La storia dell’operatrice sociosanitaria “serrata” nella Rsa di Castel del Giudice

Il Covid non è soltanto una malattia, ma la causa di molteplici sofferenze anche indirette.

Scrive a “Forche Caudine” l’insegnante Sara Di Cristofaro, 37 anni, originaria di Sant’Angelo del Pesco (Isernia), che vive a Lanciano (Chieti). Il motivo dell’accorata lettera è la situazione in cui si trova a vivere la madre e tutta la famiglia, che lei non vede dal 1 novembre a causa della pandemia.

La madre è un’operatrice sociosanitaria presso la Rsa “San Nicola” di Castel del Giudice (Isernia) e dal 9 dicembre si trova chiusa in tale struttura in quanto il sindaco del paese e l’Asrem – scrive la Di Cristofaro – vietano sia lei sia agli altri operatori di uscirne.

Alla base della decisione il tampone positivo al Covid del 18 dicembre. Risultano positivi anche altri operatori i quali continuano a restare nella struttura e a lavorare.

La Di Crostofaro racconta che il sindaco ha emanato un’ordinanza (è nell’albo pretorio del Comune) in cui viene ordinato di restare nella struttura fino al 21 dicembre, giorno in cui il sindaco comunica che tali persone non possono andare in isolamento presso altra abitazione ma dovranno restare nella struttura, nonostante l’ambiente – a detta degli operatori – sia poco consono per la cura dalla malattia. Niente da fare: occorre restare lì.

La figlia non si dà pace perché ai problemi di salute della madre, chiusa in quella struttura, si sommano quelli psicologici. Prova a telefonare ad una serie di riferimenti istituzionali, ma c’è il solito scaricabarile.

“Io credo che con opportune misure mia madre possa uscire da questa situazione ed essere ‘scortata’ presso il domicilio, ma a quanto pare nessuno ci ascolta – scrive la figlia.

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