Di nuovo nel tunnel



La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. E’ uno dei più noti aforismi di Ennio Flaiano. Attualissimo. Sbriciolata l’ipotesi del governo Conte, si entra nell’ennesimo tunnel. Un incubo istituzionale, politico, economico e sociale.
L’aspetto più grave dell’attuale situazione è che il Paese è spaccato in due. Con un altissimo livello di scontro. Certo, siamo sempre la nazione dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma stavolta ci sono pochi precedenti. Perché le due figure che impersonano oggi le fazioni in campo sono decisamente “anomale” per ruoli e certamente lontane tra loro: Sergio Mattarella da una parte, Matteo Salvini dall’altra (che, con indubbia abilità e determinazione, è riuscito persino a porre nelle retrovie mediatiche il partner Di Maio).
Che il presidente della Repubblica possa rappresentare una “fazione” è in realtà un’accusa che arriva proprio dai movimenti cosiddetti populisti. Tanto che alcuni di loro sono arrivati a richiederne l’impeachment. In sostanza si stigmatizza il fatto che Mattarella abbia posto il veto sul Paolo Savona, che ministro già lo è stato negli anni Novanta con il governo Ciampi. Un atto che più esponenti del centrodestra e del Movimento Cinque Stelle giudicano anti-democratico.
E’ però grave che la prima carica dello Stato, il garante della Costituzione, possa diventare oggetto di critiche così pesanti che finiscono per determinare squilibri istituzionali proprio in una fase di forte crisi politica e sociale.
Certo, Mattarella qualche errore l’ha fatto. E le letture sono contrapposte. A sinistra gli si rimprovera di aver tollerato troppo a lungo l’iter di formazione dell’idillio gialloverde, che tra l’altro ha monopolizzato l’attenzione mediatica sulle due sole formazioni politiche che hanno più beneficiato del risultato elettorale. L’estenuante processo di stesura del contratto di governo, che ha incluso persino la proposta di chiedere alla Banca centrale europea la cancellazione di 250 miliardi di debito dell’Italia (poi depennata), ha indubbiamente seminato inquietudine in molti Palazzo istituzionali. A ciò si sono aggiunti i forti dubbi di sostenibilità, accesi dai punti economici del programma (reddito di cittadinanza, abolizione della Fornero, ecc.), inaccettabili per un Paese con il secondo debito pubblico al mondo ed un’economia che di fatto non riparte (non a caso Mattarella ha citato a più riprese “la tutela dei risparmiatori”). E’ poi chiaro che il riposizionamento anti-europeista di Salvini, con Di Maio a ruota, ha seminato ulteriori timori.
Le drastiche – per quanto legittime – chiusure del presidente della Repubblica possono però generare ben più pericolosi esiti: alimentare ulteriormente le ragioni dei populismi che in una perenne campagna elettorale possono gridare al golpe, ad una sovranità sempre più limitata per il nostro Paese, al ricatto dello spread, al controllo tramite il debito, al potere liquido degli immancabili “poteri forti”. Anche con qualche ragione che la sinistra ha smesso di cogliere da anni. Forse governando, con l’opportuna vigilanza delle più alte cariche, Lega e Movimento Cinque Stelle avrebbero potuto perdere consensi e non sarebbe stato necessario affrontare nuove elezioni che, da più parti, si giudicano inutili, oltre che pericolose.
Di certo questa fase premia soprattutto l’abilità tattica, per quanto decisamente cinica, del leader della Lega. Sapeva che avrebbe avuto un ruolo di primo piano in un ipotetico governo con ministeri pesanti a propria disposizione. E sapeva che con nuove elezioni potrà cavalcare la protesta e lo scontento con il vento ulteriormente in poppa, rosicchiando consensi sia a Forza Italia sia agli stessi Cinque Stelle. Specie al Sud.
Ma le colpe di oggi costituiscono solo lo strascico delle sciagurate scelte politiche di ieri. A cominciare dalla moltiplicazione dei centri di spesa e di clientelismo, del diffuso malaffare sempre più intrecciato con l’economia e con il tessuto creditizio e imprenditoriale, dal mancato rinnovamento dei quadri di potere in Italia, fino all’ennesimo pastrocchio di una legge elettorale insensata.
Il tunnel, ahinoi, sarà davvero lungo. E poco piacevole.

(Giampiero Castellotti – maggio 2018)

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