In Molise un altro mondo è possibile?

Nei dibattiti più seri in tv, quelli che non si soffermano soltanto sulle eterne polemiche politiche, dannose più del solito in questi tempi, ci si sofferma su cosa lascerà questa pandemia di negativo (ovvio) ma anche di positivo, tra l’altro non sappiamo quando (un anno, due anni, tre anni?).

C’è chi è ottimista, spera che l’emergenza sanitaria (e sociale) serva da lezione. Auspica un intervento pubblico sulle tante distorsioni del modello economico attuale, sulle disparità sociali, sui danni ambientali, sui metodi di produzione, sulle politiche che hanno assalito i beni comuni lasciando spesso macerie.

C’è, viceversa, chi è convinto che non cambierà nulla, evidenziando come da questi giorni venga un’amara conferma: la vera preoccupazione non è quella di aggiustare la macchina in corsa, ma di farla ripartire.

C’è, inoltre, chi spera che non cambi nulla, trovando conferma in questi giorni che senza un modello economico incentrato su movimenti e scambi sempre più fitti, cioè pura società dei consumi, tanta gente finisca sul lastrico.

Le tante posizioni differenti sugli aspetti economici e sociali da parte delle persone comuni, si rinnovano nelle molteplici dicotomie che caratterizzano le analisi di ogni giorno da parte dei cosiddetti “esperti”. Ad esempio si discute sul ruolo della globalizzazione in questo disastro mondiale. Le domande sono complesse: l’eccessiva mobilità che caratterizza il nostro mondo è una risorsa o un problema? Il ruolo dei tanti organismi internazionali è davvero utile o possono tranquillamente rientrare nei numerosi carrozzoni inutili, pieni di burocrati? Perché la scienza marcia, almeno a parole, senza confini e invece gli Stati trovano difficoltà ad applicare strategie comuni? In fondo anche in Italia, nel piccolo, la musica è la stessa: meglio le esperienze autonome regionali, vedi il Veneto, o un ruolo più forte dello Stato centrale?

Fornire risposte a tutto ciò, individuare “verità” assolute, è praticamente impossibile.

In questo dibattito, a livelli decisamente meno universalistico, ecco che si parla persino di un “modello Molise”. Pur non essendo la regione italiana con minor numero di contagiati da coronavirus in rapporto ai residenti (circa 10 contagiati ogni 10mila residenti – più o meno in linea con la Puglia – rispetto ai 6 della Calabria e della Sicilia, ai 7 della Basilicata, agli 8 della Sardegna e della Campania), se ne mette in rilievo il “benefico” isolamento – comune a quello di tante aree interne appenniniche nel Centrosud, collinari e montane nel Nord Italia – la scarsa densità demografica con dispersione sul territorio, la mancanza di un’urbanizzazione selvaggia e quindi un controllo sociale benefico.

Tutto ciò contribuirebbe al basso numero dei contagi in Molise, con 99 comuni ancora oggi virus-free (ma di questi, la stragrande maggioranza sotto i mille abitanti).

Ciò viene rafforzato con l’ipotesi del collegamento tra inquinamento e diffusione del virus.

Pur riconoscendo a tali qualità ambientali, ovviamente, benefici esistenziali, tuttavia – come sappiamo – il “bel” Molise perde annualmente migliaia di residenti che nella terra d’origine non trovano soprattutto opportunità occupazionali. Tale svuotamento, di conseguenza, determina un impoverimento qualitativo e quantitativo dei servizi essenziali (scuole, uffici, ospedali, trasporti, tecnologie). E’ insomma il classico cane che si morde la coda.

Insomma, in questo mondo le virtù dell’ambiente, se non accompagnate da infrastrutture degne di un nuovo millennio, servono purtroppo a poco. Davvero bastano ad un Molise sempre più spopolato il cibo di qualità, aria e acqua pure, il forte senso della comunità, la mancanza di frenesia? Da anni si discute di aree interne, qualcuno indica il futuro proprio in queste zone più integre, si mira a valorizzare tratturi, camperismo, percorsi religiosi, ma poi non succede niente. Anzi, il Molise continua a perdere “numericamente” un paio di paesi all’anno.

Il nodo centrale è che questa terra è rimasta immobile, vittima anche di una classe politica che spesso fa dell’isolamento la propria fortuna. Le nuove tecnologie, risorsa indispensabile per territori isolati (si pensi alle isole norvegesi) non sono state valorizzate: la telemedicina, di cui si parla da almeno quattro decenni, è rimasta lettera morta soprattutto per l’opposizione delle baronie locali che avrebbero visto ridotto notevolmente il proprio potere; analogamente è avvenuto per la didattica a distanza, che in questi giorni è diventata centrale per la scuola ma in regione è rimasta un’illustre sconosciuta per troppo tempo; la domotica, la mobilità sostenibile, la bioarchitettura, l’Iot, l’intelligenza artificiale, la cultura partecipata sono tematiche che il Molise non riesce a fare pienamente sue. Pagandone poi le conseguenze.

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