CELESTINO V



Nomi celebri

Abbiamo “ricostruito” le biografie di una cinquantina di persone, con origini molisane, che vantano un’ampia e riconosciuta notorietà.
Un elenco, per un territorio ancora sconosciuto qual è il Molise, che risulta importante per rispondere alla classica domanda: “Quali sono i molisani famosi?”.
Si tratta per lo più di personaggi che sono nati e si sono affermati professionalmente al di fuori della propria terra d’origine. Ma con il Molise, il più delle volte, mantengono un rapporto saldo, per quanto poco enfatizzato.


gallery/07_Nomi_celebri/Celestino_V.jpg
gallery/07_Nomi_celebri/Celestino_V_Molise.jpg

Celestino V, nato Pietro Angeleri (o Angelerio) e detto Pietro da Morrone, nasce nel Molise probabilmente nel 1215 (altri collocano la sua data di nascita nel 1209), figlio di due contadini poveri, Angelo Angelerio e Maria Leone, profondamente religiosi, penultimo di 12 fratelli, e muore certamente a Fumone il 19 maggio 1296, ad 87 anni.
Diversi Comuni del Molise ne rivendicano i natali: Isernia, la storiografia più nota, Macchia d’Isernia, Sant’Angelo Limosano, Morrone e Sant’Angelo in Grotte, frazione di Santa Maria del Molise (“… in un castello di nome Sancto Angelo”). Qualche studioso lo fa nascere nel castello di Sant’Angelo di Ravecanina, nel casertano.
E’ Papa dal 29 agosto, quando viene incoronato ad Aquila (oggi L’Aquila) nella basilica di Santa Maria di Collemaggio (dove è sepolto) fino al 13 dicembre 1294.
E’ stato l’unico Papa ad abdicare nonché il primo Pontefice a svolgere l’attività pastorale al di fuori dei confini dello Stato della Chiesa.
È venerato come Santo dalla Chiesa Cattolica che ne celebra la festa liturgica il 19 maggio.
Dopo la morte prematura del padre, si dedica fin da ragazzo al lavoro dei campi.
Nel 1231 veste l’abito benedettino, soggiornando presso il monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli, chiesa abbaziale che, tra le dodici arcidiocesi di Benevento, era una delle più importanti. Mostra una straordinaria predisposizione all’ascetismo e alla solitudine, ritirandosi in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui il suo nome.
L’eccezionale tendenza ascetica è certamente ispirata dalla visione escatologica di Gioacchino da Fiore “il calavrese di spirito profetico dotato”. Altre fonti lo vogliono eremita in una grotta nelle vicinanze del fiume Aventino, nei pressi di Palena.
Qualche anno dopo, probabilmente nel 1238, si trasferisce a Roma, presumibilmente presso il Laterano, dove studia fino a prendere i voti sacerdotali nel 1241.
Celebra la prima messa nella chiesa di San Pietro in Montorio e torna in Abruzzo, stabilendosi alle falde del monte Morrone, in un’altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano, forse influenzato dalla consapevolezza che in quel luogo aveva dimorato l’eremita Flaviano da Fossanova. Prende come modello di vita San Giovanni Battista: non beve vino, non mangia carne e pratica quattro quaresime l’anno.
Qualche anno dopo abbandona anche questa grotta, probabilmente turbato dalle numerosissime visite di giovani richiamati dalla sua fama di santità: molti di questi diventano infatti suoi discepoli, condividendo le sofferenze. Preferisce rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile, sui monti della Maiella, sempre in Abruzzo, dove vive nella maniera più semplice.
Nel 1244, si allontana temporaneamente dall’eremitaggio per costituire una congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata “dei frati di Pietro da Morrone” (o “Congregazione dei Fratelli Penitenti dello Spirito Santo”), che ha sede presso l’eremo di Sant’Onofrio al Morrone (patrono degli eremiti), il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito prende il nome di Celestini, ramo dei Benedettini.
Nel 1259 fra’ Pietro da Morrone ottiene i finanziamenti per costruire l’Abbazia morronese che sorge attorno all’antica chiesa di Santa Maria del Morrone, poi detta di Santo Spirito.
Nel 1265 presso l’eremo di Sant’Onofrio si ritira in preghiera ed eremitaggio. Qui, anche se anziano, trascorre tredici mesi in totale e assoluta preghiera.
Nell’inverno del 1273 si reca a piedi in Francia, a Lione, alla vigilia dei lavori del Concilio, per impedire che il suo ordine monastico fosse soppresso. La missione ha successo grazie alla fama di santità che circonda il monaco eremita. Distaccato ormai sempre più dalle cose terrene, fra’ Pietro si dedica totalmente all’ascesi. Ma le vicende del pontificato lo avrebbero presto coinvolto.
