L’attualità del “modello” Umbria

Perugia

Sarà per l’invidiabile biodiversità, per gli antichi borghi a dimensione umana, per una spiritualità insita e disseminata nel territorio regionale o per la perseverante operosità degli abitanti, di certo l’Umbria ha sempre rappresentato un modello per altre regioni italiane, in particolare per quelle del Mezzogiorno che aspirano a valorizzare le analogie con il “cuore verde” del nostro Belpaese. Il Molise? “E’ una piccola Umbria”. La Basilicata? “Non ha nulla da invidiare all’Umbria”. L’Irpinia? “Quanto somiglia all’Umbria”.

Paesaggio umbro

In sostanza, chi vede dal di fuori questa relativamente piccola regione senza sbocchi al mare, ma ricchissima d’acqua e di un diffuso senso di incanto, armonico nella sua semplicità, si domanda: perché qui, proprio qui, sopravvive da sempre un’immagine patinata di territorio integro e sereno, laborioso ed inclusivo, sospeso in un buon vivere arricchito da aloni di spiritualità? E perché qui, del resto come al Sud, si verifica il periodico rientro dei tanti figli che hanno trovato lavoro altrove, ma poi – ciò che manca nelle aree più interne del Mezzogiorno – sono infiniti i flussi di turisti, anche internazionali, che solcano ogni angolo di Umbria?

Vicolo di borgo umbro

Non è un caso se tanti forestieri hanno comprato proprio tra queste dolci colline la seconda casa. Scelte non solo economiche, ma soprattutto di vita, per fuggire nei fine settimana dall’isterismo ormai collettivo delle grandi città, Roma in primis, o per trascorrere lunghi periodi nella consonanza di territori integri. E’ il segno più evidente di una sorta di entusiasmo collettivo per l’offerta umbra, un apprezzamento generale che include anche tanti imprenditori che trasferiscono qui le proprie aziende di successo.

Quel senso di continuità

Sembra quasi che questo immenso ed invidiabile giardino fatto regione, ricco di ameni borghi non profanati dal “modernismo”, abbia ereditato soprattutto una dote: poter vivere di rendita grazie al “peso” dell’inesplicabile continuità.

Assisi

Gli scenari bucolici, le vigne e gli oliveti, l’architettura urbana, l’arte disseminata in ogni borgo. San Francesco ed un’ineguagliabile schiera di icone religiose come amuleto. Ma anche splendore laico, dalle armonie del Perugino a quelle, contemporanee, di Monica Bellucci da Città di Castello o di Laura Chiatti da Castiglion del Lago. La Quintana di Foligno e i Ceri di Gubbio. Il festival di Spoleto e il jazz disseminato. Il tutto a ricordarci che la bellezza – quando non è umana – può essere anche imperitura.

Pat Metheny ad Umbria Jazz

Se ne sono accorti gli sceneggiati televisivi che qui hanno trovato i migliori scenari per innalzare gli share. Gli eventi teatrali che accumulano edizioni. I festival del jazz con i più incantevoli palcoscenici naturali. Le scuole d’arte in antichi casali immersi nel verde. Il giornalismo celebrato ogni anno tra le coinvolgenti architetture di Perugia. Gli antichi nomi dei paesi che alimentano curiosità e incutono rispetto. Assisi, capitale della pace, quasi una benedizione perenne per l’immagine di una terra priva di conflitti.

Spoleto

Certo, l’Umbria non è immune dai tanti fenomeni che oggi affliggono il mondo occidentale. I valori tradizionali, la coesione sociale, il sentimento di appartenenza, il legame con le identità e con le memorie, il riconoscimento delle istituzioni, è tutto un patrimonio messo a rischio dai venti omologanti della mondializzazione. L’impiego pubblico ha garantito entrate sicure, ma ha impoverito di braccia l’artigianato e l’agricoltura locali, vere e proprie eccellenze congenite. L’inverno demografico è sempre più rigido, fa crescere rapidamente la percentuale di anziani e di pensionati. Poi c’è la recessione, si sente anche da queste parti. Il monte Cucco o il Penna, il Patino o il Pozzoni, la Cima del Redentore o l’Argentella non sono riusciti certo a fermarla.

