Il Molise e l’eterna dannazione della Morte

Come in tutte le comunità dove la cultura ancestrale, frutto dell’isolamento e dell’isolazionismo, è ancora dominante, benché offuscata dalle “dottrine” edonistiche legate alla società dei consumi, il Molise continua a presentare uno stretto rapporto con la Morte.

Benché ottenebrati dal tempo, i più suggestivi riti tradizionali hanno rinnovato nei secoli questo nesso, che ha lasciato evidenti tracce nella cultura e nella società molisana attuali.

Fino agli anni Cinquanta si era soliti fotografare “il morto” nella bara, nel tauto posto in posizione verticale, con a fianco persino i bambini. Un ultimo saluto con l’imprimatur della continuità esistenziale. Nel feretro si usava lasciare beni destinati ad altri defunti, ad esempio un pacchetto di sigarette indirizzato ad un fumatore scomparso anni prima, certi del “ricongiungimento”.

Si riteneva che le tombe avessero poteri taumaturgici. Si trascinavano sopra ad un loculo i bambini che avevano difficoltà a camminare.

I cimiteri molisani, nei “giorni” della ricorrenza dei defunti ad inizio novembre, sono particolarmente visitati dagli emigrati che tornano per un rito doveroso. I tanti lumini “riscaldano” atmosfere già da pieno inverno. E gli anniversari di grandi tragedie, anche quelle che hanno coinvolto l’emigrazione corregionale – si pensi a quella nella miniera di Monongah del 1907 – nonostante sia trascorso più di un secolo, ancora vengono celebrati con grande partecipazione.

Ecco perché ciò che sta avvenendo in Molise a causa del Covid in queste settimane fa doppiamente male. La Morte sta alimentando non solo tragedie personali, ma collettive. Un territorio che, grazie alla morfologia, avrebbe potuto limitare i danni della pandemia, sta pagando un prezzo altissimo. Personalismi, inefficienza e polemiche hanno concorso all’ecatombe dei nostri anziani, dei portatori di saggezza e di memoria. Con oltre 320 morti in una terra da meno di 300mila residenti, è strage. Mattanza continua.

La Morte, quanto mai spietata, sta falcidiando le piccole collettività dei tanti borghi molisani, seminando sofferenza non solo familiare ma comunitaria. Territori già dissanguati dall’emigrazione, stremati dalla crisi economica e sociale, stanno pagando un ulteriore prezzo ad un dramma purtroppo prevedibile a causa di una situazione sanitaria resa drammatica da anni di tagli e di malaffare.

Roberto de Lena su ComuneInfo illustra un quadro spaventoso della situazione: “Qui in Molise si muore” s’intitola in suo contributo. Racconta che non c’è più diritto alla salute per i molisani in quanto “gli ospedali non hanno più posti liberi e le persone vengono portate fuori regione”. E “chi ha altre malattie deve aspettare, molte visite sono state sospese”.

Denuncia: “Nel Basso Molise, zona rossa, ci sono quattro operatori Usca per centomila abitanti, le cure domiciliari sono impossibili… Il pubblico ha abdicato da tempo al suo ruolo in favore delle aziende private, la sanità è commissariata da circa un decennio, il suo debito insostenibile. Circa l’80 per cento delle spese pubbliche regionali se ne vanno infatti per ripagare questo debito. Per le altre cose, la cultura, le strade, la scuola, il sociale, il lavoro, i trasporti, non restano che le briciole. Il processo di privatizzazione è maturato negli anni”.

Salvo poche eccezioni, la continuità politica nel Molise ha portato a questa situazione da terzo mondo. Mancano medici e personale sanitario, che – pagati male e con poche prospettive di crescita professionale – vedono il territorio quasi come una sede “punitiva” (ciò che capita anche con altri settori). Il paradosso dell’ospedale di Larino, in buona parte inutilizzato, è emblematico di una gestione fallimentare per cui in tutta la regione non c’è un centro Covid specializzato. “La privatizzazione del sistema sanitario locale, che è una delle cause del collasso del sistema, diventa la soluzione auspicata e praticata – denuncia ancora de Lena, parlando di “spirale infernale” e ricordando “gli intrecci storici tra il sistema sanitario e la politica”.

La campagna vaccinale degli over 80 sta offrendo paradossi. Come ha raccontato l’ottimo giornale on-line Primonumero, ci sono pazienti ultranovantenni che da Termoli e da Campomarino – tra l’altro zone rosse – sono costretti a raggiungere la provincia di Isernia per vaccinarsi. Anche novanta chilometri di strade non certo invidiabili, specie per persone che presentano patologie. Addirittura, come racconta il giornale, persone allettate sono state invitate a recarsi in ospedale.

Siamo nel dramma più assoluto.

Di conseguenza la Morte, nel Molise, non è più una fatalità naturale. È figlia dei danni compiuti negli anni da classi dirigenti che, per competenze e stile, sfigurerebbero persino di fronte ai membri di un comitato feste o di una pro loco, con il massimo rispetto per questi organismi. È Morte di un intero territorio che, preda di pochi, ha costretto i più, forse i migliori, a scappare. È Morte di ambienti svalorizzati, di paesi in vendita forzata, di emigrati che non tornano più, di socialità smobilitata dalla malapolitica. È soprattutto morte della collettività, del bene comune, della democrazia, dei diritti, complice anche l’indifferenza di tanti molisani che hanno preferito non vedere cosa stava succedendo intorno al loro, contenti del piatto di fagioli offerto dall’amministratore di turno.

Il Molise, che per l’Italia non esiste, è esistito solo per chi l’ha depredato nei beni materiali e nell’anima. L’altrove, per molti, è l’unica via di scampo.

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