Buon lavoro, Presidente Mattarella

Sergio Mattarella è stato confermato Presidente della Repubblica per altri sette anni. Nel segno della continuità e della stabilità. È la seconda rielezione ai vertici dello Stato dopo quella di Giorgio Napolitano nel 2013 al sesto scrutinio. Anche allora un iter altrettanto burrascoso, con l’ormai celebre congiura dei 101 “franchi tiratori” che impedì di salire al Colle a Romano Prodi, sponsorizzato da Pier Luigi Bersani. E se pure oggi gli altari sacrificali hanno lavorato a manetta, bruciando in poche ore massime cariche istituzionali, anche allora non mancarono immolazioni. Come quella di Franco Marini. Lo stesso Giorgio Napolitano, non entusiasta per il suo bis, il 22 aprile 2013 pronunciò un celebre e durissimo discorso contro i partiti incapaci di eleggere un nuovo Presidente e di effettuare le riforme. Insomma, la storia si ripete, la Costituzione ne esce un po’ malconcia e due “casi” diventano quasi una regola. E una conveniente abitudine.

Il bis di Sergio Mattarella è frutto di altrettante fibrillanti votazioni, per quanto, per fortuna, minori delle ventitré necessarie per trovare un compromesso su Giovanni Leone nel 1971 o delle sedici per Sandro Pertini nel 1978. Il rinnovo del popolare Presidente siciliano è in fondo la soluzione più “comoda” per garantire la continuità al governo Draghi e ai risultati inappuntabili, concreti e solidi, sul fronte della campagna vaccinale e del recupero del Pil nel 2021, in attesa di quelli sulla decisiva gestione del Pnrr. Qualche maligno aggiunge – ed è stata anche una previsione azzeccata di qualche oracolo – che ha giocato un ruolo di “conservazione” anche la necessità di raggiungere il diritto alla pensione, dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, per i tantissimi parlamentari che tra un anno chiuderanno definitivamente la loro carriera. Come noto, dalla prossima legislatura il loro numero sarà dimezzato.

SI MUORE DEMOCRISTIANI. Commentando con un po’ di zucchero la rielezione di Mattarella, che ovviamente accogliamo con piena soddisfazione, è però doverosa una premessa, che sfocia nel costume: le forche caudine delle “Quirinarie”, di quello che è stato definito il “Romanzo Quirinale”, oltre a rappresentare il reiterato fallimento per l’immagine di partiti ormai estremamente frammentati e scollegati dal Paese reale, segnando ad esempio l’implosione del centrodestra, la lacerazione dei Cinquestelle e gli strazi interni del Pd, certifica l’ennesimo trionfo degli ultimi reduci democristiani. E questo, in fondo, segna la difformità qualitativa tra quella “prima repubblica”, pur con tutti i difetti propri di una democrazia e di un Paese vissuto a lungo sopra le proprie possibilità, e l’odierna classe politica, che non ha offerto certo uno spettacolo edificante con la Guida Monaci dei massimi nomi istituzionali gettati nell’agone e arsi come quei fantocci di grano nelle feste paesane e con il problema di leadership che sfocia nell’incapacità di tenere in riga le proprie truppe.

Sono stati proprio i “battitori liberi”, i cosiddetti peones svincolatisi dalle indicazioni dei partiti, a far lievitare l’opzione Mattarella-bis. Il nome del Presidente è apparso nel conteggio con 16 preferenze – definite “di riconoscenza” da poco profetici commentatori – toccando poi le 39, quindi le 125 di mercoledì, le 166 di giovedì, le 336 di venerdì, fino alle 387 della settima votazione, sorta di plebiscito a sinistra prima che parte del centrodestra si accodasse. Quindi l’acclamazione corale con 759 preferenze dell’elezione.

La scaltra dichiarazione di Enrico Letta è emblematica: “Il Parlamento ha una sua saggezza e assecondare questa saggezza è anche questa democrazia”. Ma è stato un po’ come condiscendere la rivolta di Spartaco.

Del resto, un tempo si diceva che si può nascere con qualsiasi ideologia, ma si morirà sempre democristiani. E se la Democrazia cristiana s’è sciolta da ormai 28 anni, gli opinionisti più lucidi e onnipresenti si sono confermati i vari Cirino Pomicino, Tabacci, Rotondi o Mastella, quest’ultimo geniale nel tirare fuori la storia di Papa Celestino V, quello del “gran rifiuto”, ma in questa occasione non portato fino in fondo. E c’è mancato poco che dai colli bolognesi al Colle romano arrivasse Pier Ferdinando Casini, emblema di quella capacità tutta democristiana del nuotare tra correnti avverse, con pedigree di innata mediazione, abile negoziazione, vincente intercessione.