Così, quello che un tempo era il florido tessuto industriale, ricco di preminenze, ha perso un po’ di smalto. Mentre i centri commerciali, aggravati dal commercio elettronico, stanno mettendo a dura prova l’economia dei tanti storici negozietti che animano i centri storici. Ogni chiusura definitiva di saracinesca, o meglio di un arcaico portoncino, è mero vulnus sociale.

Tuttavia, è nello spirito della gente, permane un costante ottimismo. Non è retorico evidenziare la tenacia e la laboriosità degli umbri, capaci di venir fuori da ogni difficoltà. Ai terremoti del 1979 a Norcia, del 1984 a Gubbio e Valfabbrica, del 1997 nella zona di Serravalle e Colfiorito, del 2016 di nuovo a Norcia, le persone hanno risposto con dignità. Con risolutezza e voglia di ripartire. Alla narrazione da cartolina s’è affiancata una dura ma solida esperienza. Un senso di rivincita che è andato oltre la conservazione.

Alle radici del lavoro

A stendere i binari della scansione quotidiana del tempo c’ha pensato, non proprio ieri, un altro importante santo umbro, Benedetto da Norcia, patrono d’Europa. L’ha fatto con la sua “regola” di operosità nell’equilibrio. Ha fissato i capisaldi del lavoro evoluto e moderno, pregno di qualità manuali e intellettuali, di offerta e di partecipazione. Per secoli le abbazie benedettine umbre hanno forgiato territori ed abitanti: da quella del monte Subasio a sei chilometri da Assisi (furono i monaci benedettini a donare a Francesco la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli, che i frati elessero a propria dimora) a Sant’Eutizio in Valcastoriana, vita fiorente fino al XV secolo, da San Pietro in Valle a Ferentillo, all’abbazia dei Santi Fidenzio e Terenzio a cinque chilometri da Massa Martana fino a San Cassiano presso Narni.

E’ notevole il peso
della spiritualità in Umbria

Le copiature dei codici nello scriptorium, la produzione di vino, olio, pane e formaggi, l’allevamento di api, i lavori di forgiatura nell’officina, i disegni architettonici, le migliorie tecniche nei mulini ad acqua, nella regolazione delle acque, nel prosciugamento di paludi: l’azione dei monaci benedettini ha segnato non solo il territorio umbro, ma è all’origine del movimento economico e culturale alla base di tutta la civiltà europea. L’Umbria è una sorta di cuore e anima comunitari.

Studiando i testi antichi, i monaci hanno recuperato saperi ormai sepolti dal tempo. Lo hanno fatto soprattutto nel campo medico-scientifico, che hanno riabilitato, ad esempio, con la coltura di erbe medicinali. Sono stati capaci di tessere una fitta rete di relazioni, assicurando lavoro a tanti abitanti delle aree intorno ai monasteri. Anzi, proprio le abbazie hanno costituito la cellula madre di borgate, villaggi, borghi.

Il lavoro “regolato” e dignitoso, stabile e disinteressato, né modico perché porta all’ozio “nemico dell’anima” (Regula 48, 1), né eccessivo perché determina l’attaccamento alle cose, acquista un orario, un valore, un senso, diventando fattore di perfezione spirituale, necessario alla sussistenza, ma anche elemento di creatività e di nobilitazione.

Il duomo di Orvieto

Non è azzardato sostenere che quei semi hanno contribuito a modellare il tessuto imprenditoriale umbro di ogni tempo. Del resto, non mancano aziende secolari che ancora oggi rinnovano i frutti degli antichissimi saperi. L’Agricola Conti Possenti Castelli, ad esempio, produce olio dal lontanissimo 1301. Sugaroni di Castelviscardo eccelle in cotto fatto a mano dal 1685. Il forno Cricco di Acquasparta opera dal 1760. La Tenuta di Montegiove produce olio e vino dal 1780 nell’omonimo borgo dell’orvietano.

