Imperia Tognacci: volle… e volli sempre

La speculazione estetica e simbolica nella poesia

di Vincenzo Rossi

Mi accingo ben volentieri ad esaminare questa esemplare-monografia di Imperia Tognacci, con postfazione di Francesco D’Episcopo, pubblicata da Genesi Editrice nel settembre 2021, e
rivolta ad illustrare la vita e la poesia di Vincenzo Rossi (Cerro al Volturno – Isernia – 1924-2013) operatore culturale a tempo pieno che meritò la qualifica di “Vanto letterario del Molise” per la sua vasta e qualificata produzione letteraria, che include otto volumi di poesie; i primi quattro (In cantiere, Milano 1961; Dove i monti ascoltano, Modica 1963; Verdi terre, Forlì 1979; Il grido della terra, Forlì 1987) nel 1995, per le Edizioni de Il Ponte Italo-Americano, confluirono in un unico volume, I giorni dell’anima, che comprende anche una raccolta mai pubblicata prima: Tempo e parola, comprensiva di 55 testi poetici, ai quali vanno aggiunti 13 Epitaffi.

Successivamente, per le Edizioni del Centro Studi “Eugenio Frate”, vennero pubblicate le raccolte: Respiro dell’Erba / Voce delle rocce (2001); Il fantasma e altre poesie (2009); Valentina (2010; poemetto di 262 versi, già pubblicato In tempo e parola, accorpato, come detto sopra, a I giorni dell’anima).

Alla passione poetica, Vincenzo affiancava, con altrettanto attaccamento personale, una intensa attività narrativa e critica. Lo testimoniano i romanzi: Conto alla rovescia, Modica 1973; Il ritorno, Forli 1983; Fonterossa, Isernia1987; A queste opere si aggiungono ben sette volumi di racconti: La memoria del vecchio, Milano 1975; Il tarlo, Forlì 1978; La terra e l’erba, Isernia 1984; Il Cimerone, (Potenza 1990; Lola (1991), racconto lungo, come pure Ercole (1998) e Garibaldi (2003).

Nel giugno del 2003, per i tascabili di Cronache Italiane (Salerno) Rossi ripubblicò il racconto “Campeggio solitario”; nel 2004, con la stessa Editrice, altri due racconti: Una visita al cimitero e Il grillo.

La saggistica (recensioni, prefazioni, postfazioni) comprende cinque grossi volumi. Scrisse anche delle monografie. Notevoli per i valori espressivi contenuti nelle opere dei beneficiati, sono: In ricordo del poeta greco Febo Delfi; Il mondo lirico di P. Maffeo; Michele
Frenna mosaicista.

Sempre nel 2004, dopo un attento e scrupoloso lavoro di revisione, il primo romanzo, Conto alla rovescia, venne riscritto e pubblicato sotto il titolo “Amore e Guerra”; opera narrativa di ampio respiro che ottenne l’elogio di critici militanti del calibro di Emerico Giachery, Giorgio Bàrberi Squarotti, Carmine Chiodo e Giuliano Manacorda, solo per citarne alcuni.

Si avventurò, con soddisfacenti risultati, anche nell’ambito delle traduzioni: dal latino, dal greco e dallo spagnolo. Molto apprezzato il suo volume “Platone poeta”, in cui, con modernità di linguaggio, ripropone in lingua italiana la lettura di quattro dialoghi del filosofo greco: Simposio, Apologia, Critone e Fedone. Numerose le sue presenze in antologie letterarie regionali nazionali e internazionali. All’amico fraterno, assiduamente frequentato per un ventennio, a partire dal 1992, con la lettura del romanzo breve, “Lola”, dedicai due monografie. La prima, “La folle ispirazione – Coscienza etica e fondamenti estetici nell’opera letteraria di V. Rossi” (Edizioni del Centro Studi “E. Frate”, pagg. 260), risale al 2006; la seconda, “V. Rossi – Un talento creativo al servizio della cultura” (Ediemme – Cronache Italiane, Salerno, pag. 190)) è del 2014.

Il mio lavoro esegetico si configura come una lettura interpretativa e valutativa dell’intera sua opera letteraria, in versi e in prosa. Per l’impostazione di questo saggio, incentrato sull’esemplare monografia a cura di Imperia Tognacci, prendo lo spunto da quanto riprodotto in quarta di copertina “Monti e prati dei miei giorni / frementi ai venti del risveglio / a voi affido la mia voce / a voi la luce delle mie pupille”. In quattro versi il poeta delle Mainardi., Vincenzo Rossi, ribadisce la sua estraneità al mondo moderno, invischiato nel “progresso” scientifico e tecnologico, abbrutito dalla schiavitù alle passioni materiali e ideologiche, svuotato del senso del divenire, avendo perso l’antico e solidale rapporto con Madre Natura, nel cui grembo Rossi ha maturato la legge della sua vita: “Forte e fermo vivere e morire”.

Ricco di esperienze vissute in campi diversificati: da quella lavorativa nell’azienda agricola familiare, sia di giorno che di notte, a quella sociologica d’impegno professionale, come docente prima e dirigente scolastico poi; da quella creativa a quella riflessiva, filosofica, di scandaglio psicologico… si immise entusiasticamente in un percorso di scrittura in cui ha lasciato orme profonde, verificabili nella loro portata argomentativa, etica, estetica e… profetica.

