Il senso umano e teologico della morte e resurrezione di Gesù

Il simbolismo ha sempre avuto un ruolo importante per evidenziare gli aspetti più rilevanti di una religione e facilitarne la comprensione nei fedeli.

Dipinto nella chiesa parrocchiale
di Duronia (Campobasso)

Tutte le confessioni ne hanno uno proprio.

Quella cristiana ne ha presi alcuni dalla Bibbia come il cuore, il vento, il fuoco, il cielo, l’agnello, il pesce, alcuni numeri quali il tre o il sette, ma sicuramente quello diventato più rilevante nei secoli è la croce che è posta in bella evidenza nei luoghi di culto come l’emblema della liberazione dal peccato e quindi dal male.

Noi pensiamo che il significato di tale simbolo, collegato nella tradizione alla morte di Gesù come evento salvifico, vada approfondito e comunicato nell’analisi teologica soprattutto in considerazione del fatto che l’espiazione dal peccato ed il conseguente perdono non derivano da una sofferenza dal basso per placare Dio, ma da un suo dono di amore.

La conseguenza è che la morte di Gesù Cristo, condanna ingiusta e conseguente all’incapacità di accogliere la sua proposta di vita ma anche gesto estremo dell’amore del figlio di Dio per l’umanità, è certo strumento di salvezza ma in tale direzione va analizzato con chiarezza nelle metafore di agnello, prezzo, espiazione, sacrificio, riscatto e collegato soprattutto, come elemento consequenziale, ad uno stile di vita, di amore ed all’evento della resurrezione.

I primi cristiani, in analogia con i sacrifici di animali dell’antico testamento, considerarono la morte di Gesù come un riscatto pagato per la liberazione dell’umanità dalla schiavitù del peccato.

Già San Paolo invece nelle sue lettere aveva posto in evidenza il valore fondamentale della resurrezione per la nostra fede occupandosene in particolare nella prima lettera ai Corinzi dove si sottolinea “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor. 15,14.17)

Gli studi teologici successivi al Concilio Vaticano II hanno dato sempre più rilievo alla connessione tra la croce e la resurrezione dando a quest’ultima la funzione ed il ruolo di evento salvifico essenziale.

In tale analisi la morte di Gesù appare sempre più una circostanza inserita nella storia umana e legata a decisioni degli uomini come ai conflitti di natura religiosa all’interno dell’ebraismo piuttosto che alla volontà di un Dio che, essendo amore allo stato puro, non poteva evidentemente volerla.

Avendo amato fino alla fine, come scrive Giovanni in 13,1 , Gesù proprio risorgendo ha manifestato nella kenosi, nell’identità filiale e nella sua divinità col Padre la potenza liberante dell’amore tra gli esseri umani.

Siamo davanti ad un uomo-Dio che vive tutti gli aspetti di un’esistenza che ha evidentemente per un credente le caratteristiche dell’umanità e della divinità.

In questa linea teologica la morte di Gesù non è che la dimostrazione dell’imprescindibilità della sofferenza e di taluni momenti negativi ma provvisori per la crescita di un’umanità nel cammino sull’eternità della vita e dell’amore.

La croce non spiega certo il male del mondo, ma può diminuirne il peso e contribuire a dargli un senso.

Scrive in proposito Carlo MolariIn se stessa la croce è contraria al volere di Dio, conseguenza necessaria del rifiuto opposto alla proposta di conversione fatta da Gesù. Egli è stato costretto dagli uomini a continuare la missione redentrice in situazioni drammatiche e violente, rivelando così un Dio che continua ad amare anche quando infuria la violenza e l’odio ed è dalla parte di chi soffre. La croce diventa in tale modo il simbolo dell’azione divina che con la forza dell’amore può trasformare gli eventi anche più negativi della storia umana in storia di salvezza”.

In tale interpretazione vanno rivisti i concetti di sacrificio, espiazione e soddisfazione.

Così il “sangue versato” non ha un senso sacrificale, ma un atto di amore in favore di qualcuno come nell’espressione “ ti voglio bene fino al punto di dare la vita per te”.

