Covid-19, Lombardia-Molise: ritornino pure i “Longobardi” nel Sannio…

Sta facendo sorridere mezza Italia l’eventuale obbligo, per i lombardi intenzionati ad andare in vacanza per la bella stagione ormai alle porte, di dover trascorrere giornate estive in Molise, regione con analoghi rischi in ambito di Covid-19. La sola alternativa è l’Umbria, che per problemi statistici è finita anch’essa nei territori “moderatamente a rischio”.

Ne ha parlato con una certa ironia Marco Damilano. Il direttore dell’Espresso s’è soffermato su questo “paradosso” nel corso del programma “Propaganda Live”. Selvaggia Lucarelli, spesso provocatoria sul Molise (difese Nina Moric dopo le battute sulla nostra regione), stavolta propone uno scambio tra la sua casa a Milano e una in Molise per l’estate. E via di questo passo.

Eppure, a ben pensarci, la possibile “calata” anche di una minima parte di quei dieci milioni di lombardi in Molise sarebbe una manna dal cielo. Non soltanto dal punto di vista turistico, quindi economico.

Le due regioni, innanzitutto, presentano vincoli determinati dalla forte emigrazione dal Mezzogiorno verso Nord. Sono infatti oltre 15mila i molisani che vivono in Lombardia, quindi più dei 10mila che sono a Roma. E molti di loro non rientrano più da tempo nella regione d’origine. Un ritorno sarebbe benefico per rinsaldare o ricostruire collegamenti utili anche come premesse di sviluppo. Se ben sfruttati, ovviamente.

Ma, al di là dell’aspetto demografico, c’è un importante legame storico purtroppo poco valorizzato: il periodo longobardo, che va dal 568, con l’invasione dell’Italia bizantina, al 774, data della conquista dell’Italia ad opera dei Franchi di Carlo Magno. Ben due secoli in cui i longobardi, barbari d’origine scandinava e germanica con forti influssi ungheresi (Pannonia), s’insediarono nella maggior parte del nostro Paese, ad esclusione principalmente di Sicilia, Sardegna, Calabria meridionale e Salento, oltre che di molte città di mare.

Sinteticamente, è noto lo stretto rapporto tra la Lombardia ed il popolo nordeuropeo, evidente sin dal nome della regione e dal fatto che Re Autari (584-590) scelse Milano e Pavia come principali sedi del potere regio, il successore Agilulfo conquistò Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova e la regina Teodolinda, moglie di entrambi i Re, scelse Monza come residenza (dove morì). Non a caso la Lombardia presenta molti itinerari longobardi che richiamano numerosi turisti. Perché la cultura, benché qualcuno pensi il contrario, è sacrosanta anche per le economie locali.

Tra le “chicche” longobarde in Lombardia non si possono tralasciare il complesso monastico di San Salvatore–Santa Giulia a Brescia, oggi sede del “Museo della città”, e il castrum di Castelseprio-Torba, in provincia di Varese, che conserva significativi esempi di architettura militare.

E il Molise? Beh, basterebbe leggersi i preziosi testi dell’architetto Franco Valente per rendersi conto di come i longobardi ebbero un rapporto speciale con la nostra regione. Tanto che qualcuno arriva ad asserire che il Molise avrebbe il diritto di fregiarsi del titolo di “regione più longobarda d’Italia”.

Perché? La presenza longobarda in Molise è durata più che altrove ed ha lasciato rilevanti tracce sin dal toponimo di alcuni borghi, ma soprattutto in castelli, chiese e opere d’arte.

Emblematico lo splendido castello Pandone di Cerro al Volturno, roccaforte che proteggeva San Vincenzo al Volturno, poi ricostruito in stile aragonese sotto la signoria dei conti Pandone di Venafro. Altra costruzione longobarda è il castello di Sprondasino presso Bagnoli del Trigno (oggi rudere), a guardia del tratturo Celano-Foggia. Castello longobardo anche quello di Tufara, con rifacimenti normanni e i resti del castello a Civita di Bojano. Tra gli edifici religiosi primeggia l’ex abbazia di Santa Maria di Casalpiano a Morrone del Sannio.

Nella piana di Bojano, in località Morrione e Vicenne, sono state rinvenute qualche anno fa due necropoli longobarde, con circa 350 tombe portate alla luce. Tipica del popolo longobardo è la sepoltura con oggetti appartenuti al defunto, in particolare gioielli per le donne e addirittura cavalli bardati per gli uomini. Il cavallo veniva ucciso al momento della sepoltura del suo padrone , rituale di origine asiatica. Oltre a queste situazioni, nelle sepoltura molisane sono stati trovati cinturoni, fibbie, pendenti in bronzo o in ferro, pugnali, coltelli e lo “scramasax”, spada di origine sassone.

Estendendo l’interesse a tutto il Sannio, straordinaria testimonianza longobarda è rappresentata dalla chiesa di Santa Sofia a Benevento, che sulle pareti mostra cicli pittorici altomedievali (oggi ospita anche il “Museo del Sannio”), struttura inserita dall’Unesco nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità, insieme ad altri edifici di culto e di potere dei longobardi.

Interessante riportare quanto è scritto nel Piano del centro storico di Benevento, curato da Sara Rossi e Bruno Zevi: “Il rione Trescene costituisce il cuore della città longobarda dove aveva sede il Sacrum Palatium, il complesso della corte. L’origine medievale della trama viaria è ancora perfettamente leggibile nell’andamento curvilineo delle strade, che abbandonano definitivamente lo schema cardo-decumanico tipico delle zone a valle, mentre l’edilizia è di origine settecentesca. Parti di mura circoscrivono ancora il quartiere, inglobate, ovunque, nelle realizzazioni edilizie posteriori, pur conservando una loro pregevole fisionomia. (…) Stretti vichi, con improvvisi slarghi e punti di confluenza, formano spazi originali e piacevoli, come quelli che s’incontrano lungo via La Vipera, via N. Franco e i vichi I e II Trescene. Il confronto con le carte antiche mette in evidenza le numerose trasformazioni avvenute nell’ultimo secolo, sebbene si tratti, nel complesso, della parte meglio conservata di tutto il centro storico”.

Paolo Diacono, nella sua celebre “Historia Langobardorum”, racconta nel dettaglio come venne ripopolato il ducato di Benevento, includendovi il Molise e fondando alcune città, tra sui la stessa Campobasso.

A fronte di tutto questo, un gemellaggio tra Lombardia e Molise, sul fronte storico, sarebbe quindi auspicabile. E rilanciare finalmente l’idea dell’Anno dei Sanniti per proporre, in una forma lineare e coesa, una tipicità unica del territorio sarebbe auspicabile, casomai collegandola anche ai tratturi.

Invece assistiamo al solito cliché del “caciocavallo”, come se questo fosse una tipicità esclusiva del territorio molisano. A prescindere che la Dop del prodotto molisano è calabrese (“silano”) e che la moda del “caciocavallo impiccato” è di origine lucana, in giro è più facile trovare prodotti pugliesi, campani, calabresi o siciliani che non molisani. E spesso, quelli molisani, sono fatti con latte proveniente dall’Est Europa. Purtroppo. Insomma, meglio puntare sulla cultura autentica e tangibile, in loco, anziché accentuare cliché che possono soltanto far male al Molise, salvo che confinarli a qualche buona tavola apparecchiata ma nulla più.

(V.M.)

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