Pd alla ricerca della “giustificazione storica”



ROMA – La prossima tornata elettorale sarà probabilmente fatale per il Pd, lacerato dai dibattiti e dai personalismi su leadership ed europee. Forse non basterà l’introduzione della soglia di sbarramento del 4%, fortemente voluta dai democratici – e mal digerita dalla sinistra antagonista (per ovvie ragioni di calcolo ma anche per la sintonia con il Pdl nella decisione) – per evitare un responso implacabile dagli elettori di centrosinistra, disorientati – per usare un eufemismo – da un partito che troppo spesso non riesce più ad esprimere una linea politica e nemmeno a fare opposizione.
Del resto le contraddizioni interne del soggetto politico non costituiscono una novità: l’accostamento tra il patrimonio ideologico ex comunista e le istanze cattolico-popolari continua a determinare non più soltanto proficui confronti, come si auguravano i vertici, ma vere e proprie fratture. Che emergono in una girandola di interviste ai giornali.
Il deputato Francesco Boccia, componente della commissione Bilancio, fotografa la situazione, auspicando gareggiamenti “nella qualità delle idee piuttosto che sulle inutili e dannose contrapposizioni personali o di corrente”.
Eppure la vigilia delle elezioni europee e il dibattito sulla leadership alimentano quotidiane prese di posizione da parte dei principali esponenti del partito, amplificate dai giornali.
Massimo D’Alema, per fare un nome d’attualità, in un’intervista al Messaggero, ci va giù duro. Sostiene come il progetto del Partito democratico sia ancora incompiuto e “il problema sono i passi avanti che ci mancano”. Non nasconde perplessità anche sulla soglia di sbarramento al 4% delle prossime europee. Il problema, secondo lui, è nella “giustificazione storica” del Pd.
Sul fronte opposto i cattolici. L’intervista di Giuseppe Fioroni al Corriere della Sera è in netta contrapposizione proprio con l’ex ministro degli Esteri. Linea sostenuta da Franco Marini, il quale, nell’ennesima intervista, questa volta all’Espresso, si lamenta che nel Pd gli ex Margherita non contino nulla. “Nel partito – s’infervora Marini – su tutti i temi è uno scontro tra ex Ds. Noi non contiamo nulla”. E ironizza: “Pensavo a 75 anni di potermi finalmente mettere a riposo. Invece niente”. L’uscita di Franceschini è a sostegno del 4%. Avvertie: “Quella soglia non si tocca o salta tutto”.
Al di là di un confronto interno che però palesa la distanza delle diverse anime, i problemi vengono anche da fuori. Il rapporto con l’alleato Italia dei valori, ad esempio. Le iniziative di Antonio Di Pietro seminano continui imbarazzi: dalla polemica con il Presidente della Repubblica dopo la manifestazione di piazza Farnese alla sfiducia alla giunta regionale campana guidata da Antonio Bassolino e a quella comunale di Napoli di Rosa Russo Iervolino, è un quotidiano stillicidio. Il lungo feeling del politico molisano con la cosiddetta “anti-politica” che si snoda da Beppe Grillo a Marco Travaglio è un altro macigno nella scarpa. L’Abruzzo ha poi dimostrato che Di Pietro non rappresenta il classico “valore aggiunto”, cioè non conquista voti al centro o a destra, ma più concretamente li pesca tra gli elettori di centrosinistra delusi dal Pd.
Anche su questo punto D’Alema è chiaro: “Di Pietro si proclama paladino dell’indipendenza della magistratura, ma sempre più si fa rappresentante di singoli magistrati e di singole Procure, talvolta schierate contro altri magistrati e altre Procure. Questo intreccio tra inchieste particolari e lotta politica è inquietante. Vedo che anche nel movimento di Di Pietro si colgono dei malumori per questo e per gli attacchi pretestuose e talora volgari al Capo dello Stato. Spero che Di Pietro si fermi, perché altrimenti diventerebbe impossibile ogni rapporto – conclude D’Alema.
Le cose non vanno meglio a livello locale. La Sardegna è un caso emblematico, dove i rutelliani non nascondono scarsi entusiasmi per il candidato Soru. Perdere l’ennesima amministrazione locale costituirebbe un ulteriore macchia sulla leadership veltroniana, già messa duramente alla prova dal risultato nazionale e soprattutto da quello clamoroso maturato nella Capitale.
Lo stesso Veltroni butta acqua sul fuoco. “Credo che una leadership abbia bisogno di tempo per affermarsi, come è successo nel resto d’Europa e nel mondo a grandi protagonisti politici – sottolinea il segretario in un’intervista. “Blair ha impiegato anni a costruire il New Labour prima di vincere, Lula è diventato presidente alla quarta candidatura. Comunque, per noi, deciderà il congresso del prossimo autunno”.
Il nome di Bersani, però, è sempre più insistente. L’ex ministro dell’Economia confessa, in un’intervista all’Unità, che il tema della leadership “non è all’ordine del giorno ma quando lo sarà darò il mio contributo, nelle forme che si decideranno insieme. Ho dato ampie dimostrazioni di quanto conti per me l’unità. Non si può dubitare che io sia uno della ditta”.

(Pierino Vago)

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