La Parola, la liturgia e le strutture della Chiesa

Quale membro della commissione sinodale della diocesi di Trivento (Campobasso) sto lavorando insieme ad altri amici dal 2021 per portare un umile contributo al Sinodo della Chiesa voluto da papa Francesco.

Siamo nella Fase Sapienziale in cui si dovrebbero avere letture accorte delle narrazioni emerse nel precedente biennio e definire delle proposte per la Fase Profetica di questo cammino di fede e di riflessione.

Nella mia diocesi in incontri foraniali abbiamo messo al centro del confronto tre temi di grande spessore per la vita della Chiesa.

Stiamo focalizzando l’attenzione sulla Bibbia come via di umanizzazione per superare la crisi della fede di ragazzi, giovani, famiglie e anziani, sulla riscoperta della Chiesa popolo di Dio per affrontare la questione delle strutture e sul rinnovamento di stile, metodi e contenuti nella liturgia e nella pietà popolare.

Il rapporto con la Parola attraverso una lettura analitica e approfondita dev’essere il riferimento per la fede personale, per uno stile di vita conseguente e credibile, per un’autentica comunione ecclesiale e per dare supporto alla testimonianza nel processo di evangelizzazione.

Nel lavoro della nostra diocesi emerge con forza la necessità di rinnovare la liturgia nel linguaggio, nei riti e nella stessa gestualità mettendo sempre al centro il messaggio evangelico e rinunciando ai molti aspetti di platealità artificiosa che nulla hanno a che fare con l’espressione vera della fede.

Il terzo tema di cui gli incontri foraniali si stanno occupando è quello della ridefinizione delle strutture per ridare centralità al popolo di Dio come avveniva nelle prime comunità cristiane.

La Chiesa Cattolica ha provato a dare maggiore corresponsabilità ai laici già il 6 gennaio 1967 quando Paolo VI ha sancito la nascita del Pontificio Consiglio per i Laici, un dicastero della Curia Romana in grado di cooperare con il Sommo Pontefice; i suoi membri sono tuttavia di nomina papale e hanno esclusivamente funzioni consultive e impegni nella divulgazione di iniziative nel contatto con le conferenze episcopali, con le chiese locali e con tutte le organizzazioni internazionali cattoliche.

La Christifideles Laici di Giovanni Paolo II del 1988 afferma con chiarezza che “In forza della comune dignità battesimale il fedele laico è corresponsabile, insieme con i ministri ordinati e con i religiosi e le religiose, della missione della Chiesa.”

Non credo siamo ancora giunti alla piena realizzazione di questa corresponsabilità di tutti i battezzati.

Permane una struttura dualistica della Chiesa stessa con la quasi totalità delle funzioni e delle decisioni affidate ai chierici.

Secondo una visione tipicamente maritainiana i laici dovrebbero occuparsi della realtà sociale mentre i sacerdoti di quella spirituale.

Si tratta di una concezione anomala e neppure corrispondente all’effettività di quanto avviene.

Nella Apostolicam Actuositatem in proposito si precisa: «Nella Chiesa c’è diversità di ministero, ma unità di missione».

Con diversi doni e carismi l’intero popolo di Dio è chiamato a prestare il proprio servizio per il bene comune a livello materiale e spirituale.

Occorre dare allora parola e funzioni a quanti vivono con coerenza la loro vita di fede utilizzando le loro competenze in tutte le mansioni che possono portare a decisioni e comportamenti fedeli al Vangelo.

Questo credo sia l’asse portante di qualunque visione teologica sul laicato.

Il consiglio parrocchiale e quello diocesano ad esempio, ancora puramente consultivi, non possono essere emanazione di nomine del clero, ma espressione delle assemblee dei laici della parrocchia e delle foranie dove il popolo di Dio indica i suoi rappresentanti in seno a tali organismi.

Il parroco o il vescovo ratificano poi tali scelte della base.

Superare forme assiomatiche e sacralizzate di funzioni dentro la comunità cristiana significa per il clero e per i laici vedere il proprio ruolo non in termini di autoritarismo e attaccamento a titoli gerarchici, ma come un servizio alla comunità dei fedeli aperto al dialogo e al confronto.

Nella Chiesa dovremmo anzitutto ricordare l’uguaglianza di tutti i cristiani derivante dal battesimo e tenere ben presente l’insegnamento di Gesù “Il più grande tra voi diventi come il più piccolo”.

Nel popolo di Dio occorre creare il più possibile momenti di confronto e di decisioni condivise.

La Chiesa va allora governata in maniera più collegiale con organismi di rappresentanza del clero e del laicato.

Spero che nessuno si scandalizzi quando alcuni cristiani come chi scrive pensano a una partecipazione anche del popolo di Dio nella scelta dei pastori ad ogni livello perché tale criterio era la norma presso le prime comunità di credenti.

Sono convinto che in tal modo le decisioni ne guadagnerebbero con la ricchezza del confronto in serenità e razionalità.

Già l’introduzione nel sinodo dei vescovi anche dei laici è un passo avanti, ma è sempre più necessario affidare loro incarichi di responsabilità ponendoli al vertice degli organismi della Chiesa.

Personalmente ho ricoperto per anni l’incarico di direttore dell’Ufficio Pastorale per i problemi sociali e del lavoro, ma di deleghe simili nella Chiesa da affidare a persone coerenti e impegnate non ce ne sono molte.

Io sono convinto che anche nella nomina di figure apicali il popolo di Dio debba avere funzioni nuove quanto meno a livello di consultazione almeno per iniziare un cammino diverso appunto di tipo sinodale.

La Chiesa tra l’altro sta dimenticando che la maggior parte dei praticanti sono donne e a queste si devono affidare funzioni nuove sulle quali purtroppo si ha ancora paura di assumere decisioni.

Nel pieno rispetto del kèrygma ovviamente quando si parla di maggiore collegialità nella Chiesa si fa sempre riferimento alla comunione fraterna tra laici, vescovi e papa.

Sulle indicazioni per la costituzione del consiglio pastorale parrocchiale vorrei ancora sottolineare che davvero credo sia giunto il momento in cui le parrocchie escano da ogni rapporto con i Comitati Festa e si occupino della relazione dei credenti con la Parola, con l’evangelizzazione e con la carità mettendo al centro della vita parrocchiale il grande valore della preghiera, la testimonianza del Vangelo e il rapporto di amore con gli altri.

Occorre poi per clero e laici entrare nell’ordine di idee che le decisioni nella parrocchia vanno assunte senza alcuna presunzione di avere l’unica soluzione ai problemi, ma confrontandosi in spirito di umiltà, di comunione e servizio con l’intera comunità.

Mi preme infine sottolineare che abbiamo bisogno nella Chiesa di uscire dalle logiche dell’avere che sempre più spesso disseminano la nostra vita di falsità e di apparenze per giungere alla capacità di condivisione e di amore per il prossimo che sola può renderci coerenti con il Vangelo.

Spero vivamente che questo sinodo non si riduca a un evento estemporaneo, ma sappia disegnare un’immagine di Chiesa sempre più riconoscibile per la sua fedeltà al messaggio evangelico e per la credibilità dei principi affermati e dei conseguenti stili di vita.

(Umberto Berardo)

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