GIUSEPPE DE RITA



Nomi celebri

Abbiamo “ricostruito” le biografie di una cinquantina di persone, con origini molisane, che vantano un’ampia e riconosciuta notorietà.
Un elenco, per un territorio ancora sconosciuto qual è il Molise, che risulta importante per rispondere alla classica domanda: “Quali sono i molisani famosi?”.
Si tratta per lo più di personaggi che sono nati e si sono affermati professionalmente al di fuori della propria terra d’origine. Ma con il Molise, il più delle volte, mantengono un rapporto saldo, per quanto poco enfatizzato.


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Giuseppe De Rita è uno dei più noti sociologi italiani, attento osservatore delle trasformazioni economiche, sociali e istituzionali del nostro Paese.
E’ nato il 27 luglio 1932 a Roma, nel quartiere San Giovanni, da famiglia d’origine molisana.
Il nonno, esattore delle tasse, da Venafro (Isernia) viene trasferito a Pontecorvo (Frosinone). Quindi la famiglia “emigra” a Roma, dove la madre Serafina vince un concorso di maestra ed il padre Raffaele lavora al Banco di Santo Spirito. Il matrimonio dei genitori viene celebrato da padre Antonio De Marco, arciprete di Venafro. I De Rita, originari quindi di Venafro, oggi sono sparsi tra Roma, Puglia e Ciociaria.
Ma il suo legame con il Molise è dovuto soprattutto agli anni della guerra, quando soggiorna a Frosolone (Isernia) presso la famiglia di Ida Nota-Ruberto, sorella della madre, la quale ha sposato un preside del posto. Qui torna anche per qualche estate presso la casa degli zii. “Quell’anno di guerra trascorso a Frosolone fu importante per la mia vita privata – racconta De Rita. “Ero il figlio maggiore e mio padre mi elesse suo confidente, cosa che mi aiutò ad affrontare una maturazione molto rapida”. Di Frosolone dice che è un paese “durissimo”, un paese di rigore, di una dimensione schiva. “Nel mio carattere c’è un nucleo d’impenetrabilità, qualcosa che non può essere messo in piazza. Un qualcosa di molisano, dico io – osserva il sociologo. “C’è nel molisano una specie di misura antica che non è neppure contadina, è solo paesana, cultura di poveri se si vuole, in cui, in fondo, il rapporto segreto con se stesso rappresenta una misura che non può essere travalicata. La misura era una delle grandi certezze della cultura greca: la ibris era la dismisura, cioè lo sbracare, l’andare oltre. Ebbene, io non ho una misura greca, perché non sono così raffinato, io ho una misura molisana se mi posso permettere”.
Nel 1954, a Roma, si laurea in giurisprudenza.
Dal 1955 al 1963 è funzionario della Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno), responsabile della sezione sociologica della Svimez dal 1958 al 1963.
Nel 1964, insieme a Gino Martinoli Levi e a Pietro Longo, è tra i fondatori del Censis (Centro studi investimenti sociali), di cui è consigliere delegato fino al 1974, quando diventa segretario generale della Fondazione Censis
Per oltre un decennio, dal 1989 al 2000, è presidente del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.
Presidente della casa editrice Le Monnier. Giuseppe De Rita svolge un’intensa attività pubblicistica, anche come editorialista dei principali giornali italiani (tra questi “Il Corriere della Sera”), oltre ad essere relatore ai più importanti convegni e dibattiti che riguardano le condizioni e le linee di sviluppo della società italiana. Nel dicembre 2004 l’Università IULM conferisce a Giuseppe De Rita la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione, riconoscendo che in qualità di segretario generale della Fondazione Censis è protagonista da decenni di un impegno di tessitura e di iniziativa che è esperienza riconosciuta come originalissima e preziosa per la comunità nazionale. Il suo fecondo e incessante lavoro di interpretazione dei fenomeni sociali, economici e culturali, con ampio e crescente spazio di ricerca assegnato all’ambito dei processi comunicativi, è stato ed è materia di costruzione delle categorie di lettura dei processi e fenomeni sociali. Categorie che si sono rese indispensabili per l’attività dei media e per le opzioni dei decisori con un particolare coinvolgimento sia del quadro politico-istituzionale oggettivamente aiutato a conoscere, valutare e compiere opzioni, sia dei soggetti della rappresentanza aiutati a fare selezione e a posizionarsi in modo maturo nella dialettica sociale.
Sotto la sua guida il Censis ha avviato, dal 2000, una riflessione approfondita sul tema del “modello” socio-economico italiano con l’obiettivo di mettere in luce gli elementi più innovativi e le schegge emergenti di vitalità.
Tra i suoi scritti si segnalano: “Il punto sull’Italia”, scritto con Marco Deaglio (Mondadori, 1983); “La Chiesa galassia e l’ultimo Concordato”, scritto con Gennaro Acquaviva, a cura di Luigi Accattoli (Rusconi, 1983); “La società abbondante. Come arrivammo agli anni ‘90”, scritto con N. Delai e A.Vinciguerra (Edizioni Euroitalia, 1990); “Una città speciale. Rapporto su Venezia” (Marsilio, 1993); “Intervista sulla borghesia in Italia”, a cura di Antonio Galdo (Laterza, 1996); “Il manifesto dello sviluppo locale” con Aldo Bonomi (Bollati Boringhieri, 1998); “Che fine ha fatto la borghesia?” con Massimo Cacciari e Aldo Bonomi (Einaudi, 2004). Nel 2003 ha ottenuto il premio “Fregene” per “Il regno inerme” (Einaudi).
A proposito del Molise e di Frosolone, De Rita ha scritto: “Non sono più tornato a Frosolone dal luglio 1944. Credo di non aver voluto, tante son state le volte che son passato lì vicino, le volte che sono andato oltre i cartelli per le deviazioni. Non sopporterei i cambiamenti, che mi dicono molti e significativi; e per fortuna, aggiungo, visto quant’era povero il paese in quegli anni. Ma i loci della memoria è giusto che rimangono fissi nel cuore, immutabili per come li si è vissuti. Andrei alla ricerca di angoli, di odori, di facce, di atmosfere che non troverei: razionalmente dovrei accettare la differenza concreta dei miei ricordi, irrazionalmente preferisco tenermi i ricordi, senza prendere atto del cambiamento”. Ed ancora: “Ho incorporato quello che potevo incorporare. Insistere, tornare, significherebbe fare una sottrazione di quello che ho accumulato”.

(Giampiero Castellotti)

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