Le tante perplessità sul reddito di cittadinanza

“Il sussidio ha distrutto il mercato. Al Sud è ormai un voto di scambio”. È quanto afferma – in un’intervista al Giornale – l’imprenditore meridionale Gianluigi Cimmino, ceo di Yamamay (azienda da lui stesso ideata), Carpisa e Jaked, 2.500 dipendenti e 350 milioni di fatturato pre pandemia. È l’ennesima critica, in sostanza, al reddito di cittadinanza, che secondo molti imprenditori sta alterando il mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e principalmente al Sud: secondo le accuse, tanta gente sta rinunciando ad un lavoro regolare perché utilizza il più “comodo” reddito di cittadinanza. Per arrotondare c’è sempre il lavoro nero. “Così facendo lo Stato si è reso socio di maggioranza del lavoro a nero – incalza Cimmino.

Analoghe accuse giungono soprattutto dalle località di vacanza dove non si trovano più lavoratori stagionali. Fino a qualche anno fa, alla vigilia di ogni bella stagione piovevano curricula in costiera romagnola, soprattutto dal Mezzogiorno. Ora gli operatori turistici di Rimini e dintorni denunciano la mancanza di personale. E lo stesso sta avvenendo al Sud: Cimmino stesso racconta di un cugino costretto ad inaugurare in ritardo un albergo a Lecce per carenza di risorse umane.

Altro aspetto denunciato dal fondatore di Yamamay e da molti colleghi è la mancanza di controlli da parte dello Stato. A supporto di questa tesi ci sono le tante cronache che svelano una prassi diffusa: negli elenchi di coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza non mancano mafiosi, latitanti, ex brigatisti.

Altra questione è quella dei centri per l’impiego che avrebbero dovuto cambiare registro grazie agli ulteriori investimenti: che fine hanno fatto i navigator? E a cosa sono serviti? E davvero i centri per l’impiego hanno superato quel torpore che li caratterizza da sempre?

Cimmino racconta la sua esperienza personale. “Mi hanno invitato due volte a La7 per parlare di reddito di cittadinanza e ho incrociato ragazze che lo percepivano e che cercavano lavoro. Così ho chiesto alla redazione i loro contatti per proporre loro un’assunzione in uno dei nostri negozi (1.300 euro al mese). Ebbene, non si sono nemmeno presentate. Vedere ragazzi che rinunciano a lavorare per accettare un percorso di disoccupazione e poi il reddito è deprimente. Così non costruiscono niente”.

Ovviamente qualsiasi serio provvedimento pubblico per alleviare le sofferenze, anche lavorative, dei cittadini è sacrosanto. Ma tra solidarietà sociale e assistenzialismo c’è un abisso. E, specie nel Mezzogiorno, la zavorra dell’assistenzialismo è quasi endemica, rea di aver frenato la crescita di vaste aree del Paese: esisteva già ai tempi dei Borboni, con la differenza che allora il suffragio non era universale e quindi incideva poco sia in termini qualitativi sia quantitativi.

Prima del tanto sbandierato reddito di cittadinanza, diventato politicamente una sorta di programma elettorale e, per molti che ne usufruiscono, una specie di scelta di vita, c’era il reddito di inclusione che era più mirato ed aveva dei meccanismi funzionali e interessanti. Oggi il sussidio non funziona soprattutto perché non è legato, nei fatti, all’alternativa del lavoro legale (che spesso non c’è e, nella maggior parte dei casi, non è mediato dagli uffici di collocamento) bensì al solo lavoro nero (area al di fuori della crescita e dell’innovazione) e, nel contempo, è privo di una costante formazione – sarebbe più intelligente un reddito formativo – per colui che ne usufruisce, il quale resta anche senza aggiornamento.

La nostra storia unitaria ha già abbondantemente dimostrato che assistenzialismo e statalismo sono fallimentari, specie nel Mezzogiorno. Ma in tanti fingono di non saperlo, specie alla vigilia delle tornate elettorali.

(Domenico Mamone)

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