Anche la Camera di commercio dell’Umbria è tra le più antiche d’Italia. E’ nata nel 1835 a Foligno come Camera sussidiaria di quella di Roma. Un presidio resosi necessario proprio per la vocazione commerciale di primaria importanza nello Stato pontificio.

La nascita della Camera di commercio di Perugia nel 1926, con la scissione del circondario di Rieti (che faceva parte dell’Umbria), darà ancora più lustro alla rappresentanza dell’economia regionale, che dagli anni Cinquanta vedrà, come nel resto del Paese, il travaso dall’agricoltura all’industria e poi al terziario.

Storie al femminile

A testimonianza di questa laboriosità, ci sono i tanti originali e ben curati musei d’impresa disseminati sul territorio regionale. Non solo spazi di salvaguardia della memoria, ma un modo originale di proporre, “sul campo”, fascino e valore d’impresa mediante il marketing aziendale. E’ l’invito ad un originale viaggio, attraverso questi inventario dei frutti dell’homo faber. Un’esplorazione dalle forti tinte rosa: i musei sono testimonianza delle tante donne protagoniste, ieri come oggi, dell’imprenditoria regionale.

Ecco allora l’esposizione permanente di Luisa Spagnoli all’interno della sede aziendale di Santa Lucia, a Perugia. Omaggio alla straordinaria imprenditrice perugina, classe 1877, a cui è stata dedicata una miniserie tv di successo con Luisa Ranieri, andata in onda su Raiuno a febbraio 2016.

Il “Bacio” della Perugina
ispirato da “Via col vento”

Donna d’avanguardia, figlia di un pescivendolo e di una casalinga, che ha legato il suo nome non solo alla catena di negozi d’abbigliamento (oggi 136 milioni di fatturato), ma anche all’ideazione del Bacio Perugina (con relativo museo, dal 2007, a Perugia-San Sisto). Celebre per la produzione di abbigliamento d’angora, la sua azienda ha segnato un capitolo importante nella cultura d’impresa grazie ai servizi per i dipendenti, dalla costruzione di casette a schiera all’asilo nido o alla piscina.

Il fascino senza tempo
dell’azienda Brozzetti

Un’altra affascinante storia di impresa al femminile ce la racconta il museo atelier Giuditta Brozzetti, nella duecentesca chiesa sconsacrata di San Francesco delle Donne a Perugia. Figlia di un dipendente delle Ferrovie dello Stato e di una casalinga, direttrice di scuole elementari, la Brozzetti scoprì la diffusione del lavoro tessile nelle case umbre, aprendo essa stessa un laboratorio di tessitura a mano nel 1921 a Perugia. L’imprenditrice è scomparsa nel 1975 quasi centenaria.

Sempre nel settore tessile, ma a Città di Castello, ecco il museo Tela Umbra, testimonianza dell’omonimo laboratorio fondato nel 1908 dalla baronessa Alice Hallgarten. Ancora oggi nel laboratorio vengono prodotti manufatti in lino, lavorati su telai manuali di fine Ottocento utilizzando disegni originali di epoca medioevale e rinascimentale.

Anche il museo Studio Moretti Caselli rivela una storia d’impresa al femminile, con alla guida tre generazioni di donne. Benché l’azienda di vetrate artistiche sia nata nel 1858 con il lavoro svolto dal capostipite Francesco Moretti, presso il duomo di Todi, è grazie a Rosa e Cecilia Caselli, Anna Matilde Falsettini e alle sue figlie Maddalena ed Elisabetta Forenza se l’atelier ha trovato continuità fino ad oggi.

Tartufo

Un’altra donna, Olga Urbani, è proprietaria con la famiglia dell’omonima azienda leader mondiale nel settore dei tartufi. Proprio lei ha voluto nel 2012 il museo del tartufo a Scheggino, in Valnerina, per onorare il padre Paolo a due anni dalla scomparsa. Il museo è ubicato nel primo stabilimento che Paolo Urbani Senior fondò nel 1852 in quella che allora era la propria abitazione. La famiglia da sei generazioni è custode di uno dei brand più preziosi del “made in Italy”.

