Un pensiero per Edward



I media molisani, in questi giorni, danno grande risalto al caso di Edward, il 17enne che qualche giorno fa s’è lanciato nel vuoto dal ponte Cardarelli di Isernia. Vicenda resa ancora più drammatica dal fatto che appena un mese fa s’è buttato da quel ponte un altro adolescente, un diciottenne di Colli al Volturno. E nel passato, anche recente, si sono registrati numerosi casi del genere nel nostro territorio d’origine, specie nell’area del Volturno, con al centro ragazzi “normali”, cioè non toccati dalle più comuni cause legate al fenomeno, quali disturbi psichici, malattie, abuso di sostanze, recenti eventi traumatici o l’aver subito violenze.
Tali cronache, specie in realtà piccole e coese come quelle molisane, gettano nello sconforto intere comunità. Facendo accendere una serie di interrogativi. E dando vita a molteplici analisi. Purtroppo non sempre avvedute. I principali errori investono la comunicazione.
Abbiamo letto da più parti, ad esempio, che il Molise avrebbe il triste primato italiano per numero di suicidi rispetto ai residenti. Ciò non è vero. Basta leggere i dati Istat per scoprire che in tutto il nord Italia la media è notevolmente più elevata, con punte drammatiche in Friuli. Ancora di più lo è in Sardegna. Il Molise è leggermente al di sopra della media nazionale. Di certo, per i giovani tra i 15 e i 24 anni il suicidio è la seconda causa di morte in Italia. E numerosissimi sono i “suicidi mancati”, quelli che alcuni studiosi definiscono crudamente “i ragazzi con la morte addosso”.
C’è un altro problema divulgativo. Troppi organi d’informazione – è successo anche in Molise – enfatizzano l’accaduto: utilizzano titoli cubitali, pubblicano foto del luogo, dipingono le vittime come eroi o martiri, semplificano ciò che è sempre complesso (risentendo di variabili culturali, sociali, economiche). Lo stesso Ordine dei giornalisti, da sempre, accredita un “giornalismo di prevenzione” teso ad evitare il rischio di emulazione, quello che gli americani chiamano “copycat suicides”, elemento fortemente presente specie tra i giovani.
Tutto ciò, però, non può alleggerire il peso sociale del fenomeno. Non può distogliere dalle responsabilità di diverse istituzioni, da quelle amministrative a quelle educative, da quelle mediatiche a quelle formative, sempre meno capaci di assicurare “valori” e di “metterli in rete”, di garantire spazi aggregativi e momenti validamente culturali. La latitanza delle loro azioni genera solitudine. Il lassismo degli attori sociali provoca emarginazione. Il venir meno della “socialità” riduce i fattori di protezione, compresa la capacità di convivere, di confrontarsi, di integrarsi, di aver fiducia in se stessi e soprattutto di saper chiedere aiuto. L’impreparazione o la superficialità dei soggetti preposti semina ulteriori incomprensioni. Gli scarsi investimenti rivolti alle politiche sociali, cioè a quelle orientate verso i soggetti più deboli, soprattutto giovani e anziani (principali vittime del fenomeno), acuisce i casi di estromissione.
Emerge, in sostanza, una cronica carenza di organismi preposti alla prevenzione di un fenomeno che registra, ogni anno, circa quattromila vittime in Italia, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (ma il numero è quanto mai impreciso, causa una sottostima dovuta a motivi assicurativi, alla vergogna dei sopravvissuti, alla negligenza di chi stila i rapporti, alla difficoltà di rubricare suicidi casi di avvelenamento o incidenti stradali inspiegabili).
Non basta, allora, innalzare barriere protettive sui ponti, come viene proposto ad Isernia. O discutere sull’altezza di quel parapetto. La materialità si sgretola di fronte alle esigenze affettive e partecipative di tanti giovani. E’ da qui che bisogna ripartire, con un pensiero ad Edward e alle tante vittime bianche dell’altrui indifferenza.
(Erennio Ponzio)

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