ROBERT DE NIRO



Nomi celebri

Abbiamo “ricostruito” le biografie di una cinquantina di persone, con origini molisane, che vantano un’ampia e riconosciuta notorietà.
Un elenco, per un territorio ancora sconosciuto qual è il Molise, che risulta importante per rispondere alla classica domanda: “Quali sono i molisani famosi?”.
Si tratta per lo più di personaggi che sono nati e si sono affermati professionalmente al di fuori della propria terra d’origine. Ma con il Molise, il più delle volte, mantengono un rapporto saldo, per quanto poco enfatizzato.


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Robert De Niro è l’attore per antonomasia. Un sondaggio compiuto ad ottobre 2004 dall’autorevole rivista “Empire” lo ha consacrato il più grande attore vivente (secondo Al Pacino, terzo Jack Nicholson, quindi Paul Newman, Marlon Brando, Anthony Hopkins, Morgan Freeman, Dustin Hoffman, Clint Eastwood, Sigourney Weaver, Gene Hackman, Harrison Ford, Sean Connery, Meryl Streep, Ian McKellen, Christopher Lee, Sidney Poitier, Robert Redford, Alan Rickman e Judi Dench).
Robert De Niro nasce il 17 agosto 1943 a New York, nella chiassosa Little Italy.
Suo padre Robert Senior e sua madre Virginia Admiral sono pittori espressionisti astratti. Il padre è anche poeta e scultore. Padre e madre divorziano poco dopo la nascita di “Bob”.
Stando alla recente e scrupolosa biografia di De Niro, firmata John Baxter (Barnes&Noble) e confermata dallo stesso attore in una recente intervista al londinese Times, suo padre si sarebbe dichiarato gay negli anni Quaranta, proprio dopo aver lasciato la madre di Bob. Da indiscrezioni mai smentite, De Niro senior, residente al Greenwich Village fino alla morte (nel 1993), avrebbe avuto storie con il poeta Robert Duncan, con lo scrittore Tennessee Williams e con il pittore Jackson Pollock.
Il bisnonno dell’attore è italiano, molisano di Ferrazzano (Campobasso), la bisnonna è irlandese.
Soprannominato “Bobby Milk” per il suo fisico scheletrico e per il suo pallore, timido e solitario (contrariamente all’ambiente in cui cresce), riesce però subito ad acquisire una propria personalità su un palcoscenico.
Ad appena dieci anni recita in teatro ne “Il mago di Oz” e a sedici anni nell'”Orso” di Cechov.
l giovane De Niro comincia così a calcare abitualmente i palcoscenici off-Broadway e impara l’arte della recitazione presso il Dramatic Workshop, il Luther James Studio e infine il prestigioso corso di Lee Strasberg.
L’esordio cinematografico è nel 1965 in un film girato in Francia “Tre camere a Manhattan”, dove appare per pochi minuti.
Il primo regista a credere in lui è Brian De Palma, con il quale gira tre film tra il 1966 e il 1970: “A Wedding Party” (“Oggi sposi”), “Ciao America!” e “Hi Mom”. Ma il primo ruolo importante arriva con Martin Scorsese e il suo “Mean Street” che lancia il trentenne De Niro nel cinema che conta.
Nel 1974 è la volta de “Il Padrino parte II” di Coppola, dove interpreta il ruolo di Vito Corleone (primo Oscar come miglior attore non protagonista).
Nel 1976 si sposa con l’attrice e cantante Diahnne Abbott (dalla quale divorzierà 12 anni dopo).
Con Martin Scorsese gira ancora “Taxi Driver” (1976, nomination all’Oscar, con Jodie Foster) e “Toro scatenato” (secondo Oscar, nel 1980, grazie alla straordinaria interpretazione del pugile Jack La Motta, per la quale va sovrappeso ingurgitando per settimane birra e patate).
Con Bernardo Bertolucci è in “Novecento” del 1976, con Michael Cimino firma “Il cacciatore” (ancora nomination all’Oscar), con Sergio Leone “C’era una volta in America” del 1984. Nello stesso anno, con Meryl Streep, interpreta la commedia “Innamorarsi”.
Nel 1987 è l’inquietante Luis Cipher in “Angel Heart-Ascensore per l’inferno”, con Mickey Rourke.
Sempre del 1987 è “Gli intoccabili, con Kevin Costner e Sean Connery.
“Lettere d’amore” con Jane Fonda è del 1989, anno in cui fonda, insieme a Jane Rosenthal, la casa di produzione TriBeCa Film Center, cui va giustamente fiero in quanto cura, tra l’altro, lo sviluppo di progetti cinematografici cui contribuisce in varie vesti, operando come produttore, regista e interprete.
