Le alternative alla guerra

Non possiamo affrontare le questioni dei tanti conflitti in corso nel mondo, perlopiù combattuti per interessi economici o per ragioni di potere, se non ci rendiamo conto che la guerra è il male peggiore della storia e se non usciamo dalle logiche militariste, nazionaliste, imperialiste per aprirci ai valori dell’internazionalismo non violento che dopo secoli di storia purtroppo dobbiamo ancora costruire.

Ciò che in premessa credo vada chiarito è la differenza tra pacifismo e non violenza.

Il primo è una filosofia o se preferite un pensiero che esprime il rifiuto della guerra, mentre la non violenza dal sanscrito ahimṣā, che esprime l’assenza del desiderio di nuocere o uccidere, è un metodo di soluzione dei conflitti che consiste nel rifiuto di ogni atto di brutalità in tutte le controversie siano esse di carattere interindividuale o tra gruppi sociali e popoli.

Sappiamo che tale concezione etica e politica trova inizialmente le sue espressioni migliori nel buddhismo e nel giainismo e si definisce poi come non violenza attiva con Gesù di Nazareth, Lev Nikolàevic Tolstòj, Gandhi, Simone Weil, Martin Luther King, Aldo Capitini e Danilo Dolci soprattutto intorno al concetto di difesa popolare non violenta nelle forme della disobbedienza, del boicottaggio, della non-collaborazione come di ogni azione in grado di ridurre all’impotenza dittatori ed oppressori.

Per tanti anche l’essere non violenti ha un limite e non significa evidentemente negare ad ogni persona o ad un intero popolo il diritto alla liberazione da dittature ed oppressioni ma anche all’autodifesa rispetto a chi attenta alla propria esistenza.

Vorrei ancora sottolineare che mentre un certo pacifismo irreale e di maniera è talora strabico guardando solo a talune guerre, come sta avvenendo oggi per quella in Ucraina, ed immaginando una pace senza uguaglianza e diritti, il movimento non violento lega comunque la pace al principio fondamentale della giustizia sociale.

Perfino sull’accoglienza dei profughi ci sono Paesi europei che in questi giorni stanno dimostrando di avere pesi e misure diverse accettando alcuni e innalzando muri di filo spinato verso altri.

È del tutto evidente che chi sceglie il principio della non violenza attiva si pone decisamente contro le logiche del neoliberismo, delle autocrazie comunque definibili, dei nazionalismi come degli imperialismi di qualunque ispirazione ideologica e di conseguenza rifiuta il militarismo ed ogni ricorso alle armi.

Papa Francesco in proposito è stato durissimo in questa sua dichiarazione: “Tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà con quei responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato”.

Le tensioni create dalla situazione in Ucraina, per entrare sugli eventi attuali, ci dicono con chiarezza, come ho scritto già il giorno dell’invasione del Paese da parte di Putin, “che siamo davanti ad un’escalation assai inquietante rispetto alla crisi in atto, mentre la diplomazia è bloccata e i popoli europei davanti al pericolo di una guerra tra grandi potenze sembrano in attesa ed incapaci di dare vita ad un movimento non violento che possa portare i leader interessati a capire che la sola logica in grado di evitare nuovi conflitti armati ed allargati sta nella convinzione del superamento di tutte le mentalità imperialiste e dei sistemi di alleanza militarizzati.”

Un elemento forte sarebbe quello di portare il dissenso e la condanna alla guerra dentro gli scenari in cui essa si svolge.

Sulla capacità diplomatica italiana meglio stendere un velo pietoso rispetto ad una classe politica votata alla subalternità acritica non solo agli USA, ma da tempo anche a Germania e Francia.

In questi giorni il volto terribile della guerra sembra da taluni non dico sottovalutato, ma quasi posto in secondo piano da chi fa prevalere sulla tremenda evidenza dei morti il giudizio indulgente sulle ragioni di Putin nello sferrare l’attacco enumerando i torti dell’Occidente che pure ci sono stati a partire dal mancato sostegno alla perestrojka di Gorbacev al silenzio sugli scontri e le persecuzioni del 2014 che sfociarono nella strage di Odessa portando poi i falchi della Nato ad un’espansione ingiustificata dell’Alleanza.

C’è in tal modo il pericolo di creare giustificazioni solo esterne ad una volontà imperialista interna di tipo oligarchico sicuramente estranea al popolo russo, ma che purtroppo ha portato il suo presidente a disporre senza un casus belli (motivo della guerra) plausibile l’invasione di uno Stato indipendente da denazionalizzare che non è propriamente un atto di natura difensiva.

