Il coronavirus e l’Europa

Il danno più grave del Covid-19 è ovviamente costituito dalle migliaia di vittime disseminate in tutti i Paesi del mondo.

È indiscutibile che tale conseguenza della pandemia ancora in atto abbia avuto come causa una involuzione nel Welfare e nell’efficienza sanitaria, ma anche l’impreparazione di molti Stati che non hanno previsto in tempi utili il diffondersi del virus e la predisposizione dei sistemi per affrontarne i guasti.

Paesi più previdenti ed attrezzati come la Germania e la Corea del Sud sono riusciti a far fronte in maniera sicuramente più adeguata all’epidemia proprio perché dotati di migliori attrezzature di contrasto.

L’altro grande problema che vivono soprattutto le nazioni più colpite dalla pandemia è costituito da una crisi economica determinata in particolar modo dalla chiusura delle tante attività primarie, secondarie e terziarie.

L’interruzione del dinamismo produttivo e commerciale da quasi due mesi sta letteralmente mettendo in ginocchio moltissime aziende, alcune delle quali rischieranno di non riaprire senza sovvenzioni finanziarie funzionali alla ripresa.

Tali difficoltà sono particolarmente pesanti in Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Francia dove, senza un rilancio immediato delle attività economiche, si rischia un vero collasso con un crollo dell’occupazione di milioni di persone che in tal modo scivoleranno inevitabilmente verso la povertà.

È qualcosa che non si può e non si deve permettere nella maniera più assoluta.

Per evitare un tale disastro è del tutto evidente che siamo chiamati eticamente, a livello individuale, nazionale e sovranazionale, ad un atteggiamento di forte solidarismo sociale.

È quanto francamente si avverte come sensibilità personale da parte di molti, ma anche nelle Chiese e nelle organizzazioni del terzo settore, ma che è difficile cogliere invece a livello politico sul piano transnazionale e mondiale.

Avviluppati nei principi e nei meccanismi neoliberisti, le popolazioni dei diversi Stati fanno fatica ad uscire dai nazionalismi.

Ricordiamo allora a tale proposito che i primi Paesi a muoversi in aiuto dell’Italia sono stati la Cina, ma soprattutto Cuba e l’Albania e da queste due ultime nazioni credo abbiamo avuto in particolar modo un grande esempio d’internazionalismo.

Sono arrivati poi il sostegno sanitario dalla Germania e gli aiuti finanziari degli Stati Uniti d’America.

Quasi assente inizialmente e tuttora molto lento e controverso l’atteggiamento dei Paesi dell’Unione Europea.

Per evitare un indebitamento stratosferico e il conseguente attacco speculativo dei fondi d’investimento gli Stati maggiormente colpiti dal Covid-19 hanno necessità della solidarietà europea e soprattutto che essa si sviluppi senza condizionalità fortemente penalizzanti come quelle già in passato applicate alla Grecia.

Certamente non pochi Stati membri devono risolvere alcuni problemi legati all’evasione fiscale, alla spending review e ai privilegi retributivi e tributari, ma occorre altresì sottolineare gli errori politici tenuti nel permettere paradisi fiscali come in Olanda che penalizzano fortemente altre popolazioni.

L’Unione Europea certo deve occuparsi di tali questioni, ma in un momento così problematico non può sottrarsi ad un discorso di sostegno per chi vive una crisi economica così devastante.

È del tutto elementare capire che in un’economia fortemente globalizzata ci si salva tutti insieme o si resta soggetti al neocolonialismo di Paesi più forti come la Cina, Gli Stati Uniti e la Russia che da tempo stanno cercando di minare le fondamenta dell’Unione Europea che al contrario deve prendere coscienza finalmente di diventare davvero un’unione politica di popoli coesi a tutti gli effetti.

Non ci sono altre strade per avere un ruolo decisivo nell’economia mondiale ed è per questo che occorre smettere di correre dietro ai vari tipi di sovranismo dell’Olanda, dell’Austria e per certi versi della stessa Germania come di quelli legati alle destre parafasciste.

Fin qui i Paesi mediterranei non hanno manifestato una grande capacità contrattuale soprattutto in merito all’istituzione degli Euro Bond ed è del tutto evidente allora come essi abbiano bisogno di rafforzare una forte movimentazione popolare, ma anche i loro governi nazionali con persone competenti e dal forte peso politico.

La votazione in seno al Parlamento europeo sui diversi fondi per la ripresa è stata, soprattutto per l’Italia, la dimostrazione lampante di tale debolezza politica soprattutto per un atteggiamento davvero paradossale dei gruppi della destra.

È necessario assolutamente trovare uno spirito di solidarietà capace di costruire il bene comune dei popoli europei.

Per tale semplicissima ragione, esclusi gli Euro Bond, il Parlamento, la Commissione e il Consiglio Europeo dei Capi di Stato devono assumere almeno la responsabilità di varare presto ed in ogni caso prima dell’estate il MES (Meccanismo europeo di stabilità), il SURE (Fondo di sostegno delle casse integrazioni nazionali), il BEI (Prestiti della Banca europea degli investimenti), ma soprattutto il RECOVERY FUND (Fondo per la ripresa) in tutti i dettagli con condizionalità non penalizzanti per le economie locali.

In particolare il RECOVERY FUND non avrebbe utilità piena senza una disponibilità di almeno duemila miliardi di euro ed alcun effetto positivo ove venisse erogato in forma di prestiti piuttosto che di sussidi.

Il prossimo incontro della Commissione il 6 maggio per le proposte e quello dell’Eurogruppo a Bruxelles per l’approvazione, da fissare appena la pandemia lo consentirà, non possono essere più di natura interlocutoria.

Ribadiamo infine con chiarezza quanto già più volte sostenuto: se l’Unione Europea vuole avere un futuro, deve superare la sua attuale ed unica connotazione economica e finanziaria e trasformarsi in una comunità politica con organismi eletti e quindi altamente rappresentativi delle popolazioni.

Solo così sarà in grado di contrastare gli attacchi esterni e gli egoismi interni.

(Umberto Berardo)

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