La sinistra guardi ai laburisti

Londra val bene una messa, Parigi no. Per le sinistre europee andrebbe riformulato così l’antico detto di Enrico di Navarra che gli fece da viatico per diventare Enrico IV re di Francia, perché è dal rinato Labour inglese e non dal raccogliticcio Nouveau Front Populaire francese che si può e si deve trarre ispirazione.

Keir Starmer, come da pronostico stravincitore delle elezioni che in Gran Bretagna hanno messo fine ad una tanto lunga quanto poco gloriosa stagione Tory, è il nuovo Tony Blair. Peccato che la sinistra italiana, e segnatamente il Pd di Elly Schlein, non parli inglese, ma francese. Sarà perché nel riformismo del New Labour non c’è traccia della cultura woke del progressismo nostrano, sarà forse perché scatta lo stupido riflesso condizionato di considerare il blairismo progenitore del renzismo con tutto quel che ne consegue, sta di fatto che fino a risultati inglesi acquisiti né la segretaria né gli esponenti di punta Dem hanno speso una parola di apprezzamento che una per Starmer, e anche dopo hanno lasciato alla sola pattuglia riformista il compito di ragionare sui motivi della straordinaria vittoria laburista (per esempio, Lia Quartapelle, Filippo Sensi e altri hanno scritto un instant book dal titolo “La Quarta via. Il Changed Labour”).

Ma c’è la reale disponibilità del Pd ad allargare il campo largo verso il centro? E, ammesso che così sia, c’è l’area moderata disposta a farsi costola della sinistra?

Elly Schlein ha detto che è finita l’era dei veti, quelli da dare e quelli da ricevere. Sembrerebbe un passo avanti, ma è troppo poco se poi il modello a cui si guarda è il fronte popolare alla francese. La chiave della costruzione di un centro-sinistra che non sia un sinistra-centro, infatti, non può essere la chiamata alla resistenza antifascista. Anche qui viene in soccorso Casini, che pure lì ha piantato le tende: “è un errore pensare che con la discriminante ideologica si vincano le elezioni, l’antifascismo è condizione necessaria ma non sufficiente”.

Tutto questo farebbe pensare che comunque l’apporto del “centro che guarda a sinistra”, indispensabile per immaginare di prevalere in sede elettorale, non dovrebbe essere disponibile. E invece ecco che i due egoriferiti del fu Terzo Polo, Calenda e Renzi, lanciano messaggi ammiccanti quando non addirittura fanno esplicite aperture, salvo fare rapida marcia indietro.

Situazione ridicola, se non fosse che c’è una spiegazione: l’intenzione di entrambi era quella di stoppare la comune ambizione che hanno mostrato Enrico Costa in Azione e Luigi Marattin in Italia Viva di costruire “un unico grande partito liberal-democratico e riformatore” che avendo individuato nel “bipolarismo all’italiana” il vero cancro del nostro sistema politico sia determinato a star fuori sia dal perimetro di sinistra che di destra.

Nella War Room del 19 giugno dedicata proprio a questo dibattito, il direttore de Linkiesta, Christian Rocca, ha descritto lo stato d’animo di chi, come lui, si è battuto perché alle elezioni europee questo benedetto Terzo Polo fosse unito, e dopo aver preso atto dell’occasione persa, pensa che la battaglia si debba spostare dentro e a lato del Pd, per spingerlo su posizione riformiste.

Ora, in politica 2+2 non fa mai 4, e non sappiamo cosa sarebbe successo alle europee se la lista di chi non vuole stare né a destra né a sinistra fosse stata una sola. È assai probabile che un drappello di europarlamentari li avrebbero avuti, andando a rafforzare il fronte liberale che ha patito la sconfitta di Macron in Francia. Ma se anche ciò fosse avvenuto, sarebbe stato sufficiente per sgominare il bipolarismo forzato che ammorba l’Italia da tre decenni? Tornando al polo anti-bipolarista, quello di cui sono fermamente convinto è che gli elettori potenziali non manchino. Anzi, che ci sia una prateria tutta da conquistare. Almeno tre milioni di voti chi pratica il centro li ha già presi.

E poi c’è l’immensa prateria degli astenuti, e in particolare di quella vasta fetta che resta a casa non per qualunquismo o menefreghismo, ma perché non trova sulla scheda l’offerta giusta che la convinca ad andare ai seggi.

E qual è l’offerta che li può convincere a tornare a votare?

Un soggetto politico autonomo, che dialoghi con entrambi gli schieramenti ma ne rimanga fuori, e faccia accordi solo occasionalmente e solo quando ce ne siano le ragioni politiche e di merito. Marattin e Costa sono in grado farlo?

Glielo e me lo auguro, anche se avrei preferito che avessero lasciato al loro destino i due partiti di provenienza per far nascere un soggetto politico totalmente nuovo, tramite l’adesione di più personalità, anche e soprattutto al di fuori della politica attiva, ad un manifesto politico-culturale e programmatico che ne illustri le ragioni fondanti. Ma in tutti i casi, non mancheremo di sostenerli e spronarli.

Enrico Cisnetto direttore Terzarepubblica.it

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