Se non si vuole inquinare la ricerca con opposti ideologismi e mistificare la storia occorre dire con chiarezza che nelle decisioni espansioniste di Putin non c’è alcunché di giustificabile e dunque questo dittatore oligarco-capitalista va semplicemente condannato.

Certo si devono ricercare e deplorare tutte le ragioni che conducono ad una guerra, ma tra chi la dichiara e quanti la subiscono occorre decidere da che parte stare.

Manca purtroppo in tanti anche la memoria storica di tutte le guerre imperialiste sparse negli scorsi anni in diverse aree del mondo dagli Stati Uniti a partire dal Vietnam fino al Kossovo, Afganistan, Libia e nel medio-oriente ma anche da parte della Russia di Putin in Cecenia, Georgia, Crimea, Siria e nella stessa Libia.

Al loro imperialismo si aggiunge quello cinese, ma anche l’espansionismo di tanti Stati che non sanno rinunciare alla sopraffazione nei confronti di altri popoli per affermare la propria egemonia.

Le guerre sono provocate o alimentate per rafforzare o ridefinire poteri di natura economica, sociale e politica e non certo per ragioni di giustizia sociale.

I problemi scaturiti dalle tensioni in Ucraina, alquanto difficili per molti da capire ed interpretare all’interno di un sistema di disinformazione voluto dalla propaganda di parte, non possono che essere affrontati da una conferenza internazionale multilaterale che, in attesa del superamento dei blocchi di alleanze militarizzate, possa definire per quel Paese in immediato una condizione di neutralità attiva sul modello ad esempio della Finlandia valutando seriamente l’imprudenza al momento di una sua inclusione nella Nato la cui esistenza dovrà tuttavia essere messa in discussione contestualmente ad una ridefinizione più democratica dell’Unione Europea, dell’ONU e delle altre strutture statali o internazionali capaci di garantire a tutti i popoli l’autodeterminazione e la pace.

La condizione di neutralità suggerita oggi per l’Ucraina in ogni caso non può e non deve assomigliare ad un’indipendenza puramente formale che sia in realtà una subalternità sostanziale verso qualunque Paese o sistema di alleanza.

Di fronte a questioni del genere occorre da subito superare una concezione e un ordine geopolitico in cui le singole grandi potenze possano fare nei territori a loro vicini o lontani un po’ quello che vogliono.

Occorre in sostanza superare l’idea arcaica ed antidemocratica delle aree di influenza che esclude ogni principio di autodeterminazione dei popoli.

Ciò che può mettere fine alla guerra in corso e che non si vede ancora nascere è un movimento di disobbedienza civile in Russia e forme di contrapposizione decise e permanenti alla guerra in Europa capaci di destituire un autocrate come Putin e tutti i falchi guerrafondai sparsi nel mondo.

Questo significa che i soggetti contrari alla violenza di qualsiasi tipo devono delineare una nuova visione della convivenza pacifica tra i popoli e lavorare politicamente per cancellare dai bilanci del proprio Paese le enormi somme per le spese militari sottratte tra l’altro ai servizi essenziali per i cittadini quali la sanità, la casa, il lavoro e l’istruzione.

In tale direzione lasciatemi ricordare che la disobbedienza civile alle spese militari ha avuto nel mio Molise un esponente davvero assai apprezzabile nella persona del compianto Piergiorgio Acquistapace che aveva nella non violenza attiva il suo faro di guida nella propria vita.

E noi oggi cosa facciamo in tale direzione?

La non violenza e la difesa popolare ad essa legata possono essere i legami capaci di portarci ad una riduzione bilanciata e multilaterale degli armamenti, soprattutto di tipo nucleare, come alla coabitazione pacifica tra tutti i popoli.

Sono orizzonti di cui purtroppo pochi si occupano anche nei sistemi educativi, ma verso i quali occorre camminare con decisione e responsabilità se si vuole costruire un mondo vivibile nel quale dobbiamo entrare con una nuova antropologia e con un lessico ad essa corrispondente.

Se rinunciamo ad educare alla non violenza nella famiglia e nella scuola, poi ci troviamo intorno il bullismo, le bande di delinquenti, i gruppi mafiosi e i politici guerrafondai.

C’è ancora un passo importante da fare ed è quello di uscire dalle logiche sovraniste, nazionaliste ed imperialiste attraverso la creazione di società aperte all’accoglienza ed alla coabitazione.

