Il Molise e la qualità della vita

Quando mi sono laureato c’era ancora la possibilità di fare domanda d’insegnamento in due Provveditorati agli studi; dunque, per avere maggiori chance, feci domanda in quelli di Campobasso e Brescia.

Dopo qualche settimana un decreto del Ministero obbligò a scegliere tra i due e decisi di optare per quello della mia regione nella quale ho cercato di costruire la mia esistenza personale e familiare nella speranza di dare un contributo al progresso culturale, sociale ed economico di un Molise che allora aveva forti disparità e grandi disuguaglianze non solo tra le diverse classi sociali, ma anche tra i territori delle aree interne, i centri amministrativi ed i poli di sviluppo che la politica negli anni ’70 aveva promosso in talune zone.

Non sono pentito di quella scelta perché amo la terra in cui sono nato, ma, dopo anni d’impegno a promuovere indagini, a studiare problemi, a cercare soluzioni alle difficoltà in cui ha versato gran parte della popolazione, a promuovere lotte per rivendicare diritti fondamentali quali quelli alla casa, al lavoro, ad una sanità pubblica efficiente, all’istruzione, alla libertà, alla fraternità, all’eguaglianza in una collettività fondata sulla giustizia sociale, francamente è difficile nascondere la delusione e l’amarezza di fronte alla situazione di gravità sul piano della qualità della vita che emerge con sempre più evidenza in Molise.

Le famiglie che vivono nell’incertezza e nella povertà assoluta, come testimoniano le Caritas diocesane ma soprattutto i dati sulla disoccupazione, continuano ad avere numeri impressionanti e sempre più crescenti.

Vedere tante persone “assistite” e prive della dignità del diritto al lavoro previsto nella Costituzione fa molto male in chi come me non accetta, se non momentaneamente, neppure il principio della solidarietà se essa non è funzionale alla realizzazione della giustizia sociale.

Le classi dirigenti, profondamente imbevute del pensiero neoliberista, hanno prima provato a delineare un qualche sviluppo economico della regione, ma poi sono rifluite in un’assoluta inefficienza nella capacità di studiare e proporre programmazioni alternative a quel sistema industriale da loro proposto e che ha visto nel giro di qualche decennio la chiusura di gran parte delle aziende la cui gestione probabilmente potrebbe essere stata affidata a soggetti del tutto incompetenti che la politica poneva in certe mansioni per attivare le logiche dei feudi elettorali.

Abbiamo assistito allora a progetti di sviluppo inefficienti e slegati da qualunque vocazione territoriale.

Non parliamo del disastro che vivono la cultura, i servizi sociali, le comunicazioni, i trasporti e la viabilità perché siamo ormai alle soluzioni da surrogato.

Se ci fosse bisogno di sperimentare l’inattività e la lontananza della politica dai problemi dei cittadini, basterebbe guardare il quadro emerso in questi giorni nella situazione sanitaria che sta dimostrando tutti i limiti delle scelte del Ministro della Salute, del governo regionale, dei dirigenti Asrem e del Commissario ad Acta.

Nei tre giorni iniziali di vaccino anti Covid siamo stati capaci di somministrare solamente cinquanta dosi e continuano le difficoltà non solo nel seguire i positivi al Covid ma anche e direi soprattutto i cittadini affetti da altre patologie che hanno paura di un eventuale ricovero per il timore di essere contagiati nelle stesse strutture ospedaliere come purtroppo sta avvenendo anche in questi giorni con un ultimo cluster nel reparto di chirurgia dell’ospedale Cardarelli di Campobasso..

Le dichiarazioni al riguardo della dirigenza Asrem sono sempre le stesse: “Tutto sotto controllo”.

Davanti alle richieste da parte di molti cittadini per un intervento della Magistratura sulle tante problematicità dei servizi sanitari ovviamente tutti si aspettano che si faccia chiarezza su eventuali errori o omissioni di atti di ufficio.

Si capisce bene che si possono cercare tutte le motivazioni ad una simile drammatica condizione esistenziale per chi è affetto da qualsivoglia patologia, ma, per parafrasare Ennio Flaiano, “la situazione è grave, ma non è seria”; anzi noi aggiungiamo che sta diventando ridicola e pericolosa.

Oggi, come si usa dire da noi, “siamo col culo a terra” vale a dire in una difficoltà tale che ha stroncato qualsiasi voglia di mettersi in gioco per cercare in qualche modo di delineare un futuro per i nostri figli e nipoti.

Le condizioni di vita nella regione sono state sempre difficili, ma la situazione attuale credo stia toccando il fondo.

Nella stragrande maggioranza i molisani sembrano come assuefatti all’esistente e si stanno abituando perfino alle valigie pronte per l’emigrazione dei propri familiari costretti come negli anni ’50 a cercare altrove lavoro e condizioni accettabili di vita.

I pericoli maggiori per il futuro del Molise sono due: esiste una forma di narcotizzazione della popolazione che rifluisce nel privato allontanandosi ormai da qualsiasi forma di lotta per la rivendicazione dei propri diritti e lasciandone una gestione spuria alle cosiddette “raccomandazioni”; ci sono poi le forme di protesta di un mondo intellettuale delle quali nessuno ha più timore perché sono ferme il più delle volte a profili di accademismo sterili ingabbiati sui social.

Quello di cui c’è bisogno è la riorganizzazione di una lotta vera con i mezzi possibili in questo momento per la richiesta dei servizi essenziali al cittadino ed una mobilitazione per creare l’alternativa politica all’esistente che ha un grigiore senza uguali tendente decisamente al nero.

Per questo, anche nell’attuale situazione pandemica occorre creare con immediatezza un gruppo di persone in grado di analizzare in profondità la situazione esistente, delineare dei percorsi alternativi e chiamare i molisani ad una presenza attiva nelle proposte politiche e nelle scelte civili ed elettorali.

Se, come si sostiene da più parti, si vuole costruire una nuova classe dirigente capace di affrontare con uno spirito diverso e con proposte significative i problemi sul tappeto è non solo indispensabile, ma urgente, individuare da subito non un leader, solito salvatore della patria, ma un gruppo allargato di soggetti in grado di operare con onestà, competenza, preparazione, libertà e responsabilità sulle difficoltà che viviamo oggi in questa regione.

L’errore imperdonabile sarebbe quello di ripetere gli errori del passato quando ci si è ridotti a cercare un possibile cambiamento politico a ridosso delle elezioni amministrative attraverso operazioni raffazzonate e perfino discutibili sul piano della coerenza.

È avvenuto, com’era inevitabile, che la fretta non ha permesso né possibili sinergie tra posizioni ideali ispirate a principi diversi e tantomeno accordi attraverso compromessi e sintesi possibili almeno all’interno di una stessa formazione politica.

Le difficoltà delle stesse lobbies economiche a cercare amministratori in grado di gestire il governo della regione si stanno manifestando con sempre più palese chiarezza e ciò che si è messo in piedi nell’ultima tornata elettorale ne è la prova.

Non chiamatemi allora idealista, utopista o peggio ancora visionario, ma credo che operare per un cambiamento non dovrebbe essere difficile se le forze autenticamente democratiche e disinteressate decidessero finalmente di lavorare insieme con serietà, umiltà ed apertura ai cittadini sulle questioni da risolvere per dare a tutti una qualità accettabile di vita.

(Umberto Berardo)

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