CHIARA GAMBERALE



Nomi celebri

Abbiamo “ricostruito” le biografie di una cinquantina di persone, con origini molisane, che vantano un’ampia e riconosciuta notorietà.
Un elenco, per un territorio ancora sconosciuto qual è il Molise, che risulta importante per rispondere alla classica domanda: “Quali sono i molisani famosi?”.
Si tratta per lo più di personaggi che sono nati e si sono affermati professionalmente al di fuori della propria terra d’origine. Ma con il Molise, il più delle volte, mantengono un rapporto saldo, per quanto poco enfatizzato.


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Chiara Gamberale, affermata scrittrice, è nata a Roma il 27 aprile 1977 da un’importante famiglia molisana di Agnone (Isernia). Il padre è Vito Alfonso Gamberale, già amministratore della Telecom e di Autostrade spa.
Già a sei anni, Chiara mostra la propensione per lo scrivere, “costruendo” il suo primo romanzo che si intitola “Clara e Riki”, storia di due piccoli montanari, ispirata ai cartoni animati. Ricorda che da piccola infilava da tutte le parti il verbo “annuire”, sua nuova conoscenza che, tra i meandri della lingua italiana, le piaceva particolarmente. Ancora oggi sua madre conserva gelosamente quei quadernini. Fin da bambina, a chiunque le chieda cosa volesse fare da grande, risponde: la scrittrice e la rivoluzione.
Si laurea al Dams di Bologna con tesi in storia del cinema, una delle sue passioni.
Collaboratrice di vari quotidiani nazionali, nel 1996 vince il premio di giovane critica “Grinzane Cavour” promosso dal quotidiano “La Repubblica”. Partecipa quindi alla selezione del Campiello Giovani: Cesare De Michelis, presidente della Marsilio, si innamora di “Una vita sottile”, decidendo di pubblicarlo (1999). Con questo romanzo, giunto nel corso di un anno alla quinta edizione, l’autrice si classifica al primo posto nella categoria opera prima dei premi “Orient Express”, “Un premio per l’estate” e “Librai di Padova”. La Rai ne trae un tv-movie per la serie “Generazioni”, andato in onda su Raidue il 14 Aprile 2003 con la sceneggiatura di Lidia Ravera e Mimmo Rafele e la regia di Gianfranco Albano. Il libro, scritto in una prosa scorrevole e dai risvolti autobiografici, racchiude una serie di ritratti di persone che l’autrice ha incontrato nel corso della giovane vita, tutti legati dal sottile filo dell’anoressia. Emergono soprattutto i momenti di felicità incastonati nel periodo della malattia. Un lavoro sull’adolescenza, delicato e profondo, soprattutto sulla fatica di crescere.
Uno stralcio dalla prefazione: “Scelgo la vita, sì, scelgo la sveglia che suona e tu non la senti e continui a dormire, scelgo un gelato con tantissima panna sopra, solo perché mi va, scelgo l’imperfezione, la serata in cui ti senti di preferire “Pretty Woman” a “Roma città aperta”, scelgo Elena di sole e di cannella e il mio cane Jonathan che va pazzo per divorare le antenne dei cellulari. Ho cercato per anni di inventare storie per potermi raccontare, ho forzato la mia fantasia fino all’eccesso, ho atteso trepida la musica ispirazione e solo ora ho capito che le storie più belle, più strane, tristi o allegre, commoventi, a volte incredibili, mi stavano intorno, erano sempre state lì vicino a me… Non so se capita a tutti, se è merito del mio animo in cui si impiglia tutto così facilmente o del destino generoso, ma le persone che mi gravitano attorno e le loro vicende sono davvero invidiabili per un qualsiasi eroe da romanzo e inoltre sono tutte terribilmente vere, così è proprio attraverso loro, senza le quali sarei la metà di quello che sono ora, loro, che forse saranno le uniche a leggersi, loro che hanno permesso che il nostro incrocio di esistenze non fosse fugace, loro che oggi, giorno della mia prima bocciatura, mi hanno telefonato per farmi le congratulazioni, loro, mio personale piccolo Teatro dell’Assurdo, è proprio attraverso tutte loro che stavolta ho scelto di raccontarmi”.
Il secondo suo romanzo è “Color lucciola” (Marsilio, 2001).
Il libro narra la storia di Aletè, figura femminile che evoca con la sua presenza la verità. Grazie a tale virtù, viene chiamata da una coppia di genitori per aiutare il figlio Paolo, ragazzo che si è volontariamente isolato dal mondo, chiuso da tempo in uno scontroso mutismo. Dal momento in cui Aletè gli si avvicina, inizia un gioco di rimandi tra la realtà e le vicende del romanzo mai finito che il figlio sta scrivendo. Scrive Giorgia Arena: “Leggiamo insieme l’epilogo: io una volta ho capito che niente può essere talmente tanto vero da non celare in sé almeno un riflesso di bellezza. Tu una volta hai amato, Aletè. Io una volta ho capito che niente può essere talmente tanto bello da non celare almeno un’ombra di verità. Tu una volta hai amato, Orfeo. Bellezza e Verità un binomio inscindibile e le lucciole lo illustrano pienamente perché: “quando viene giorno non mantengono nemmeno un velo di poesia che la notte infonde loro”. Nel 2002 pubblica “Arrivano i pagliacci” (Bompiani). Racconta la storia di Allegra, ventenne che sta per traslocare. Non porterà via alcunché dalla casa, ma scrive una lettera ai nuovi inquilini in cui spiega la sua storia partendo dalla descrizione di ciascun oggetto. C’è poi il padre studente rivoluzionario, la madre fotomodella americana poco più che bambina, il fratello down, l’amicizia con la disadattata Zuellen, la passione amorosa per Leonardo, l’odio per la psicologa nuova moglie di papà. “Sentivo il bisogno di narrare la storia di una famiglia tra gli anni settanta e ottanta, raccontare attraverso loro cos’è successo in quegli anni, uccidere il mito della psicanalisi – racconta l’autrice, che confessa che questo romanzo è il primo che la rappresenta appieno.
Il suo debutto televisivo su Rai educational a “Parola mia”, trasmissione che la conduce alla ribalta, al fianco di Luciano Rispoli. La seconda esperienza televisiva è la conduzione di “Gap”, generazioni alla prova, su Raitre. Il libro del cuore è “L’idiota” di Dostoevskij.
Ha creato e dirige a Roma il laboratorio di scrittura creativa “Il calamaio”.
Vive fra Roma e Milano.

(Giampiero Castellotti)

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