Editori Laterza.
Il nostro continente è stato attraversato nei secoli da continue migrazioni di popoli, da mentalità e sistemi imperialistici, da volontà espansionistiche, da guerre e perfino da totalitarismi disumani fino a sentirsi il sovrano del mondo; già a partire dalla pace di Augusta del 1555, ha avuto anche, tuttavia, la capacità di dare origine allo Stato-Nazione ed ha creato grandi movimenti culturali come l’Umanesimo, l’Illuminismo, il Romanticismo che hanno poi definito i principi ed i valori su cui ancora oggi si fonda l’appartenenza all’Europa.
Già alla fine dell’Ottocento, ma poi concretamente con il Trattato di Roma del 1957, sembrava concretizzarsi l’idea del superamento degli Stati nazionali gettando le basi per un’aggregazione sovranazionale, ma anche per una politica sociale e non più di potenza.
Molti hanno lavorato alla creazione di un’Unione Europea dei popoli e che non avesse quindi solo i caratteri di natura economica con i quali era purtroppo nata ed ha continuato a vivere.
Crediamo che tutti riconoscano nella razionalità, nella libertà, nell’uguaglianza, nella solidarietà, nella giustizia e nella democrazia i valori fondanti dell’identità europea ed è su di essi che nel vecchio continente, nonostante le difficoltà e le contraddizioni, si è riusciti almeno a costruire quello “Stato Sociale” che ha avuto per molto tempo la funzione di protezione nella garanzia di taluni diritti come la salute e l’istruzione, ma anche il compito di una certa redistribuzione della ricchezza.
Poi l’individualismo, l’appartenenza e la concorrenza del sistema neoliberista hanno sostituito la solidarietà e l’Europa, dopo aver perso anche il primato produttivo e la leadership politica, si è trasformata in un’istituzione sovranazionale dal carattere prettamente finanziario che è vissuta prima all’ombra dell’impero americano e poi delle grandi lobbies finanziarie che tra l’altro oggi essa non riesce più a controllare se non in maniera molto marginale, perché lo stesso Euro, senza una solida unità politica ed una banca centrale forte ed autonoma, sta dimostrando tutta la sua debolezza.
Il dissolversi di una certa capacità di condivisione dei beni e della conseguente solidarietà parentale e sociale è stato l’effetto di un’ipervalorizzazione dell’individuo, che tuttavia, privo delle protezioni sociali, si è sentito allo stesso tempo fragile e vulnerabile con un conseguente prezzo da pagare che è quello della paura.
Tale situazione ha portato l’Europa, sotto la spinta di forze xenofobe, ad una legislazione che, con la promessa della sicurezza psicologica e sociale, ha prodotto, attraverso la deregolamentazione del mercato del lavoro e della movimentazione dei capitali, l’esclusione o la precarizzazione di intere classi sociali come quelle degli inoccupati e dei disoccupati ed il rifiuto o la marginalizzazione dei profughi e degli immigrati.
Zygmunt Bauman ha ragione nel sostenere che ciò che impedisce all’Unione Europea di costruire una solidarietà paneuropea e transnazionale è l’arroccamento sulla nozione di sovranità degli Stati-nazione a livello territoriale, soprattutto in certi popoli.
Ci sono anche le debolezze economiche di taluni Stati membri che non derivano solo dalla crisi mondiale, ma anche da una finanza locale allegra, da corruzione, da sperperi ed incapacità di razionalizzazione della spesa pubblica.
Entrambe le questioni non si superano né con i diktat assurdi di un fiscal compact e tantomeno con l’illusione di continuare a mantenere debiti pubblici stratosferici.
Per tenere la schiena dritta nel confronto con i partners europei, come dice di voler fare il nuovo governo italiano di Enrico Letta, occorrono serie capacità di gestione razionale ed equa della struttura economica e sociale del Paese.
A noi pare che anche con i primi provvedimenti il nuovo esecutivo italiano corra più dietro gli spot elettoralistici di qualche partito piuttosto che pensare seriamente a rimettere in piedi l’economia e ridare speranze ai giovani per l’occupazione.
Pensate che mentre i nostri ministri lavorano ad una rimodulazione dell’IMU ed a come sostituire le minori entrate, la Fiat Industrial decide di fissare il suo domicilio fiscale nel Regno Unito penalizzando così in maniera pesante le entrate del fisco italiano.
L’Europa deve rafforzare la sua volontà politica di andare verso uno Stato federale nel quale tutti, fuori da egoismi nazionalistici, siano disponibili, come auspica Jurgen Habermas, ad entrare in una logica di responsabilità solidale e di aspirazioni globali.
Le strutture di politica globale fin qui messe in campo nell’Unione Europea non sono né adeguate a tale scopo, ma neanche in linea con i principi di una democrazia rappresentativa reale.
Che lo vogliamo o no, la nostra interdipendenza è già globale, ma non abbiamo ancora né strumenti né istituzioni in grado di darne una governance appropriata.
È per questo che dobbiamo lavorare partendo da una profonda capacità di comunicare, di cooperare e convivere con gli altri.

(Umberto Berardo – 22 maggio 2013)

<div class="

Precedente Ridefinire le istituzioni Successivo L'orizzonte delle istituzioni politiche