Un’altra donna, Maria Grazia Marchetti, famiglia Lungarotti, gestisce il museo del vino nel seicentesco palazzo Graziani Baglioni a Torgiano.

Immagine d’epoca
della tipografia Grifani Donati

I musei raccontano altre affascinanti storie del lavoro umbro. Quello tipografico – sette generazioni dal 1799 – è testimoniato a Città di Castello dalla tipografia e dal museo Grifani Donati in un ex convento di suore. Mentre a San Giustino c’è il museo dello stabilimento tipografico Pliniana di Selci Lama, azienda nata nel 1913. Tra gli odierni clienti c’è l’Archivio segreto vaticano.

A Deruta, patria delle ceramiche, il museo di Alviero Moretti ospita 200 opere in ceramica firmate da prestigiosi artisti italiani ed internazionali.

Esistono, poi, botteghe storiche che rappresentano veri e propri musei. La gioielleria Polidori di Amelia vende preziosi dal 1887, mentre Piccioni vende cappelli, ombrelli e guanti a Terni dal 1906. Tra le più antiche rivendite di bevande e vini c’è Organtini, dal 1896 a Terni. Sempre nel capoluogo umbro c’è la trattoria “La Mora” di Giuliana Stella, che propone piatti della tradizione ternana dal 1910. Un’istituzione storica a Perugia è la pasticceria Sandri in corso Vannucci, fondata dallo svizzero Jachen Schucan nell’Ottocento e gestita dai suoi discendenti fino alla quinta generazione (Carla e Nicoletta Schucan).

Cognomi diventati leggenda

Le storie dell’imprenditoria umbra sono fatte di cognomi diventati marchi e, in molti casi, leggenda. Talvolta di personalità nate in altre regioni ma diventate umbre “di adozione”.

La famiglia Buitoni, ad esempio, benché originaria di Sansepolcro, dopo aver avviato nel 1827 con Giovanni Battista Buitoni (1769-1841) l’attività alimentare con un negozio nella città toscana, già nel 1856 era in Umbria, a Città di Castello, con un nuovo laboratorio aperto dai figli del fondatore, Giuseppe e Giovanni Buitoni, specializzandosi in pastina glutinata per bambini e ammalati. A Francesco, figlio di Giovanni, si deve la costituzione della Perugina per la produzione prima di confetti e poi di cioccolato e confetture. Dagli anni Ottanta il Gruppo ha avuto diversi passaggi di mano, anche stranieri.

Altra importante famiglia imprenditoriale è quella dei Colussi. D’origine bellunese, dopo aver avviato un forno per la produzione di pane e biscotti a Venezia nel 1911 ed aver fatto il salto di qualità negli anni Trenta passando alla dimensione industriale, già nel 1949 si sono trasferiti in Umbria, prima a Perugia e poi a Petrignano di Assisi. Oltre ai celebri biscotti, l’azienda, oggi presieduta da Angelo Colussi, è tra l’altro proprietaria dei marchi di pasta Agnesi (il più antico della storia, nato nel 1824) e Ponte, del riso Flora e dei biscotti Misura. La sede operativa è a Torgiano ed ha otto stabilimenti produttivi in Italia, compreso quello umbro di Petrignano, e sette all’estero.

Umbro di adozione anche Arnaldo Caprai, classe 1933, torinese di nascita. Venditore di corredi e biancheria per la casa nell’Italia centrale, realizza in Umbria una propria filiera tessile di successo internazionale. Parallelamente, è il 1971, acquista la tenuta Val di Maggio, cinque ettari di terreno che daranno vita alla grande produzione vinicola, basata su varietà locali e sul Sagrantino.

L’alta cultura imprenditoriale è stata trasmessa ai tre figli del fondatore, Marco, Luca e Arianna, oggi alla guida non solo del gruppo tessile, ma della Arnaldo Caprai Società Agricola.

