COP26, la morale dei potenti

Più foreste e meno emissioni di metano. Detto così, l’impegno dei leader mondiali di finanziare nuova forestazione a suon di miliardi di dollari e di ridurre del 30 per cento le emissioni di metano in questo decennio accende speranze. Ma, valutando brutalmente quanto di concreto è stato fatto dopo le tante promesse ai precedenti summit, un po’ di diffidenza è legittima. Anche un bel po’.

Primo punto: mentre i politici degli Stati che da sempre dimostrano tangibilmente una forte sensibilità ecologica – si pensi alla Svezia o alla Danimarca – si muovono in bicicletta, la maggior parte degli altri utilizza abitualmente automobili di grossa cilindrata, con tanto di scorta. Alla COP26 di Glasgow, tanto per rimanere in tema, coloro che dovrebbero salvare il pianeta hanno preso 400 diversi jet privati, emettendo nell’atmosfera, dicono i giornali inglesi, almeno 13mila tonnellate di emissioni di Co2, l’equivalente di quella prodotta da 1.600 inglesi in un anno. Soltanto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, con la sua flotta composta da l’Air Force One, l’aereo di scorta, l’elicottero “Marine One”, la limousine blindata “The Beast” ecc., sarebbe responsabile di mille tonnellate di Co2. E le venti auto elettriche Tesla che hanno condotto i politici all’Gleneagles Hotel da 20 auto elettriche sarebbero state caricate con generatori diesel.

Secondo punto. Al di là di questi aspetti secondari, ma di certo altamente simbolici, il nodo è come conciliare gli interessi delle grandi aziende e, in linea generale, di un’economia che soltanto negli ultimi anni sta cominciando ad affrontare la questione dell’impatto ambientale, con la necessità di sottrarre risorse e strumenti alla produzione. Perché riconvertire non può essere facile né immediato. Si pensi all’industria estrattiva del carbone, alle catene di fast food complici della deforestazione, ai corrieri internazionali e alla movimentazione delle merci, alla logistica, al mondo della moda con l’utilizzo di materie sintetiche e coloranti e si potrebbe continuare con un elenco infinito. In sostanza, ad una logica del consumo impulsivo dura a morire, mentre l’economia circolare resta per lo più una buona intenzione.

Appare, quindi, alquanto singolare che dalla parte di coloro che annunciano di voler salvare il pianeta si pongano improvvisamente famiglie di petrolieri (come i Rockfeller) o imprenditori di multinazionali della mobilità (la più celebre, nel 2020, ha emesso 60,64 milioni di tonnellate di anidride carbonica, il 19 per cento in più rispetto al 2019 stando ai dati resi pubblici dallo stesso gruppo) o del celebre mobilio, imprenditori che hanno lanciato la moda dei viaggi privati nello spazio, costosi e inquinanti o che vantano flotte di veicoli inquinanti.

“Al G20 si è raggiunta un’intesa sul contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi, ma una cosa è dirle queste cose, un’altra è stabilire concretamente una serie di misure da affrontare, una road map; altrimenti fra cinque anni ci si ritrova per constatare l’impossibilità del risultato. Se non si realizza un piano dettagliato, e condiviso dalle nazioni, è difficile pensare che la promessa sia mantenuta”. È quanto afferma Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, in un’intervista al Corriere della Sera di oggi, il quale ricorda, tra l’altro, che a causa dei cambiamenti climatici già in atto, negli ultimi anni sono aumentati gli incendi boschivi che immettono grandi quantità di anidride carbonica nell’atmosfera e, con amaro umorismo, che a Roma vede sui tetti più piscine che celle solari.

Il problema centrale è che per troppi anni c’è stato persino chi ha negato il cambiamento climatico provocato dall’inquinamento. E oggi, di fronte ad emergenze plateali, come i ghiacciai che spariscono e le Maldive che rischiano di finire sott’acqua per l’innalzamento dei mari, ci sono troppi Paesi che confermano l’insensibilità al tema: ha senso che Cina e India arrivino alla conferenza ponendo il loro traguardo delle emissioni zero non prima del 2060 e 2070?

(Domenico Mamone)

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