Si passa agli anni novanta ed è ancora mafia con “Quei bravi ragazzi” (1990). Nello stesso anno interpreta il paziente Leonard Lowe in “Risvegli” (nomination all’Oscar). Quindi ancora una nomination all’Oscar con il thriller: “Cape Fear-Il promontorio della paura” (1991), per il quale, nel ruolo del pazzo Max Cady, ottiene dal produttore 5 mila dollari per insudiciarsi i denti e altri 20 mila per rimetterli in sesto.
Il 1993 segna l’esordio alla regia nel film “Bronx”, storia di un ragazzino che cresce a Little Italy e di un padre che cerca di tenerlo lontano dalla mafia e l’inizio della sua carriera come produttore In “Heat-La sfida” (1995) recita per la prima volta a fianco di Al Pacino. Nel 1995 è in “Casino” con Sharon Stone per la regia di Scorsese.
Ancora film: “Il mito” e “La stanza di Marvin” nel 1996. Con il thriller “Sleepers”, sempre del 1996, vince ancora un Oscar. “Cop land”, “Sesso e potere” e “Jackie Brown” sono del 1997, “Great expectations” e “Ronin” del 1998, “Terapia e pallottole” del 1999.
Nel 1997 si sposa una seconda volta con l’assistente di volo Grace Hightower (con la quale sembra sia stato fidanzato per due anni), dalla quale ha un figlio, Elliot, nato il 18 marzo 1998. L’attore ha altri quattro figli: Drena (1968) e Raphael (1977), avuti della Abbott, Aaron e Julian (gemelli, 1996), nati dalla lunga relazione con la modella Toukie Smith.
Ha avuto numerose altre relazioni: la più nota e chiacchierata quella con la top model Naomi Campbell.
Nel 1998, durante le riprese a Parigi del film “Ronin”, viene indagato dalla polizia francese per presunto coinvolgimento in un giro di prostituzione. Prosciolto da ogni accusa, restituisce la Legion d’onore.
Ancora innumerevoli pellicole nel nuovo secolo: “Flawless”, “Le avventure di Rocky e Bullwinkle”, “Men of honor” e “Ti presento i miei” nel 2000, “15 Minuti – Follia omicida a New York”, “The score”, “Showtime” nel 2001, “City by the sea” e “Un boss sotto stress” nel 2002. Tra i film più recenti: “Godsend”, “The bridge of San Luis Rey”, “Mi presenti i tuoi?”, “Hide and seek” e “The good shepherd”.
Celebre il suo impegno quasi maniacale per caratterizzazioni perfette: acquisisce venti chili per impersonare Jack La Motta e Al Capone, impara a suonare il sax per essere un credibile jazzista in “New York, New York” e trascorre tre mesi con la tribù di indios Wanuna per recitare in “Mission”. De Niro ha rifiutato altri ruoli importanti come quello di Gesù in “L’ultima tentazione di Cristo” (ancora di Scorsese) e quello di Sal, gestore di una pizzeria in “Fa la cosa giusta” di Spike Lee.
È proprietario del ristorante “Ago” a West Hollywood e ne gestisce in società altri due, “Nobu” e “Lyala”, a New York.
“Bob” De Niro fa parte di quella presenza dominante di protagonisti con origini italiane che caratterizza da sempre il mondo del cinema americano. Non a caso gli agenti del casting americano utilizzano il termine “Hollywood italian” per definire questo particolare segmento della mecca del cinema mondiale. Sono numerosissimi – e molti di culto – i film che ritraggono la comunità italiana, ponendo spesso l’accento su un cocktail di stereotipi quali la mafia, l’irascibilità, il parlare a voce alta, il maschilismo, la passione che sfocia di frequente nella violenza, il romanticismo, la famiglia numerosa, la gestualità, la cucina, la musica (in primis il melodramma), la brillantina, l’esasperata religiosità, l’attaccamento alle radici, un certo modo di vestire. Pellicole che personificano e divulgano una precisa identità italiana, oggi condivisibile o meno ma certamente fedele ad un lungo periodo storico della nostra emigrazione. Fattori disparati e molto scenici che rinnovano interesse per l’etnia e danno vita ad un’esauribile energia creativa. Su tutto emerge una grande contraddizione degli italiani d’America, inseriti ai massimi livelli nella sfera sociale e produttiva statunitense ma anche ostinatamente orgogliosi della propria “italianità”, della radicale differenza. Ma è anche il segno inequivocabile di un dna italiano che ben si adatta all’arte in genere, ed al cinema in particolare.

(Giampiero Castellotti)

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