Covid, per ripartire cominciamo da cibo e salute

C’è l’urgente bisogno di una programmazione che parta dal territorio e dall’attività che più lo caratterizza, l’agricoltura, per quello che già dà e per quello che ancor più può dare. La pandemia continua a dirci che è urgente rivedere il modello di sviluppo a impronta neoliberista, il sistema che ha dimostrato di saper solo depauperare e distruggere tutto quello che il pianeta ha. In pratica la natura, ponendo l’uomo, sotto la spinta del dio denaro, in una posizione di contrapposizione con gli altri esseri, vegetali e animali, e il territorio stesso.

Si ha sempre più la consapevolezza che dal rapporto tra l’uomo e la natura dipenda – il Covid-19 l’ha già dimostrato ampiamente e continua a farlo – non solo la salute ma la sopravvivenza stessa della specie. Non c’è da pensare che si possa tornare alla normalità dopo tutto quello che l’umanità intera ha passato e continua a passare, ma solo di mettere in atto le tante idee innovative nei diversi campi (economia, scienza, istruzione, cultura, ambiente, turismo ed altro) per progettare, programmare, costruire una normalità diversa, nuova, che rimette al centro i valori e non il denaro.

Serve agire subito, non aspettare la fine della tempesta quando la pandemia resta un lontano ricordo e, così, torna la voglia di riprendere la strada della normalità che l’ha generata.

Serve un diverso tipo di sviluppo, e, soprattutto, ridare ad esso l’anima che il dio denaro ha pensato di mettere da parte per non avere ostacoli lungo il percorso dell’accaparramento di tutto, soprattutto di territori e dei valori e delle risorse da questi espressi, nella gran parte beni naturali. Un’anima, dicevo, che è sempre stata, è, e resterà – nella sua accezione più ampia di allevamenti, forestazione, prati/pascoli – l’agricoltura.

Per uscire dalle crisi prodotte da uno sviluppo sbagliato, non ultima quella che è in atto con la pandemia, tutte frutto di una cultura che non prevede il senso del limite e del finito, c’è bisogno di una visione diversa dello sviluppo stesso. La visione di una ruota con il suo cerchio e i suoi raggi, che ha, diversamente da quello attuale, l’asse intorno al quale girare, appunto l’agricoltura, anima, come prima scrivevo, ma anche, cuore che raccoglie e sopporta i tanti raggi, ognuno incastrato nel cerchio, il pezzo rappresentativo del territorio. Il bene comune primario, anch’esso sfasciato dall’attuale tipo di sviluppo, che l’ha trasformato in merce, e, come tale, prodotto che diventa denaro, spesso virtuale.

Altro pezzo fondamentale. Il cerchio/territorio, da rimettere in sesto perché la ruota possa davvero girare e girare nella direzione giusta, quella, come prima veniva detto, di uno sviluppo diverso da quello attuale. C’è da pensare e credere che il sistema – visti i suoi comportamenti che hanno caratterizzato questi ultimi 50anni – non sa cos’è la ruota e, se lo sa, non ne conosce le parti che la compongono, non a caso le sfascia volendo farla girare per forza. Lo dimostra il fatto che, dopo ogni crisi, insiste a percorrere la stessa strada. Lo ha fatto dopo quella strutturale dell’agricoltura, registrata nel 2004; quella del 2007/8, che ha riguardato l’intera economia, e, da un anno, la crisi che stiamo vivendo, generata dal Covid-19, solo l’ultimo dei tanti messaggi che la natura ha inviato all’umanità.

Eppure riportare al centro l’agricoltura e considerare, grazie ai raggi della ruota, il suo rapporto stretto con il territorio, vuol dire programmare il futuro del Paese, salvare i tesori rimasti! Ovverosia porre la giusta attenzione a un patrimonio enorme di valori e di risorse, quali la storia, la cultura, l’ambiente, il paesaggio, le tradizioni; dare nuove opportunità all’artigianato; animare il commercio e le esportazioni; promuovere il turismo; raccogliere altri successi negli scambi di prodotti con gli altri paesi del mondo. Vuol dire, anche, rilanciare l’occupazione e, con essa, assicurare un futuro nel nostro Paese alle nuove generazioni, quel futuro che, con l’attuale situazione, le previsioni indicano pieno di nubi e di incertezze causa la provvisorietà e lo spreco di valori e di risorse.

Tutta colpa di uno sviluppo male programmato, che non ha in sé la capacità di rigenerare le risorse e meno che mai di arricchire i valori che la natura ci ha messo a disposizione. Sta qui l’urgente bisogno di una programmazione che parte dal territorio e dall’attività che più lo caratterizza, l’agricoltura, per quello che già dà e, soprattutto, per quello che ancor più può dare.

Un’agricoltura che sceglie – con la presidente dell’Ue, Ursula Von der Leyen – il biologico e la sostenibilità; ripropone le rotazioni, e, con esse, torna a considerare il tempo e le stagioni; riavvia e riscopre l’antico rapporto che l’uomo ha sempre avuto con le piante e gli animali, venuto meno, purtroppo, con la diffusione delle colture e degli allevamenti superintensivi, che sono tanta parte della perdita di biodiversità e del clima malato, nel nostro Paese e nel mondo.

Un’agricoltura biologica, naturale, organica, che si avvale delle nuove tecnologie e delle innovazioni per produrre cibi di qualità; aiutare il clima a stare meglio con la captazione da parte del terreno, ben curato e ben alimentato, della CO2, e, in cambio, l’invio di ossigeno nell’atmosfera; ripristinare un rapporto solido con la natura, ancor più di un tempo; rilanciare la biodiversità e, con essa, arricchire l’offerta con la diversità dei caratteri organolettici di un prodotto oltre che con la qualità, che ha nel territorio l’origine.