Bene ha scritto Piero Sansonetti sul Riformista: “Io ero giovane nel 1994, quando si sciolse la Democrazia cristiana. E pensai che aveva avuto ragione Luigi Pintor, direttore del Manifesto, quando – dopo le elezioni politiche del 1983 nelle quali Ciriaco De Mita aveva subito una parziale sconfitta – aprì il giornale con un titolo diventato famosissimo: ‘Non moriremo democristiani’. E invece, evidentemente, anche quella volta il Manifesto aveva torto. Quarant’anni dopo quel titolo sono proprio i cavallini di razza della Dc a contendersi il Quirinale e a candidarsi alla successione di Gronchi, Segni, Leone, e Scalfaro”.

LA DEBACLE DELLA POLITICA. Ora, tessendo le lodi di Mattarella e del governo Draghi, tutti s’intestano una mezza vittoria, perché una assoluta non c’è stata. O meglio, si tirano fuori dalla cocente sconfitta di una classe partitica atomizzata nei tanti capipopolo, in effimere trattative, in strategie ormai logore da campagna elettorale perenne, ai limiti del “bar sport”, nell’incapacità di dare un segnale di rinnovamento facendo naufragare anche la scelta di una donna al Quirinale: il “profilo femminile di alto livello”, “la Presidente donna in gamba” sono rimaste ennesime dichiarazioni sospese. Ne sanno qualcosa il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, l’ex segretario generale della Farnesina ed attuale direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Elisabetta Belloni o la presidente della Scuola nazionale dell’amministrazione, Paola Severino. Insomma, figuracce a iosa.

A togliere le castagne dal fuoco c’hanno dovuto pensare coloro che hanno confermato di essere i più affidabili timonieri istituzionali. Nonostante Sergio Mattarella non abbia certo nascosto, nelle ultime settimane, le intenzioni di addio, sbandierandole in ogni evento pubblico, persino confidandolo a cantanti e sportivi, immortalando il suo trasloco con tanto di scatoloni, il contratto di affitto della casa nel quartiere Coppedè, alla fine ha dovuto cedere alla disponibilità del nuovo settennato, confermandosi garante di quel cammino europeista, riformista e popolare che dovrà continuare ad assicurare buoni frutti. Ed è innegabile che un’accelerazione è stata impressa anche dal premier Mario Draghi, tra contatti telefonici e incontri, tra cui quello con lo stesso Mattarella in occasione della cerimonia per la presidenza della Consulta di Giuliano Amato.

Restano altri flash di questa settimana di fuoco. L’omaggio ad Umberto Bossi, giunto tenace in carrozzina, anima storica del leghismo prima maniera. Il ruolo dei governatori delle Regioni, certamente più compatti dei leader dei loro partiti. E l’eterno Silvio Berlusconi, che sarà ora più che mai decisivo per rimettere insieme i cocci del centrodestra.

IL FUTURO. In una fase di grandi sorprese, i giochi non si chiuderanno certo qui. Inizia, di fatto, una stagione nuova per i partiti, che hanno imboccato i lunghi mesi della campagna elettorale per la futura legislatura. Uno scontro pesante avverrà a destra, dove i tronconi sono ben quattro, tra i cosiddetti “centristi”, Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni, a destra, è in fondo quella che esce meglio da questa prova, mantenendo un suo ruolo coerente di opposizione, criticando il secondo mandato presidenziale, che “non può diventare una prassi, forzando gli equilibri previsti dalla nostra Costituzione – come s’è affrettata a dichiarare, non assecondando la scelta del Mattarella bis “barattando di fatto sette anni di Presidenza della Repubblica in cambio di sette mesi in più di governo e di legislatura”.

Situazione non rosea anche nel Movimento Cinque Stelle, dove la frattura tra Conte e Di Maio è sempre più lampante, con Di Battista che potrebbe rientrare in gioco, portando via pezzi ad una formazione già con tanti problemi.

Ma anche nel Pd, che apparentemente con i suoi veti ha favorito la soluzione estrema di Mattarella – sostenuta in particolare e da tempo da Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato dem – il gioco delle correnti è l’attualità, con la scelta di Mattarella quale ultima spiaggia.

E dopo le elezioni del 2023? Qualcuno è pronto a scommettere che Draghi potrebbe subentrare proprio alla Presidenza della Repubblica grazie alle premature dimissioni di Mattarella. Fantapolitica? In fondo siamo il Paese di Tomasi di Lampedusa. Con tutti i pro e i contro del caso.

(Domenico Mamone)

Precedente La fase narrativa del cammino sinodale Successivo Maria Centracchio, emblema di una regione