Ancora sul mito delle “Tre cosse”



Lo sosteniamo da tempo noi di “Forche Caudine”. In mezzo a questa drammatica penuria di simboli per l’identità regionale, promuoviamo finalmente una crociata per elevare il mito di “Tre cosse” a vero emblema del Sannio. “Tre cosse”, sì, i tanti e anonimi Rocco Siffredi molisani.
Altro che statue di lontani e improbabili guerrieri sanniti, che comunque alla fine le scagliarono di brutto dai Romani (se potessero parlare le mura del carcere mamertino…). O, peggio, inverosimili farfalle (mentre nel Molise cementificato spariscono anche le lucciole, gli insetti ovviamente, perché le altre abbondano già da San Pietro Infine, proprio grazie al mite delle “Tre cosse”). O il tartufo, che già dal suono è poco molisano, e per giunta ci costringe ad inseguire quelle scaltre volpi di Alba o di Acqualagna. Suvvia, ai cavalli pentri meglio gli stalloni sanniti.
D’accordo, la proposta è un po’ maschilista. Ma in epoche di “machismo” di ritorno, vedi il concerto di Califano alla festa delle donne o il sindaco con la celtica a Roma, ze po’ pure fa. L’uomo “Tre cosse” molisano, puro dna foggiato nelle millenarie montagne dei pastori, è merce rara. Merita presenze negli opuscoli turistici più del castello di Pescolanciano o dei caciocavalli di Vastogirardi.
A riprova della crociata da farsi, ecco l’ennesimo episodio di cronaca. La location, naturalmente, è in Molise, presso Campobasso. Un cliente, tra l’altro sembra vestito con una tuta, si ritrova davanti una cameriera – qualcuno sostiene una commessa di un’enoteca – comunque prosperosa, formosa, avvenente, procace, esuberante. E chi più ne ha ne metta. Lui, sannita doc della provincia, nel pieno del vigore dei suoi 40 anni, li deve pensare tutti questi aggettivi. Così, con un eufemismo, diciamo che “apprezza”. E’ stimolato, si eccita e finisce per “sistemarsi” i supergioielli di famiglia. Più o meno dovrebbe essere andata così. E non ce ne vogliano a male le femministe. Lei, probabilmente un bel po’ inorridita, a quanto pare urla e lo denuncia per atti osceni.
La storiella finisce in tribunale con l’accusa di atti osceni e violenza. La difesa, ricostruisce il fatto ammettendo l’erezione, ma negando le oscenità. “Il mio assistito – ha sostenuto l’avvocato – stava solo cercando di limitare gli effetti ‘visivi’ indesiderati, accentuati dall’abbigliamento sportivo che indossava in quel momento”. Alla fine i giudici di Campobasso, probabilmente vecchi volponi e sicuramente uomini di mondo, hanno creduto all’avvocato assolvendo il macho per la presunta violenza e gli atti osceni, ritenendo l’eccitazione come “riflesso incontrollabile” e quindi non punibile. Insomma, un sannita doc.

(Erennio Ponzio)

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