Che fare dei “non vaccinati”?

A causa dei ritardi che sta registrando la campagna vaccinale, conseguenza non solo del numero ridimensionato di dosi, ma anche dell’evidente disorganizzazione in alcuni territori, non è ancora chiaro quanti saranno coloro che non hanno intenzione di farsi vaccinare. La statistica potrebbe venire in aiuto per una questione non proprio di secondaria importanza, non solo perché i “non vaccinati” potrebbero rappresentare un pericolo per il prossimo (ammesso che i vaccinati possano stare tranquilli con le varianti in agguato e con la mancanza di un sierologico che attesti il reale grado di anticorpi sviluppati), ma perché si apre una questione etica e culturale di importanza cruciale per le nostre relazioni sociali future.

In sostanza: può essere assicurata la libertà di scelta a chi non vuole farsi vaccinare? Imponendo un vaccino ad esempio ad alcune categorie professionali, come gli operatori delle Rsa, si va a ledere quel diritti alla libertà individuale che è alla base del nostro sistema democratico?

Comincia ad affiorare, anche da noi in Europa, l’idea di vincolare molte delle nostre azioni quotidiane al possesso di una sorta di “passaporto vaccinale”, che dovrebbe permetterci di viaggiare o di andare al teatro o allo stadio. Insomma, di poter circolare liberamente.

L’inoculazione del vaccino, quindi, diventa una conditio sine qua non per poter riprendere una vita normale che, in caso di una certificazione che vale come lasciapassare, non sarebbe più tanto normale anche per i vaccinati, costretti ad ogni possibile controllo ad esibire un documento attestante di aver fatto il proprio dovere.

È insomma giusto pretendere la vaccinazione collettiva quale garanzia di salute pubblica? È altrettanto giusto non poter scegliere, in un’economia di mercato, il vaccino più confacente ai “propri gusti”?

Non è facile rispondere a queste domande. Occorre, però, tener presente che la democrazia va difesa ogni giorno.

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