Caprai è noto in tutto il mondo soprattutto per il merletto di alta qualità, frutto di importanti investimenti tecnologici e dell’apertura dello stabilimento di Foligno nel 1979.

Altro cognome-marchio di successo è quello dell’olio extravergine di oliva Monini, con sede centrale a Spoleto. L’azienda, fondata nel 1920 per iniziativa di Zefferino Monini, è oggi una multinazionale in mano alla stessa famiglia. Oltre un quarto del fatturato è realizzato all’estero in oltre 50 Paesi. Negli Usa e in Polonia l’azienda è presente con le società controllate Monini North America Inc e Monini Polska.

Simbolo urbanistico di Bastia Umbra è l’imponente torretta dell’azienda Petrini, altro emblema imprenditoriale della regione. L’impresa, celebre per la pasta Spigadoro (dal 1924) e per i mangimi (1955), ha il suo embrione in un mulino a grano “a tre macine a valchiera” fondato nel 1822 dalla famiglia Petrini. Gli imprenditori a inizio Novecento installarono una turbina in grado di trasformare l’energia idraulica in elettrica: la centrale, tra le prime in Italia, forniva la corrente a Bastia Umbra e ad alcuni paesi limitrofi. L’azienda arriverà a contare 600 addetti del 1968, aprendo sei mangifici in altrettante regioni italiane. Poi il ridimensionamento e le trasformazioni societarie.

Altro poliedrico industriale è l’architetto Eugenio Guarducci, perugino, classe 1963, imprenditore edile nell’azienda di famiglia, ma anche, quale creatore di eventi, organizzatore della prima edizione di “Eurochocolate” nel 1994. E inoltre il fondatore del brand “Costruttori di Dolcezze” (2006) e dell’agenzia di marketing territoriale “Sedicieventi” (2007).

Carlo Giulietti, con i figli Mirco e Marco, è alla guida di “Isa” di Bastia Umbra, azienda con oltre 50 anni di attività, che con oltre 850 dipendenti e un fatturato annuo di 110 milioni di euro costituisce una presenza nei mercati della refrigerazione e banchi frigo di 110 Paesi nel mondo. Esempio di capacità nell’aver saputo affrontare al meglio la sfida della globalizzazione dei mercati, investendo in innovazione e ricerca.

Brunello Cucinelli

Infine, dulcis in fundo, non poteva che nascere in Umbria uno dei vessilli del lavoro rispettoso della “dignità morale ed economica dell’uomo”, come scrive nel suo sito. Brunello Cucinelli, classe 1953, natali nel borgo quattrocentesco di Castel Rigone, frazione di Passignano sul Trasimeno, è il re incontrastato del cashmire. Ma non solo. E’ il rivelatore del “capitalismo umanistico contemporaneo con forti radici antiche”, come spiega, “dove il profitto si consegua senza danno o offesa per alcuno, e parte dello stesso si utilizzi per ogni iniziativa in grado di migliorare concretamente la condizione della vita umana: servizi, scuole, luoghi di culto e recupero dei beni culturali”. Detto, fatto.

Nel 1985 ha acquistato il castello quattrocentesco di Solomeo facendone la sede dell’azienda.

Poi l’acquisizione di un opificio, la costruzione del Foro delle Arti, con annessa Biblioteca neoumanistica aureliana, l’istituzione del Ginnasio, dell’Anfiteatro, del Teatro. Impresa, cultura, arte. E formazione. Nel 2013 ha visto la luce la “Scuola di Solomeo di Arti e Mestieri” con la missione di tramandare il sapere artigiano. Dell’anno seguente è il “Progetto per la Bellezza”, con il quale si realizzano tre immensi parchi ai piedi del borgo (Parco agrario, dell’Oratorio laico e dell’Industria) per simboleggiare il valore cruciale della terra, dalla quale, secondo il pensiero di Senòfane, tutto proviene. E il filosofo presocratico non è il solo riferimento dell’imprenditore. Gli fanno compagnia altri grandi del passato, da Socrate a Seneca a Kant, da Marco Aurelio, ad Alessandro Magno fino all’umbro San Benedetto. Tutto torna.