È chiaro che alla base di un tale modo di concepire la società occorre fondare davvero una democrazia reale e partecipata superando tutte le attuali involuzioni di tipo oligarchico o plutocratico che purtroppo sono presenti in tutte le aree geografiche giustificate tra l’altro ormai da diverse forme di ideologia.

Voglio allora sottolineare qui di seguito quanto ho scritto in proposito alcuni giorni fa.

“Spero che i filoputiniani, i difensori del regime cinese o i sostenitori dell’umanesimo evoluzionista e neoliberista, come lo definisce in “Homo deus” Y.N. Harari, riflettano molto seriamente sulla necessità di rimettere al centro dell’esistenza sulla Terra lo spirito critico ed una concezione antropologica legata ai temi della libertà, della condivisione e dell’eguaglianza piuttosto che a quelli della proprietà e della difesa egoistica dei beni del nostro pianeta.”

Nella direzione di una riforma in senso democratico di tutte le organizzazioni internazionali a partire dall’ONU va portato l’impegno politico di quanti credono ad una società demilitarizzata ed intelligentemente orientata ad occupare le sue risorse per eliminare la fame nelle aree sottosviluppate e per alzare il più possibile il livello della qualità della vita in questo mondo.

È necessario capire che solo il confronto diplomatico aperto e non ideologizzato può dare soluzioni condivise ai problemi ed ai conflitti che sono parte della storia, ma che devono essere superati in maniera pacifica e mai con il ricorso alla forza.

Questo può aprire la strada capace di mettere la guerra al bando della storia preservando l’umanità da una tale follia che crea problemi economici e sociali ma soprattutto gravi conseguenze sul piano umano con l’annullamento di tantissime vite di militari e civili.

Di fonte alla guerra che si avvita sempre più ed a taluni scenari di evoluzione e di risoluzione della stessa è davvero difficile nelle posizioni di chi la invoca e la conduce associare certi esseri umani all’idea di homo sapiens.

Esiste poi in ciascuno di noi una credibilità di stili di vita che devono essere coerentemente riconosciuti sul piano sociale ed andare nella direzione di un’esistenza tesa alla condivisione con gli altri di tutto quanto può ridurre ed eliminare le disuguaglianze.

L’azione di sostegno tenuta oggi verso gli indifesi dalle associazioni umanitarie dovrebbe appartenere non solo alle istituzioni, ma a ciascuno di noi.

In questi giorni abbiamo la possibilità in tale direzione di esprimere la nostra capacità di solidarietà a tutte le popolazioni colpite dalla guerra attraverso la raccolta fondi organizzata da più parti non dimenticando che le cosiddette “emergenze” vanno tenute aperte su tutti i fronti dove occorre essere vicino a chi soffre.

Credo anche da cristiano che la Chiesa, dicendosi oggi chiaramente contraria alla guerra ed agli armamenti, come dichiara papa Francesco, debba compiere un passo decisivo nella direzione del ritiro dei propri cappellani militari da tutte le caserme e rivedere i testi delle liturgie che purtroppo ancora presentano un linguaggio arcaico e perfino termini ancora legati ad un lessico bellico.

Superare i paradigmi della competizione ed i modelli della concorrenza per giungere a quelli della solidarietà e della cooperazione è sicuramente un passo urgente da fare nei sistemi educativi all’interno della famiglia, della scuola e delle altre agenzie educative.

È sempre più necessario allora coinvolgere i giovani.

Questo per rimarcare che le trasformazioni sociali e perfino geopolitiche non si realizzano solo attraverso operazioni di carattere strutturale, ma anche con un cambiamento di tipo culturale e la coerenza degli stili di vita ai valori cui si dichiara di ispirarsi.

Siamo davanti ad uno scenario di cambiamenti della società sicuramente non facile da realizzare davanti alle contraddizioni delle posizioni tenute da molti Stati del mondo rispetto alle guerre in atto che vengono giustificate o almeno tollerate; tali difficoltà tuttavia non possono scoraggiare quanti non accettano il volto disumano di chi, come Caino ad Abele, ripete ancora agli altri “Andiamo in campagna” dimenticando cosa Dio ripete all’omicida: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Genesi 4,10).

Davanti a noi abbiamo tre questioni sulle quali attivare il nostro impegno riflessivo ed operativo: sostenere ed aiutare i popoli oppressi, mettere fine alle guerre in corso e ricostruire un tessuto economico e sociale profondamente minato dalla pandemia e dai tanti conflitti non risolti.

(Umberto Berardo)

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