Colonialismo



Qualche anno fa, alla vigilia di una delle tante e “variopinte” cene organizzate qui a Roma nei periodi elettorali dalla nostra associazione, un noto deputato del centrodestra – tuttora in carica – ci telefonò per sapere quali parlamentari avrebbero partecipato all’evento. In particolare, era interessato alla lista dei parlamentari del suo partito, probabilmente per ragioni di correnti. Quando elencammo i deputati della sua formazione politica previsti per la serata, ci riprese su un nominativo, dicendo che non apparteneva al suo partito. In realtà si sbagliava: l’onorevole non solo apparteneva alla sua forza politica ma era anche l’unico molisano.
La vicenda, divertente quanto amara, offre l’ennesima conferma del peso della rappresentanza politica del Molise nel contesto nazionale. Ad esclusione del caso Di Pietro, che comunque fa storia a sé, per ricordare, ad esempio, l’ultimo ministro molisano dobbiamo risalire alla fine degli anni Sessanta, quando Giacomo Sedati (tra l’altro uno dei pochi politici che non ha una voce su Wikipedia) ottenne il dicastero dell’agricoltura – il “ruralissimo” Molise – nei brevi governi Leone e Rumor.
C’è indubbiamente un problema di cifre. Un drappello di quattro-cinque parlamentari, tra l’altro divisi tra maggioranza e opposizione, può poco, se non ricordare qualche pellicola di Monicelli. Ma anche il numero dei residenti incide: si provi a ricordare una grande personalità del Liechtenstein o di Andorra. Ai palati più sensibili alle analisi sociologiche possiamo aggiungere le ragioni geografiche e storiche, che hanno sempre penalizzato il nostro territorio nel suo insieme. A ciò sono forse collegabili anche le scarse ambizioni ad una visibilità nazionale da parte dei politici molisani, più attenti a curare il proprio orticello elettorale nella montagnosa madrepatria che non ad inseguire le “introduzioni” nei Palazzi romani che contano.
Tale doverosa premessa può essere utile per spiegare la reiterata consuetudine di ritrovarci, proprio per i giochi politici romani, una circoscrizione molisana dove si cuciono casacche politiche per senatori e senatrici siciliani (di destra e di sinistra) fino a quella per il padanissimo presidente del Consiglio super premiato dagli italiani. E’ noto, infatti, che la sorprendente scelta del Molise da parte di Berlusconi per la propria elezione ha estromesso il terzo degli eletti, il neosindaco di Frosolone, il molisanissimo Quintino Pallante. Il quale, è inutile sottolinearlo, i voti – per quanto di partito e non personali – se l’è cercati porta a porta, paese per paese, rigidamente nel territorio molisano.
Al di là degli schieramenti politici dei protagonisti fortunati e meno fortunati di questa vicenda, rimane l’indubbio impoverimento di rappresentanza da parte della nostra piccola regione nonché il rinnovato uso strumentale del Molise come circoscrizione-cuscinetto per investiture parlamentari di politici esterni al contesto regionale, come già capitato con i senatori siciliani Cinzia Dato ed Enrico La Loggia.
Il Molise, dunque, evidenzia la propria debolezza: politici locali che, come ha scritto efficacemente qualcuno, contano meno di un usciere di Mediaset e un territorio che conferma la sua natura di terra da conquista.
Sono considerazioni che abbiamo espresso subito, non appena abbiamo saputo – quasi per primi – i rischi che stava correndo Pallante. Annotando, ad esempio, che il Molise, pur governato da anni dal centrodestra, si ritrova ora ad avere nella maggioranza che governerà il Paese un solo deputato molisano eletto nel proprio territorio, cioè la larinese Sabrina De Camillis, cui si aggiunge il molisano Amato Berardi, eletto in America. Tutto ciò a fronte di ben cinque molisani (Astore, Carlino, Di Giuseppe, Di Pietro e Narducci), i più eletti fuori dai confini regionali, che siederanno sugli scranni dell’opposizione tra Camera e Senato.
Giudizioso, in proposito, l’invito di Di Pietro di “fare squadra”. Ma ora non c’è solo un assottigliamento e uno squilibrio delle forze in campo ma anche il peso di coloro che sono stati eletti fuori regione. Ciò dimostra che mentre, da una parte, l’emigrazione (con 72mila iscritti all’Aire rispetto ai 320mila residenti) continua a rappresentare una riserva d’ossigeno per una regione che rischia seriamente la sopravvivenza istituzionale (ben due i deputati eletti all’estero), dall’altra i cittadini molisani assistono impotenti a decisioni che, dall’alto, di fatto escludono le proprie scelte elettorali.
E’ un problema di non poco conto in quanto le riforme strutturali ventilate per la prossima legislatura, dal federalismo fiscale all’abolizione di alcuni enti locali, potrebbero penalizzare proprio le realtà territoriali più piccole e deboli come quella molisana. Argomento che fa riemergere nella testa di qualcuno ipotesi di nuovi confini regionali: il Molisannio con il beneventano (ne parliamo da vent’anni, sin dalla nostra provocatoria denominazione), l’inclusione di alcuni territori comunali limitrofi che hanno già espresso tale intenzione (ma sappiamo com’è andata a Cortina d’Ampezzo) fino al ritorno con i cugini abruzzesi, che forse ci avrebbe permesso di agganciarci al rapido sviluppo della fascia adriatica, fermatosi proprio dietro le Mainarde. Ma questa è un’altra storia.
(Erennio Ponzio)

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