“Amo il misticismo leggero che pervade questa mia Umbria, quel misticismo che fu proprio del Poverello di Assisi, amante del bello e della semplicità. Sono fiero di essere umbro, fiero della mia passione per la filosofia e il restauro e per tutto ciò che aiuti a restituire bellezza e dignità alle cose sepolte dall’oblio dell’uomo sotto la polvere del tempo”. Parola dell’umbrissimo Cucinelli, patrimonio di 1,5 miliardi di euro, fonte Forbes. Uno degli uomini più ricchi d’Italia. Non solo economicamente.

Olio e vino, artefici d’impresa

Il più antico e radicato bacino imprenditoriale dell’Umbria è sicuramente quello agroalimentare.

Olio e vino, in particolare, rappresentano il flusso venoso del territorio. Ulivi e vigneti ne hannodisegnato le geometrie attraverso i secoli, garantendo un reddito a migliaia di famiglie.

A fianco dei nomi altisonanti, la cui fama ha oltrepassato i confini regionali, centinaia di piccoli produttori costituiscono il biglietto da visita della laboriosità umbra. Di successo.

Il “cuore verde d’Italia” vanta quasi 30mila ettari di territorio coltivato ad ulivi già ai tempi degli etruschi e dei romani. Oltre 250 frantoi raccolgono e lavorano poche varietà, ma di gran pregio. Principalmente Agogia, Frantoio, Leccino, Moraiolo, Pendolino e San Felice,in quantità minori Canino, Maurino, Raggio, Rosciola.

Non a caso l’Umbria vanta l’unica Denominazione di origine protetta (Dop) a livello nazionale che racchiude una regione intera, ottenuta nel 1997 (l’altra, il Molise Dop, non comprende tutto il territorio regionale). Alta qualità figlia soprattutto dei terreni posti in collina, ricchi di struttura e molto permeabili, che lasciano penetrare facilmente le radici della pianta, ma anche del clima temperato, che fa maturare le olive in maniera relativamente lenta, con risultati notevoli sul piano di un’acidità contenuta e di un gusto esaltato anche dei tradizionali metodi di lavorazione.

La produzione complessiva annua è attualmente di circa 80mila quintali.

Passando al vino, la superficie vitata ammonta circa a 13mila ettari, quindi poco più di un terzo rispetto a quella coltivata ad ulivi, con una dimensione media aziendale di poco superiore all’ettaro. La produzione, nel 2018, si è attestata sui 640mila ettolitri (dati Istat). Sono tredici le Doc, sei le Igt e due le Docg. La produzione è divisa quasi equamente tra bianchi e rossi/rosati.

(la Carta dei vini dell’Umbria di Quattrocalici.it)

Il territorio offre sia terreni calcarei che favoriscono la coltivazione di Sagrantino (presenza per lo più a Montefalco) e Sangiovese sia terreni marnoso-tufacei con sedimenti vulcanici, ideali per Chardonnay e Grechetto, autoctono dell’Umbria. Non mancano uve a bacca bianca come il Canaiolo, la Malvasia, il Procanico, il Trebbiano e il Verdello, e a bacca nera come la Barbera, il Canaiolo, il Ciliegiolo, il Montepulciano. Il Gamay è stato introdotto nell’area del Lago Trasimeno oltre un secolo fa.

Le esportazioni di vino umbro hanno superato nel 2017 quota 34 milioni di euro.

Dulcis in fundo, il boom dei birrifici. In Umbria sono ormai una cinquantina, che hanno affiancato una tradizione secolare portata avanti dalla storica Fabbrica della Birra Perugia, uno dei primi birrifici sorti in Italia, aperto nel 1875 a Perugia, oggi rilanciato da alcuni giovani nella sede di Pontenuovo di Torgiano.

E la gastronomia? Inutile stilare il classico elenco. Meglio andare sul posto e provare di persona.

(Giampiero Castellotti)

Il Clitunno
Il lago Trasimeno
Castelluccio di Norcia
Spello
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