Recentemente, in occasione del G20 a Roma, papa Francesco ha rivolto l’appello ai partecipanti di «ascoltare IL GRIDO DELLA TERRA». Ebbene, Vincenzo Rossi, nel 1986, vale a dire 35 anni fa, componeva la silloge poetica “Il grido della Terra”, pubblicata l’anno successivo dall’Editrice “Forum-Quinta Generazione” di Forlì. In quell’opera, nella sezione “All’uomo dell’atomo”, con notevole anticipo, egli aveva vaticinato tutti guasti ambientali a cui la terra stava andando incontro a motivo di insensibilità, bramosie e stupidità dell’uomo “dell’atomo e del petrolio”. Uomo dalla “maligna anima”, che produce senza soluzione di continuità “terremoti” devastanti,
sconvolgenti, micidiali, che distruggono quanto la terra ha prodotto e/o custodito nel suo grembo nei miliardi di anni che ci separano dalla sua creazione.

Per quest’uomo figlio di Caino che “tutto perturba” e prepara lo sprofondamento della Terra “in una profonda notte senza luna né stelle”, il poeta invoca il Sole, affinché “bruci con il suo potente fuoco / le arroganti ali dell’uomo levato / a sfidare il tempo e l’armonia degli astri”.

Quando Rossi compone “Il grido della terra” ha 52 anni, impegnato nella scuola con funzione di Dirigente scolastico. Ha ha possibilità, l’intelligenza di “leggere”, capire e registrare puntualmente le trasformazioni epocali in atto; ha la chiaroveggenza critica circa le nefaste conseguenze dei mutamenti di mentalità e di attività nei diversi campi applicativi dei prodotti
chimici, scientifici e tecnologici offerti dal mondo industriale alle forze umane operative al fine di assicurarsi utilità e benessere.

Il presente opera alacremente e superbamente per annientare il passato, per spazzare via ogni residuo tradizionale basato sul lavoro della mente e delle braccia. E ci riesce, dando all’uomo l’illusione di essere entrato in una fase storica di emancipazione e di innovazioni che lo sottraggono da ogni peso e stress da fatica.

Il mondo non è più il foscoliano regno romantico in cui cresce la simbiotica armonia della “bella d’erbe famiglia e d’animali”, ma un universo di macchine – ferro – vetro e plastica – che gestiscono i ritmi della vita umana, individuale e collettiva.

C’è qualcosa, però, che l’uomo non è riuscito a distruggere: la memoria del passato. E Rossi ne ha a dismisura. Il subconscio è ricco di sedimentazioni memoriali, di vissuto a diretto e stretto contatto con una realtà socio/culturale, ambientale e storica che egli caparbiamente oppone ad un presente inaccettabile, svuotato com’è del senso della ragione, del sentimento umano, religioso e critico che determinano la giusta misura e valenza del bene e del male.

Tutta la sua poesia nasce da un fiorente risveglio del passato, dal costante recupero di un’esperienza intensamente vissuta e sperimentata nelle sue “verdi terre”. Ed è il confronto della realtà presente con la visione arcadica, maturata negli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, consumati all’ombra del Cimerone, del Matese e delle Mainardi a determinare la sua forte reazione oppositiva/avversativa contro il modernismo disumano, arrogante, aggressivo, distruttore di forme di vita, risorse ambientali, culture e tradizione che
hanno fatto la storia del passato.

Le radici della sua terra sono penetrate in lui; si vedono minacciate, sconvolte, offese e impoverite dai cambiamenti epocali, dalla irragionevolezza e speculazione umane, che hanno sposato scriteriatamente scientismo e tecnologismo, responsabili delle profonde ferite mortali inflitte degli ultimi decenni alla Natura.

Imperia Tognacci, nel suo lavoro esegetico, ha bene individuato ed evidenziato i punti cardini della poetica rossiana, a cominciare dal prepotente senso e bisogno di libertà, fortemente radicati nella soggettività umana di Rossi, incline a riconoscere e difendere la sacralità della vita di ogni creatura esistente e vivente sulla terra. In sette densi capitoli, la scrittrice di San Mauro Pascoli fissa definitivamente la personalità del personaggio Rossi, la poetica, la vocazione alla “speculazione estetica”, la tendenza a antropomorfizzare aspetti materiali e forme vitali della Natura, a porsi soggetto/oggetto esistente, pensante, con il dono ineffabile della “parola”, capace di trasmettere tutte le ansie e drammi interiori connessi alla sua condizione esistenziale, incontestabilmente fissata entro margini ridotti di tempo e di spazio. Da questa consapevolezza ha origine “la visione cosmologica e la ricerca escatologica” di Rossi,
favorite da una scelta esistenziale di solitudine e di riflessione a tutto campo, con l’approdo ad una “speranza consolatrice” di una apertura della porta del mistero dell’Oltre, che la speculazione filosofica, appassionata e persistente, non è riuscita a scardinare, stretta nel lacci
dei dubbi e delle incertezze. L’uomo, per Rossi, è un frammento dell’universo, sempre in stretto rapporto con altri frammenti, quali le stelle, i pianeti, e “plaghe ignote” da cui gli giungono “suoni inauditi” e lo dispongono all’abbraccio con l’Infinito. Ora, dall’immensa e cosmica pace da lui raggiunta, il suo spirito – grazie alla ricca eredità letteraria lasciata a beneficio dell’umanità – conserva il potere di comunicare ad altri spiriti assetati, come Socrate, del Bene, del Bello, del Santo e della Giustizia, la sua lezione d’amore e di rispetto per il Tutto.

(Antonio Crecchia)

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