La ricerca Uil sul lavoro oscuro della grande distribuzione a Roma e nel Lazio

La Uil di Roma e Lazio (Uiltucs) ha presentato nelle scorse settimane un’interessante e meritoria ricerca – tra l’altro ancora in corso in quanto work in progress (è possibile partecipare collegandosi a https://uiltucsromaelazio.info/indagine-uiltucs-gdo-alimentare-roma-lazio) – per denunciare condizioni lavorative non proprio esemplari che si annidano nel mondo della grande distribuzione organizzata alimentare a Roma e nel Lazio.

Il report è stato curato dal professor Roberto Baldassarre e fa luce sulla condizione lavorativa nei super e iper mercati del Lazio.

Sono state oltre mille le interviste effettuate a fine febbraio di quest’anno a lavoratori maggiorenni della grande distribuzione organizzata (supermercati/ipermercati). Il campione è quindi stratificato per genere, età, ampiezza centri e livello d’istruzione.

Per quanto riguarda il tipo di contratto, la maggior parte degli intervistati (36,1%) ce l’ha a tempo determinato, mentre il 27,3% a tempo indeterminato. Gli altri hanno contratti meno garantiti, tra “a chiamata” (20,3%), stage/tirocinio (8,1%), interinale (5,4%) e apprendistato (2,8%). Il part time domina in assoluto rispetto al full time (64,2% contro il 35,8%).

Tante le “anomalie” emerse: soltanto in un caso su due viene rispettato il passaggio di almeno 11 ore tra la fine di un turno e l’inizio di un turno successivo; in un ben 27,6% di casi le ore lavorate in più non vengono pagare regolarmente o pagate fuori busta (per oltre due terzi il caso riguarda donne e per la metà ragazzi con meno di 24 anni); nel 54,1% dei casi a parità di mansioni nel punto vendita dove lavora sono presenti lavoratori con forme contrattuali e/o compensi diversi (esempio: esternalizzati, cooperativa, ecc.); soltanto nel 58,1% dei casi la retribuzione mensile le viene corrisposta regolarmente (a rimetterci, anche in questo caso, sono soprattutto donne e giovanissimi).

Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, l’87,8% è stato informato e formato circa le misure di sicurezza, salute e prevenzione sui luoghi di lavoro; resta tuttavia un importante 12,2% non informato né formato (in quasi la metà dei casi si tratta di ragazzi con contratto a chiamata).

Secondo il 65,2% del campione, in azienda non vengono rispettate le norme Haccp, cioè quell’insieme di procedure finalizzate a garantire il consumatore assicurando la salubrità degli alimenti, in particolar modo prevenendo i rischi.

Per quanto riguarda, infine, la pressione lavorativa, non mancano frizioni con i superiori e la condizioni lavorativa generale risulta, per il 47,8% del campione, “stressante”, per il 12,6% “ansiosa”, per il 10,4% “angosciata”, per il 9,4% “depressa” e per il 7,9% “arrabbiata”. Solo l’11,9% indica un sentimento positivo, che sale al 26,3% nel giudizio complessivo. In questo caso i giudizi più negativi vengono dalle donne e dai lavoratori più anziani.

Insomma, la grande distribuzione organizzata di Roma e del Lazio non esce certamente bene da questa indagine.

Un capitolo a parte andrebbe approfondito sul vero e proprio “sfruttamento”. Il lavoro a chiamata, ad esempio, il più delle volte assicura personale non formato né informato, certamente precario, una condizione che si riflette anche nel rapporto con la clientela.

Un focus andrebbe riservato anche ai tirocini di sei mesi, 40 ore settimanali a fronte di una paga mensile di circa 750 euro, con un solo giorno di riposo (in genere infrasettimanale), il sabato e la domenica al lavoro. Se fossero realmente finalizzati all’inserimento in azienda avrebbero anche un senso: una sorta di periodo di prova di fronte ad aspettative di concreto inserimento. Invece il più delle volte, anche nei marchi più rinomati, l’azienda utilizza questi ragazzi come manodopera a basso costo, anche perché buona parte della paga la mette la Regione.

Racconta un ragazzo di 19 anni: “Dopo i sei mesi di tirocinio in Pam Local speravo perlomeno in un colloquio. Invece amichevoli saluti con i colleghi ma dai piani alti non si sono fatti più sentire. Gli stessi responsabili che avevano prospettato telefonicamente degli sbocchi eventuali ben diversi”.

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