Il Covid-19, con le tante paure, ci ha subito allarmati su due cose, il cibo e la salute. Due necessità strettamente legate alla vita, alla sopravvivenza nostra, e non solo, anche degli altri esseri viventi, piante e animali. Il cibo è l’espressione della filiera agroalimentare che, oggi, si presenta la prima ricchezza del Paese e, non solo, fonte di nuova ricchezza e, sempre più, l’immagine che più e meglio lo racconta, grazie alla bontà dei territori e della biodiversità e grazie, anche, al successo della Dieta Mediterranea, sempre più sul gradino più alto nella classifica dei costumi alimentari di 60 popolazioni sparse sul pianeta.

Il Made in Italy ha mostrato, soprattutto in questa fase della pandemia, che sa prendere per la gola il consumatore. Il cibo – va detto ai legislatori che danno nuove possibilità di furto di terreno a chi installa giganteschi pali eolici e pannelli solari a terra – è l’energia rinnovabile primaria proprio perché è la sola legata alla vita, e, quale atto agricolo, è strettamente legato al clima, il problema dei problemi, quello che causa morti che non piangiamo e non ricordiamo.

Il cibo è un atto agricolo a significare il valore strategico dell’agricoltura, se – nei programmi dei governi, delle forze politiche e sindacali, del mondo della cultura – torna ad essere il settore primario, centrale per lo sviluppo. Il governo Draghi, che si è appena insediato, non l’ha fatto, visto che, come i precedenti (tanti), si è solo preoccupato della nomina del ministro dell’Agricoltura e dei sottosegretari, a dimostrare che il percorso scelto non è cambiato, è quello già tracciato dal sistema. A questo punto non resta che augurare ai nominati l’augurio di buon lavoro e sperare che siano loro a dare quei segnali nuovi di cui ha forte bisogno l’agricoltura italiana e la sua filiera del cibo che, chi ben sa, è tanta salute.

(Pasquale Di Lena)

Commenti


  1. Purtroppo non tutti sanno che il cibo, degno di questo nome, viene dall’agricoltura. Non vorrei fare il presuntuoso ma mi sono persino scontrato con gente che si definisce colta, persino insegnanti, che sostengono che il cibo viene “dall’industria agricola/manifatturiera”. Dicono loro: altrimenti il mondo morirebbe di fame. Questi dottori hanno persino convinto il mio amico “Michelino” (dico un nome a caso) a fare investimenti (tanto ti danno i contributi) e gli hanno consigliano di fare un bel capannone per le pecore ed ampliare la stalla delle mucche (ne ha già cento tra piccoli e grandi) però lui ha solo 20 ettari di terreno e per lo più sparpagliato, quindi lascio immaginare come alimenterà gli animali e con quali negativi risultati economici.
    Detto questo io sposo in pieno il tuo articolo e ringrazio per la passione che ci metti, vorrei poter essere utile a far cambiare le cose ma non sono titolato, tuttavia non smetterò mai di spendermi per il territorio, per le specificità dei vari “cerchi”, come tu dici, e sono consapevole che in ogni territorio esiste anche il cerchio per le “energie rinnovabili”. Forse questo dovremmo cominciare a dire ai signori che programmano. Cioè ci deve essere un cerchio per ogni cosa e non ogni cosa in tutti “cerchi”. Altra cosa è la biodiversità che se è tale deve stare in tutti cerchi e questo non farà mai male. La biodiversità vive della cultura di madre natura e sa diffondersi in modo appropriato a patto che l’uomo non devii o distrugga i componenti che si sviluppano automaticamente.
    Pur volendo essere sintetico, ho bisogno di fare altre due considerazioni ad adiuvandum del tuo dire. Una mi veniva spontanea l’altro giorno quando abbiamo appreso dell’atroce fine di due servitori del nostro stato, a mio parere sfruttati per per logiche politiche con un governo sfruttatore di un territorio 80 volte l’Italia, territorio ricchissimo di giacimenti e biodiversità e noi diciamo che dobbiamo portare lì aiuti umanitari. Con un po’ di onestà bisognerebbe tagliare ogni rapporto diplomatico con tutti questi stati, si fa per dire, dove da 30 anni portiamo “aiuti umanitari” e ci portiamo a casa le bare coperte dal tricolore. Vergogna!
    L’altra fa il paio con la prima, se l’Europa che tanto vuole aiutare i coltivatori/allevatori, anzichè stanziare contributi a fondo perduto, investisse nelle infrastrutture per tutti. Significa strade (non le interpoderali), ferrovie, messa in sicurezza idrogeologica, porti, aeroporti (e non diciamo che sono cattedrali nel deserto come la metropolitana leggera, impegnamoci a farle funzionare), e soprattutto scuole adeguate non solo per studiare le teorie macroeconomiche ma scuole pratiche anche serali che possano essere frequentate. Allora sì, forse il classico contadino con l’asinello tornerebbe a far capolino nella “biodiversità” e soprattutto diventerebbe difficile ai pastai e fornai comprare il grano a 25 centesimi e rivendere a 2,50€ il loro prodotto. Il mio pensiero è che per combattere col neoliberismo dobbiamo saper usare la sua stessa arma la teoria del convincimento e del rigore!

    Carmine
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