Siamo di fronte ad una morte accettata per concludere la vita come servizio agli altri.

Ne troviamo testimonianza nel versetto «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).

La morte allora non è un’esperienza punitiva o distruttiva ma redentiva e lo stesso Gesù non si ribella di fronte ad essa, ma l’accetta nell’assoluta certezza che alla fine la vita trionfa quando non abbiamo paura della morte fisica ma piuttosto della perdizione nel male.

Nei Vangeli le ultime parole di Gesù sulla croce sono diverse, umane ed allo stesso tempo divine, ma manifestano in ogni caso la sua fedeltà coerente alla missione della propria vita.

In ogni caso la morte con Lui domina il tempo perché risulta indissolubile dalla resurrezione che è il vero evento che dà senso e valore al suo vivere e morire e con la glorificazione lo pone in una condizione esistenziale di eternità irriducibile a quella terrena.

La teologia sta facendo passi importanti nella comprensione del significato umano e teologico della morte e resurrezione di Gesù.

Ora la Chiesa ha il compito di far passare tali forme interpretative attraverso una coscientizzazione sempre più adeguata del popolo di Dio.

In realtà il grande valore delle nuove riflessioni degli studi teologici è quello di chiarire che la liberazione dal peccato, cioè dal male, avviene attraverso tutta la testimonianza di vita di Gesù.

Se limitassimo il percorso di redenzione dell’umanità alla morte in croce del Figlio di Dio, noi rischieremmo di esaltare un fatto che costituisce uno degli elementi terminali dell’esistenza, certamente non positivo come d’altronde il dolore e la sofferenza, riducendo così la grandezza del progetto di vita e di salvezza di Cristo che si trova invece nel suo insegnamento, nella sua proposta di vita, nel suo amore per il mondo fino alla morte e nella resurrezione come affermazione della Parola, trionfo del bene ed esaltazione della grandezza di Dio.

Oggi, come purtroppo sempre nella storia, c’è un’umanità crocifissa dalla malvagità nelle guerre, nella miseria, nella fame, nella malattia, nelle discriminazioni, nelle persecuzioni, nella diversità.

Sono bambini, donne e uomini non risorti.

C’è anche una società inchiodata alla croce di una pandemia che sta provocando una letalità priva spesso anche del conforto degli affetti.

La Resurrezione di Gesù Cristo avrà un senso se riuscirà a portare la nostra comunità di credenti e non credenti a seguire uno stile esistenziale di condivisione per aiutare quanti non riescono a scendere dalla croce e vivere una vita dignitosa.

Nella nostra parrocchia, quella di Duronia in provincia di Campobasso, tale concetto teologico di Resurrezione è posto in rilievo da anni.

Qui il giovane parroco, don Gino D’Ovidio, sulla parete retrostante l’altare ha tolto la croce che campeggiava da sola con Cristo crocifisso e, ispirandosi all’affresco “Il sole” del pittore norvegese Edvard Munch, ha fatto dipingere Gesù nella gloria della resurrezione con il Padre che lo accoglie a sé.

Nel dipinto di Antonio Brunale, coadiuvato dall’architetto Michele Losito, è centrale la figura del Signore che dalla pietra rotolata del sepolcro, avendo sconfitto la morte ed il male, trionfa con la sua presenza secondo la sua promessa “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).

Naturalmente tale presenza è nel suo modello di vita ed oggi nell’Eucarestia, definita dal Concilio Vaticano II “fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa”.

Questo nella chiesa parrocchiale di Duronia è un esempio del lavoro metodologico che ci attende come cristiani per far conoscere al mondo la figura di un Dio che è disponibile a farsi debole per esaltare la dignità della persona e del creato attraverso il Kerigma che Lui in ogni caso ha annunciato per indirizzare la vita umana al bene.

(Umberto Berardo)

Precedente Transizione ecologica, ma serve la partecipazione di tutti Successivo In Toscana incontro sulla tradizione popolare abruzzese e molisana