Il 4 aprile 1292 muore Papa Niccolò IV, al secolo Girolamo Masci. Sempre ad aprile si riunisce il conclave composto da dodici porporati: Latino Malabranca Orsini (o Frangipani Malabranca), vescovo di Ostia e Velletri, decano del Sacro Collegio; Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto-Santa Rufina, sub-decano del Sacro Collegio;  Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina; Giovanni Boccamazza (o Boccamiti), vescovo di Frascati; Benedetto Caetani, titolare dei Santi Silvestro e Martino ai Monti; Jean Cholet, titolare di Santa Cecilia; Giacomo Colonna, diacono di Santa Maria in via Lata; Pietro Colonna, diacono di Sant’Eustachio; Napoleone Orsini Frangipani, diacono di Sant’Adriano; Matteo Orsini Rosso, diacono di Santa Maria in Portico; Pietro Peregrossi (detto Milanese), titolare di San Marco; Hughes Seguin de Billon (o Aycelin), titolare di Santa Sabina. Nonostante le numerose riunioni, a Santa Maria sopra Minerva, a Santa Maria Maggiore e sull’Aventino, il Sacro Collegio non riesce a far convergere i voti necessari su alcun candidato. Un’epidemia di peste determina quindi non solo lo scioglimento del conclave ma anche la morte del cardinal Cholet.
Il conclave torna a riunirsi a Perugia il 18 ottobre 1293 ma con le solite difficoltà, causa la frattura tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali, mentre aumenta il malcontento popolare, anche negli stessi ambienti ecclesiastici. Un’altra vicenda accentua l’esigenza di far presto con la scelta del nuovo Pontefice. Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, in trattativa con Giacomo II, Re d’Aragona, per definire l’occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all’indomani dei cosiddetti “vespri siciliani” del 31 marzo 1282, insieme al figlio Carlo Martello si reca a Perugia per ottenere dal conclave l’avallo pontificio. Ma il suo ingresso nella sala dove è riunito il Sacro Collegio provoca dure reazioni da parte di tutti i cardinali. I quali, però, comprendono la necessità di chiudere la sede vacante. Il cardinale Latino Malabranca fa allora il nome di Pietro da Morrone il quale, nonostante le resistenze degli altri cardinali sulla persona di un non porporato, viene nominato all’unanimità Papa il 5 luglio 1294.
Sulle ragioni di una tale scelta s’è molto discusso. C’è chi ritiene che si sia optato per una soluzione di transizione, chi addirittura valuta il vaglio del frate molisano come strumentale ad una gestione da parte di porporati più esperti.
Di certo la notizia dell’elezione gli viene recata nel luglio 1294 da tre vescovi, nella grotta sui monti della Maiella, dove il frate risiede. Inizialmente il futuro Celestino V oppone un netto rifiuto che, si trasforma poi in un’accettazione riluttante, avanzata per dovere di obbedienza.
Pietro si reca all’Aquila scortato dallo stesso Carlo d’Angiò che tiene le briglie del suo asino. Nella città abruzzese è convocato tutto il Sacro Collegio. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, che egli stesso aveva fatto costruire qualche anno prima, è incoronato il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V. Uno dei primi atti ufficiali è l’emissione della cosiddetta “Bolla del Perdono”, che elargisce l’indulgenza plenaria a coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella basilica di Santa Maria di Collemaggio dell’Aquila dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29 agosto. E’ l’istituzione della Perdonanza (sorta di anticipazione del Giubileo), celebrazione religiosa che ancora oggi si tiene nel capoluogo abruzzese.
Quindi nomina Carlo d’Angiò, “maresciallo” del futuro Conclave, ratificando il trattato sulla Sicilia.
Il 18 settembre 1294 indice il suo primo e unico Concistoro, nel quale nomina 13 nuovi cardinali, nessuno romano: Landolfo Brancaccio di Napoli; Giovanni Castrocoeli, arcivescovo di Benevento; Pietro d’Aquila, vescovo di Valva-Sulmona, Simon de Beaulieu, francese, arcivescovo di Bourges; Bertrand de Got, francese, Arcivescovo di Lione; Nicolas de Nonancour, francese, cancelliere del capitolo della cattedrale di Parigi; Tommaso d’Ocre, abate di San Giovanni in Piano; Guillaume Ferrier (o de Ferrières), francese; Jean Le Moine, francese, vescovo di Arras;. Guglielmo Longhi, Cancelliere di Carlo II d’Angiò; Robert, francese, abate dei monasteri di Potigny e Citeaux; Francesco Ronci di Atri, Abruzzo; Simon, francese, Ordine benedettino cluniacense Dietro consiglio di Carlo d’Angiò, trasferisce la sede della curia dall’Aquila a Napoli, fissando la sua residenza in una piccola stanza di Castel Nuovo, arredata in modo molto semplice.
Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo, avanzati da Carlo d’Angiò, il 13 dicembre 1294, Celestino V, nel corso di un concistoro, legge una bolla – compilata dall’esperto e non proprio disinteressato cardinale Caetani – con l’eventualità di un’abdicazione del Pontefice per gravi motivi.
Quindi recita la seguente formula della rinuncia al soglio pontificio: “Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale”.
Undici giorni dopo le sue dimissioni, il conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elegge nuovo Papa il cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni, 59 anni, che prende il nome di Bonifacio VIII. Sarà protagonista di numerose e poco nobili vicende. Caetani, una volta insediato, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari, pone sotto sorveglianza il predecessore che, impaurito, tenta una fuga verso la Grecia: il 16 maggio 1295, gli sgherri del Gran Connestabile del Regno di Napoli Guillaume d’Ètendard lo catturano presso Vieste. Caetani, temendo la rimessa in trono di Celestino V, fa rinchiudere l’anziano Pietro da Morrone nella rocca di Fumone, in Ciociaria, dove il frate molisano muore il 19 maggio 1296. Secondo un’ipotesi molto accreditata viene addirittura ucciso tramite un chiodo infilato nel cranio.
Nel 1630  Lelio Marini, Abate Generale della Congregazione dei Celestini, denuncia pubblicamente l’assassinio di Celestino V. Le sue spoglie vengono traslate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, presso L’Aquila. Viene quindi canonizzato da papa Clemente V nel maggio 1313, a seguito di sollecitazione da parte del re di Francia Filippo IV Capeto, detto “il bello”. La solenne cerimonia si tiene nella cattedrale di Avignone, alla presenza del Papa.
L’ordine dei Celestini viene istituito nel 1274 da Gregorio X. I frati vestono con una tonaca bianca con cappuccio nero. La loro scomparsa in Francia risale al 1789 disposta, da Pio VI, e in Italia nel 1810.
L’esistenza di Papa Celestino V continua ad appassionare gli storici. A causa, anche, delle numerose citazioni che riguardano l’unico pontefice molisano. Jacopone da Todi, al momento dell’elezione, gli dedica una lauda, in cui si domanda cosa avrebbe fatto il nuovo Papa e se fosse stato all’altezza del compito: “Que farai, Pier da Morrone? Èi venuto al paragone. Vederimo êl lavorato che en cell’ài contemplato. S’el mondo de te è ‘ngannato, séquita maledezzone”.
Dante Alighieri, nella Divina Commedia, nel terzo canto dell’Inferno, scrive: “Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. La frase riguarderebbe proprio Celestino V, mentre altre correnti di pensiero vi leggono Esaù o Ponzio Pilato.
Francesco Petrarca esalta invece Celestino V, ritenendo che una persona di tale levatura morale mal poteva conciliarsi con la Chiesa del tempo.
Alla vita di Celestino V è dedicato il libro “L’avventura di un povero cristiano”, dramma teatrale firmato da Ignazio Silone. In Abruzzo, a differenza del Molise, esistono ancora numerosi luoghi celestiniani, meta di pellegrinaggi.
Lo spettacolare monastero di Santo Spirito a Majella (a Roccamorice, in provincia di Pescara) è il più noto, costruito all’interno di una parete rocciosa a ridosso del Vallone di Santo Spirito a 1130 metri d’altitudine. Restaurato da Celestino V, ne fece una casa madre dell’ordine dei  Celestiniani. Distrutta da un terremoto nel XVIII secolo, è stata definitivamente restaurata nel 1975. L’eremo di Sant’Onofrio, realizzato da fra Pietro da Morrone verso la fine del 1264, sorge addossato a una ripida parete rocciosa del Monte Morrone, nei pressi di Sulmona. Le camere dei frati erano scavate nella roccia. Da qui partì per l’Aquila, scortato da Carlo Martello d’Angiò, per la consacrazione al soglio di Pietro. L’eremo è stato recentemente restaurato. La Badia Morronese è un imponente edificio con torri e tre cortili, cinto  da mura. Ha origini svevo-normanne. Celestino V viene qui nella seconda metà del XIII. L’eremo di San Bartolomeo in Legio risale al 1260, voluto da fra’ Pietro da Morrone. Vi si conserva la statua lignea di San Bartolomeo, di cui sono devoti gli abitanti della zona. L’eremo di San Giorgio (detta la Grangia di San Giorgio) è stato di recente restaurato. L’eremo di San Giovanni dell’Orfento è, infine, il luogo dove Celestino V è vissuto per nove anni dal 1284 al 1293. Interamente scavato nella roccia, è uno dei luoghi più duri e aspri di vita monastica.

(Giampiero Castellotti)

© Forche Caudine – Vietata la riproduzione
 
Precedente SERGIO CASTELLITTO Successivo EDDIE LANG