Fulvio Castellani – Frastuoni, sussurri, sbadigli…

Gradito, come sempre, mi giunge in omaggio l’ultima raccolta poetica, in ordine di tempo, del noto operatore culturale friulano, Cavaliere Uff. Fulvio Castellani.

Dal titolo, che evoca sensazioni sonore in ordine decrescente, emerge la sensazione che il Poeta pare voglia darci una linea guida per un efficace accostamento allo spartito sinfonico dei suoi versi.

Da decenni sulla cresta dell’onda letteraria, Castellani non ha bisogno di presentazioni e tanto meno di altrui note introduttive: può fare bene e compiutamente tutto da solo, segno di elevata maturità ed efficienza intel-lettuale.

Dentro le prove dissonanti della vita, che “non è facile”, il Nostro concor-da con Marie Curie che ogni individuo deve porsi degli obiettivi concreti, e raggiungerli “a qualunque costo”, per dare senso e sostanza compiuta “alla propria vocazione” (pag. 9). Il poeta, poi, nelle sue intenzionalità di “vate”, con il compito imprescindibile di contribuire con la sua arte versificatoria all’elevazione culturale e spirituale della società, deve salire e dominare tutta la scala dei valori umani, affidarsi saldamente e totalmente alla sua “vocazione” per realizzare un itinerario comunicativo/espressivo che abbia i caratteri della sonorità e levigatezza artistica, in modo da poterlo consegnare alla memoria della storia letteraria.

È pur vero che oggi, presso le nuove generazioni e nelle istituzioni educative, la poesia non riscuote simpatie e non le si dà quell’attenzione cui era soggetto fino ad alcuni decenni fa, tanto che nei poeti maturi d’espe-rienza si fa strada la convinzione che essa, comunque la si intenda, comunque la si imposti, comunque la si esprima, resta una tipologia intimistica destinata ad avvizzire e, come foglia d’autunno, a seccare in breve tempo.

Castellani, però, non lamenta noncuranza e distrazioni generalizzate verso la poesia. Giunto alla determinazione che “la poesia, al di là di ogni considerazione, è vita e la vita è sogno”, si crea e difende l’immagine della poesia “vestita con l’abito della realtà e della verità, della logica e della coerenza in un intervallarsi di colorazioni, di giochi di luci e di ombre”.

L’aspetto intimistico, la discesa negli antri dell’io, l’ancoraggio al proprio essere, il disvelamento delle sue potenzialità creative, sono consequenziali ad una determinazione teoretica e filosofica che assegna alla poesia un ruolo “magico”, di unicità, di incredibilmente universale anche allorquando si sviluppa in maniera soggettivante, intimistica. Formalmente la silloge si compone di tre parti. La prima, con un esergo di Marie Curie, notissima esponente della scienza fisica e chimica, di origine polacca (1867-1934 – due volte Premio Nobel: nel 1903 con il marito Pierre Curie, per la fisica, nel 1911 per la chimica; a lei si deve l’isolamento, nel 1910, del radio metallico) comprende 15 testi poetici; la seconda, introdotta da un aforisma dell’Autore, annovera altre quattordici liriche; la terza, preceduta da un pensiero della poetessa Maria Grazia Lenisa (1935 – 2009), ascrive le ultime sedici liriche.

Indicativamente e approssimativamente si può dire che nella prima parte domina la speculazione sulla propria interiorità, sulla coscienza individuale che tenta di fare chiarezza sul proprio “essere al mondo”; nella seconda si coglie il non facile rapporto tra lo spirito individuale e lo spirito farisaico, guasto e corrotto della società attuale; nella terza riflessioni varie sulla condotta umana, giunta ad uno stadio di decadenza che il savio rifiuta di accettare.

Il percorso speculativo/espressivo di Fulvio Castellani si connota di una ricerca ininterrotta delle vie che portano a certezze assolute, ma sempre sfuggenti alla finitudine dell’intelletto umano. Gli anelli della catena dei termini e opposti, sempre presenti e ineludibili alla coscienza inquieta del poeta, determinano una condizione spirituale di attesa, di insolubilità immediata degli interrogativi che si affollano nella mente e nell’anima. “Luce” ed “ombra”,“silenzi” e “frastuoni”, “deserto” e “pienezza” della terra che “ride” al sole, sogno e realtà, stanchezza e operosità si contendono la scena in cui si consuma il dramma psicologico del poeta, motivato a cercare “finestre di sole” (metafora della ricerca delle vie “luminose” che conducono alla piena consapevolezza del sé individuale e del Sé universale), ma nel frastuono delle voci discorde che compongono l’orchestra dello scibile umano, rimane confuso e disorientato, sospeso tra cielo e terra, con il carico della materialità, dell’operosità e l’attaccamento agli affetti e alle occupazioni del suo essere vivente dotato di volontà e ragione, e l’anelito a “salire” la scala del cielo per un approdo all’armonia dello spirito e dei sensi, ossia all’abbandono totale nella braccia consolanti dell’Uno, immanente e trascendente.

Sul piano della versificazione, la costruzione strofica del Nostro si configura come costruzione a senso indeterminato, allusivo, in cui la musicalità ha il dominio assoluto sui contenuti e sulla comprensibilità. Non la razionalità, metodica, didattica, scientifica, ma l’immaginazione, il pensiero libero e creativo, guidano la mano del poeta nella strutturazione dei suoi versi, specchio di un’anima tormentata, desiderosa di immedesimarsi con la purezza “di un cielo azzurro”, o con il “danzare leggero / di una farfalla”, ma nella sua condizione di prigioniera del corpo, si vede, con tristezza, obbligata “a vivere una lucida follia”, a percorrere un cammino all’ombra del male, su “strade di fango” , costruite ad arte dalla società malata, prolifica generatrice di “selvaggi”, istruiti e diabolicamente abili nella “corruzione” quotidiana delle anime, proprie e altrui.

Un bel libro, che si legge con piacere e diletto, opera di un Poeta maturo, sensibile, intelligente e profondamente ispirato.

Fulvio Castellani – Frastuoni, sussurri, sbadigli… – Poesie scelte

Carta e penna Editore, ottobre 2021

Antonio Crecchia

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